Tre cuori

19 novembre 2017 § Lascia un commento

La nostra vecchia casa, la prima e l’ultima in cui la nostra famiglia avrebbe mai abitato, aveva tre cuori. Il primo, era un cuore di stoffa, ricamato sulle lenzuola del letto a castello in cui dormivamo io e mio fratello. Lo stesso cuore era ripetuto sopra e sotto la federa dei nostri cuscini, e sulla carta che foderava l’interno dei cassetti. Lui ha sempre dormito nel letto di sopra, anche da piccolo. Non ricordo nemmeno una caduta naturale, solo cadute artificiali, provocate dai calci che ci davamo per conquistare il letto di sotto da cui si poteva vedere la tele. Ci mettevamo entrambi distesi e poi cominciavamo a prenderci a calci, chi restava sul materasso vinceva. Chi cadeva, doveva dire addio al letto di sotto, rintanarsi altrove e non dare fastidio. Chi stava di sotto aveva il potere: decideva il programma da vedere, il gioco della Play, se leggere a voce alta o bassa e quando spegnere la luce.

Il secondo cuore era un cuore di pennarello, piccolo piccolo e vuoto, disegnato su una piastrella del bagno. Non so chi l’avesse disegnato, ma ricordo il giorno in cui lo notai per la prima volta. Fu durante una sessione di naso, sessione che si teneva quotidianamente, prima o dopo la doccia, prima o dopo cena, in base all’orario in cui mio padre rientrava dalla fonderia. L’obiettivo era l’ottenimento di un naso alla francese, su modello di quello della mia compagna di ginnastica Marta e di suo fratello Matteo che faceva le pubblicità della Sanpellegrino l’Aranciata Esagerata, e per il quale avevo un debole. Mi ero convinta che assomigliandogli avrei potuto conquistarlo e che l’amore si riducesse a una corrispondenza biunivoca, attestata da una freccia a due punte in grado di collegare due elementi di insiemi diversi. Una questione di equivalenza che ignorava il fondamento, il fatto per niente discutibile che i due elementi non facessero parte del medesimo insieme.

La tecnica era semplice ma richiedeva costanza: con l’indice della mano destra sollevavo la punta del naso premendo leggermente, poi mantenevo la posizione per cinque minuti. Al momento del rilascio sul naso si creava una piccola curva orizzontale superata la quale la punta si inclinava verso l’alto. Le lentiggini si mescolavano ai capillari rotti, ma il naso, mese dopo mese, era definitivamente più francese. Purtroppo l’effetto collaterale era dietro l’angolo: la curva divenne presto una ruga permanente, un tatuaggio tono su tono. Senza saperlo – ma desiderandolo intensamente – stavo modificando il mio corpo. Quando mandai all’aria la terapia, al centro del cuore apparve la scritta L.A.: credo stesse per Los Angeles, e che Lakers non ci stesse. Mio fratello non si pronunciò mai sul caso. Anche dopo, quando ci trasferimmo nel grande appartamento vuoto al quarto piano, nessuno ebbe il coraggio di accusarlo di disegnini. Eppure sui muri nell’atrio della scala B apparvero presto due omini dalle lunghe gambe che si rincorrevano, e una figura orizzontale e squadrata, che preistoricamente poteva assomigliare a un bufalo. Il colore era nero su beige, un nero bruciacchiato, quasi uno spugnato sulla superficie sabbiolenta delle pareti. Anche se ora la scelta era figurativa, ho sempre avuto la sensazione che lato lungo e lato corto del bufalo manifestassero una certa famigliarità con la L di L.A.

L’ultimo cuore è un cuore spezzato, sotto le costole del petto esile di mio padre. È un cuore che ho intravisto solo per un istante, carnoso e informe come un caco aperto, ma ero troppo piccola per chiamarlo col suo nome. Era la sera di una stagione decisa, forse inverno, forse estate, mio padre piangeva seduto sul divano foderato d’azzurro e mi chiedeva cosa dovesse fare. Io gli ero seduta accanto, valutavo che cosa potesse fare. Mancandomi le parole, mi misi a imitare i suoi gesti. Aveva la schiena protesa in avanti, i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte, guardava diritto verso la televisione spenta. Io, con i piedi che non toccavano terra e i gomiti molto appuntiti che bucavano le cosce, guardavo davanti a me badando bene a non perdere l’equilibrio; di sotto il tappeto non raggiungeva il divano e c’era una striscia fine e freddissima di piastrelle: un solo passo falso, e ci avrebbe inghiottiti entrambi.

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Parliamo d’altro.

1 ottobre 2017 § 1 Commento

Una lezione di letteratura camuffata da sfogo adolescente e/o militante. Un omaggio a quel matto di Antoine Volodine che è la mia nuova, preoccupante ossessione.

[Lezione 5]
Parliamo d’altro.


