Clandestini

6 giugno 2018 § Lascia un commento

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Io e mio padre siamo seduti sul ponte di una nave. Lui guarda il mare, io guardo lui. Lui è soddisfatto perché è in mia compagnia e la nostra nave deve essere speciale. Ha una vela altissima, anzi forse ne ha più di una; sotto i nostri piedi c’è un rumore continuo e inarrestabile, deve essere il motore di questa nostra barca a vela, e a motore, e con un ponte grande che ci si può camminare affiancati, come sui traghetti, quei traghetti, ma a vela. Davanti è a punta, dietro ha come due codine arrotondate, penso apposta per legarci le moto d’acqua. Ci dormiamo una notte. Mio padre dice che è un ‘catamarano’; la notte si sveglia, dice che gli sembra che il rumore del motore sia cambiato, va un attimo a controllare di sopra, tutto sotto controllo dice, come se il capitano fosse lui, siamo tranquilli dice, poi si infila nel lenzuolo a sacco e finge di dormire. Io gli credo e dormo. Quando ci svegliamo la nostra barca ha attraccato, scendiamo in questo porto assolato, camminiamo su questa strada larga, sterrata e bianchissima.
Siamo alla Valletta, c’è un silenzio che non si capisce a che serve. Camminiamo mano nella mano, noi sbarcati non siamo in molti, mio padre si rilassa e dice che il nostro catamarano era una carretta; ci leviamo entrambi la maglia sopra, lui nudo, gracilino, io bianca, costume a righe verdeacqua, in mezzo alla pancia la stampa di un cane che lecca il ghiacciolo. Tutti e due occhiali da sole a specchio, quelli che usiamo da sci. Andiamo in spiaggia, una spiaggia di neve, dietro: un muretto grigio di cemento basso, cartacce, davanti: il mare compatto e molto blu. Mettiamo giù i nostri teli, lui si sdraia, io faccio un piccolo bagno ma lo tengo d’occhio. Quando torno – quasi subito – lui dorme della grossa, ha la borsa con la cinepresa sotto il gomito, la stringe per paura che gliela rubino, ma è la stretta molle di uno che dorme. Prendo un giornalino per intrattenermi mentre lo sorveglio; ‘craack craack’ urlo il verso dei gabbiani, abbiamo tutta una giornata di gita davanti, che gita! penso, e sono tutta elettrica, che gita! ‘craack’, la mattina non è nemmeno cominciata.

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Le persone che non siamo riusciti a essere

9 marzo 2018 § Lascia un commento

Le persone che non siamo riusciti a essere
ci perseguitano
tornano a inquinare il nostro corpo stanco
ci osservano a lungo, con occhi torvi,
solo alla fine sussurrano
una parola che non sappiamo essere
la parola che avrebbero voluto fossimo.
Poi scappano.
Si infilano nella linea spessa
l’orizzonte allargato
in cui accatastiamo tutto ciò che non saremo
giusti, calmi, piloti, sassi
l’orizzonte straripa
mentre portiamo una mano alle labbra
delusi ma saldi
sussurriamo
pretendiamo
occupiamo
l’orizzonte allargato di qualcun altro.

Atlantica

24 gennaio 2018 § Lascia un commento

chiedo
se riuscirò ad andare dove andavo
verso l’intero della felicità
orizzontale certa tesa
chiedo
se ciò che accade
e ammacca
ostacolo
al respiro terso
se il setto nasale deviato
se un ponte interrotto
e la strada ritorta che sdrucciola
verso il buco dove dimora la pace
sia illuminata anche di notte
come quando a diciassette anni ho visto la Senna la mattina presto
e sentito il fragore del fiume che mi scorreva dentro.
Ho riportato i detriti a valle
alluvionata e piana
per un istante ho guardato in fondo
non c’erano Alpi oltre il fiume
l’aria di ghiaccio
attraccata al ponte
atlantica e antica
ho avuto come un sospetto
e a terra l’asfalto era tiepido
nemmeno un sasso da prendere a calci.

Borgoratti

2 gennaio 2018 § Lascia un commento

Anche le vampe fiorite 
ai balconi di questo paese,
labile memoria ormai
dimentica la sera.

Come un’allegoria,
una fanciulla appare
sulla porta dell’osteria.
Alle sue spalle è un vociare
confuso d’uomini – e l’aspro odore del vino.

[Da Come un’allegoria, di Caproni Giorgio, capo indiscusso dell’enjambement, nonché amante delle sere gentili, tra il 1932 e il 1935, da qualche parte, precario.]


Tre cuori

19 novembre 2017 § Lascia un commento

La nostra vecchia casa, la prima e l’ultima in cui la nostra famiglia avrebbe mai abitato, aveva tre cuori. Il primo, era un cuore di stoffa, ricamato sulle lenzuola del letto a castello in cui dormivamo io e mio fratello. Lo stesso cuore era ripetuto sopra e sotto la federa dei nostri cuscini, e sulla carta che foderava l’interno dei cassetti. Lui ha sempre dormito nel letto di sopra, anche da piccolo. Non ricordo nemmeno una caduta naturale, solo cadute artificiali, provocate dai calci che ci davamo per conquistare il letto di sotto da cui si poteva vedere la tele. Ci mettevamo entrambi distesi e poi cominciavamo a prenderci a calci, chi restava sul materasso vinceva. Chi cadeva, doveva dire addio al letto di sotto, rintanarsi altrove e non dare fastidio. Chi stava di sotto aveva il potere: decideva il programma da vedere, il gioco della Play, se leggere a voce alta o bassa e quando spegnere la luce.

Il secondo cuore era un cuore di pennarello, piccolo piccolo e vuoto, disegnato su una piastrella del bagno. Non so chi l’avesse disegnato, ma ricordo il giorno in cui lo notai per la prima volta. Fu durante una sessione di naso, sessione che si teneva quotidianamente, prima o dopo la doccia, prima o dopo cena, in base all’orario in cui mio padre rientrava dalla fonderia. L’obiettivo era l’ottenimento di un naso alla francese, su modello di quello della mia compagna di ginnastica Marta e di suo fratello Matteo che faceva le pubblicità della Sanpellegrino l’Aranciata Esagerata, e per il quale avevo un debole. Mi ero convinta che assomigliandogli avrei potuto conquistarlo e che l’amore si riducesse a una corrispondenza biunivoca, attestata da una freccia a due punte in grado di collegare due elementi di insiemi diversi. Una questione di equivalenza che ignorava il fondamento, il fatto per niente discutibile che i due elementi non facessero parte del medesimo insieme.

La tecnica era semplice ma richiedeva costanza: con l’indice della mano destra sollevavo la punta del naso premendo leggermente, poi mantenevo la posizione per cinque minuti. Al momento del rilascio sul naso si creava una piccola curva orizzontale superata la quale la punta si inclinava verso l’alto. Le lentiggini si mescolavano ai capillari rotti, ma il naso, mese dopo mese, era definitivamente più francese. Purtroppo l’effetto collaterale era dietro l’angolo: la curva divenne presto una ruga permanente, un tatuaggio tono su tono. Senza saperlo – ma desiderandolo intensamente – stavo modificando il mio corpo. Quando mandai all’aria la terapia, al centro del cuore apparve la scritta L.A.: credo stesse per Los Angeles, e che Lakers non ci stesse. Mio fratello non si pronunciò mai sul caso. Anche dopo, quando ci trasferimmo nel grande appartamento vuoto al quarto piano, nessuno ebbe il coraggio di accusarlo di disegnini. Eppure sui muri nell’atrio della scala B apparvero presto due omini dalle lunghe gambe che si rincorrevano, e una figura orizzontale e squadrata, che preistoricamente poteva assomigliare a un bufalo. Il colore era nero su beige, un nero bruciacchiato, quasi uno spugnato sulla superficie sabbiolenta delle pareti. Anche se ora la scelta era figurativa, ho sempre avuto la sensazione che lato lungo e lato corto del bufalo manifestassero una certa famigliarità con la L di L.A.

L’ultimo cuore è un cuore spezzato, sotto le costole del petto esile di mio padre. È un cuore che ho intravisto solo per un istante, carnoso e informe come un caco aperto, ma ero troppo piccola per chiamarlo col suo nome. Era la sera di una stagione decisa, forse inverno, forse estate, mio padre piangeva seduto sul divano foderato d’azzurro e mi chiedeva cosa dovesse fare. Io gli ero seduta accanto, valutavo che cosa potesse fare. Mancandomi le parole, mi misi a imitare i suoi gesti. Aveva la schiena protesa in avanti, i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte, guardava diritto verso la televisione spenta. Io, con i piedi che non toccavano terra e i gomiti molto appuntiti che bucavano le cosce, guardavo davanti a me badando bene a non perdere l’equilibrio; di sotto il tappeto non raggiungeva il divano e c’era una striscia fine e freddissima di piastrelle: un solo passo falso, e ci avrebbe inghiottiti entrambi.

Parliamo d’altro.

1 ottobre 2017 § 1 Commento

Una lezione di letteratura camuffata da sfogo adolescente e/o militante. Un omaggio a quel matto di Antoine Volodine che è la mia nuova, preoccupante ossessione.

[Lezione 5]
Parliamo d’altro.


Non abbiamo ceduto quando provavamo dolore, abbiamo finto di cedere, abbiamo finto di essere terrorizzati, non abbiamo urlato il nostro sgomento, la nostra disperazione in tutti i possibili toni, invece di lamentarci abbiamo recitato lunghi elenchi di uccelli, elenchi di popoli decimati, di scimmie, di pesci, non abbiamo quasi per nulla parlato dei pestaggi che subivamo, abbiamo evocato altri pestaggi ben più atroci, che altri avevano subito, e, per cavarcela, abbiamo descritto paesaggi turchini, abbiamo battuto le ali su praterie color turchese, planato verticalmente sull’orzo color azzurro, abbiamo inventato nomi di piante e di minuscole erbe, ci siamo inteneriti all’idea di quegli infimi vegetali, abbiamo avuto voglia di cantarli nervatura per nervatura, e così li abbiamo cantati, non abbiamo quasi mai raccontato storie che il nemico si aspettava da noi, il più delle volte le abbiamo raccontate da lontano, adottando un punto di vista formalistico, eccessivamente letterario, che non corrispondeva poi troppo ai nostri gusti, abbiamo girato intorno agli aneddoti essenziali per non informare il nemico su quanto ci commuoveva e piaceva davvero, abbiamo evitato di affrontare gli argomenti che avevamo in mente,

dal fondo della nostra vera memoria abbiamo estratto soltanto informazioni anodine, non abbiamo confessato al nemico lo stato del nostro orientamento politico, mai in alcun frangente abbiamo riprodotto nei particolari dinanzi al nemico dibattiti e parole d’ordine su cui tanto s’accanivano e s’infervoravano i sottocommissari nei reparti segreti dei sottocommissariati, abbiamo continuamente snocciolato falsi ricordi d’infanzia, inservibili biografie, storie come scatole cinesi che spiazzavano il nemico e lo frustravano, che non gli svelavano nulla, che depistavano i suoi cani specializzati e le sue cagne, abbiamo sfogliato immagini d’infanzia nei momenti meno opportuni, abbiamo inserito racconti di sogni là dove i nostri interlocutori volevano delle confessioni, non abbiamo dato il via all’azione attenendoci all’orario del nemico, spesso abbiamo dichiarato di fare sforzi per essere chiari, con gesticolante buona volontà abbiamo sviluppati intrighi amorosi vagamente polizieschi, dando l’impressione di aver finalmente accettato di collaborare con la cultura di base dei nostri aguzzini, ma, nella sostanza, abbiamo sfruttato la capacità d’ascolto dei nostri aguzzini e sfiancato la loro intelligenza, sommergendola di irritanti scene di guerra nera, di spionaggio, mettendo le nostre spie o i nostro soldati in situazioni inverosimili, abbiamo costruito paesaggi notturni che a volte continuavano a rimanere immersi nell’oscurità dalla prima all’ultima frase, abbiamo accumulato le scene notturne senza rischiararle,

abbiamo ecceduto con la non-luce malgrado le esigenze della polizia e malgrado i colpi, non abbiamo assorbito nel nostro comportamento l’idea che ci chiedessero di obbedire o di rispondere, continuamente abbiamo evitato di dialogare con quanti ricevevano i nostri proclami o le nostre dichiarazioni scritte, e se qualcuno esigeva da noi una descrizione non allegorica dei nostri crimini abbiamo ritratto criminali a riposo, o in pensione, o in esilio, personaggi interessati unicamente alle nuvole, e abbiamo cercato di ricostruire la bellezza fluttuante o fissa delle nuvole, mai abbiamo accettato di scrivere, di urlare o proferire ciò che loro speravano di sentirci dire, preferendo inventare, nei momenti più critici, grandi uccelli che scomparivano in controluce a due a due, e amando tali uccelli alla follia, fingendo di averli conosciuti, di averli davvero conosciuti, di averne studiato gli starnazzi e i gridi, di aver sofferto insieme a loro, e quando dico sofferto non parlo alla leggera, e, ogni volta che qualcuno, l’uno o l’altro, l’una o l’altra di noi periva, il nostro racconto ha segnato una pausa e noi ci siamo fermati, ci siamo interessati a qualcosa di ancor più minuscolo della nostra avventura, di ancor meno significativo, 

di ancor più assurdo del nostro soffrire, e abbiamo urlato ad alta voce spezzoni di testi che ci impedivano di credere che il nostro dolore avesse una qualche importanza, li abbiamo vomitati insieme a ciò che rimaneva della nostra voce possente in piena disgrazia, abbiamo riempito il paesaggio di subitanei entusiasmi per ciò che è microscopico, per l’ultrasordido, abbiamo stilato meticolosi rapporti sul patetico e sul nulla, ci siamo schierati a favore del men che nulla, orientavamo la nostra narrazione verso strade laterali, riuscivamo a modificare il grido inumano che ci sgorgava dal fondo della gola facendone una variante che il nemico rinunciava a leggere, che neppure aveva voglia di decifrare, tanto lontana era dall’atroce lamento che egli s’era finalmente preparato a comprendere. Abbiamo sempre parlato d’altro, sempre.

[A. Volodine, Il post esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, 66thand2nd, pp. 49-52.]

Par vardàr

25 agosto 2017 § Lascia un commento

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Par vardàr dentro i çieli sereni
Là sú sconti da nuvoli neri,
Gò lassà le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.

Son rivà su le çime dei monti
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zò sconti da nuvoli neri?

[Giacomo Noventa]