Non abbiamo ceduto quando provavamo dolore, abbiamo finto di cedere, abbiamo finto di essere terrorizzati, non abbiamo urlato il nostro sgomento, la nostra disperazione in tutti i possibili toni, invece di lamentarci abbiamo recitato lunghi elenchi di uccelli, elenchi di popoli decimati, di scimmie, di pesci, non abbiamo quasi per nulla parlato dei pestaggi che subivamo, abbiamo evocato altri pestaggi ben più atroci, che altri avevano subito, e, per cavarcela, abbiamo descritto paesaggi turchini, abbiamo battuto le ali su praterie color turchese, planato verticalmente sull’orzo color azzurro, abbiamo inventato nomi di piante e di minuscole erbe, ci siamo inteneriti all’idea di quegli infimi vegetali, abbiamo avuto voglia di cantarli nervatura per nervatura, e così li abbiamo cantati, non abbiamo quasi mai raccontato storie che il nemico si aspettava da noi, il più delle volte le abbiamo raccontate da lontano, adottando un punto di vista formalistico, eccessivamente letterario, che non corrispondeva poi troppo ai nostri gusti, abbiamo girato intorno agli aneddoti essenziali per non informare il nemico su quanto ci commuoveva e piaceva davvero, abbiamo evitato di affrontare gli argomenti che avevamo in mente,

dal fondo della nostra vera memoria abbiamo estratto soltanto informazioni anodine, non abbiamo confessato al nemico lo stato del nostro orientamento politico, mai in alcun frangente abbiamo riprodotto nei particolari dinanzi al nemico dibattiti e parole d’ordine su cui tanto s’accanivano e s’infervoravano i sottocommissari nei reparti segreti dei sottocommissariati, abbiamo continuamente snocciolato falsi ricordi d’infanzia, inservibili biografie, storie come scatole cinesi che spiazzavano il nemico e lo frustravano, che non gli svelavano nulla, che depistavano i suoi cani specializzati e le sue cagne, abbiamo sfogliato immagini d’infanzia nei momenti meno opportuni, abbiamo inserito racconti di sogni là dove i nostri interlocutori volevano delle confessioni, non abbiamo dato il via all’azione attenendoci all’orario del nemico, spesso abbiamo dichiarato di fare sforzi per essere chiari, con gesticolante buona volontà abbiamo sviluppati intrighi amorosi vagamente polizieschi, dando l’impressione di aver finalmente accettato di collaborare con la cultura di base dei nostri aguzzini, ma, nella sostanza, abbiamo sfruttato la capacità d’ascolto dei nostri aguzzini e sfiancato la loro intelligenza, sommergendola di irritanti scene di guerra nera, di spionaggio, mettendo le nostre spie o i nostro soldati in situazioni inverosimili, abbiamo costruito paesaggi notturni che a volte continuavano a rimanere immersi nell’oscurità dalla prima all’ultima frase, abbiamo accumulato le scene notturne senza rischiararle,

abbiamo ecceduto con la non-luce malgrado le esigenze della polizia e malgrado i colpi, non abbiamo assorbito nel nostro comportamento l’idea che ci chiedessero di obbedire o di rispondere, continuamente abbiamo evitato di dialogare con quanti ricevevano i nostri proclami o le nostre dichiarazioni scritte, e se qualcuno esigeva da noi una descrizione non allegorica dei nostri crimini abbiamo ritratto criminali a riposo, o in pensione, o in esilio, personaggi interessati unicamente alle nuvole, e abbiamo cercato di ricostruire la bellezza fluttuante o fissa delle nuvole, mai abbiamo accettato di scrivere, di urlare o proferire ciò che loro speravano di sentirci dire, preferendo inventare, nei momenti più critici, grandi uccelli che scomparivano in controluce a due a due, e amando tali uccelli alla follia, fingendo di averli conosciuti, di averli davvero conosciuti, di averne studiato gli starnazzi e i gridi, di aver sofferto insieme a loro, e quando dico sofferto non parlo alla leggera, e, ogni volta che qualcuno, l’uno o l’altro, l’una o l’altra di noi periva, il nostro racconto ha segnato una pausa e noi ci siamo fermati, ci siamo interessati a qualcosa di ancor più minuscolo della nostra avventura, di ancor meno significativo, 

di ancor più assurdo del nostro soffrire, e abbiamo urlato ad alta voce spezzoni di testi che ci impedivano di credere che il nostro dolore avesse una qualche importanza, li abbiamo vomitati insieme a ciò che rimaneva della nostra voce possente in piena disgrazia, abbiamo riempito il paesaggio di subitanei entusiasmi per ciò che è microscopico, per l’ultrasordido, abbiamo stilato meticolosi rapporti sul patetico e sul nulla, ci siamo schierati a favore del men che nulla, orientavamo la nostra narrazione verso strade laterali, riuscivamo a modificare il grido inumano che ci sgorgava dal fondo della gola facendone una variante che il nemico rinunciava a leggere, che neppure aveva voglia di decifrare, tanto lontana era dall’atroce lamento che egli s’era finalmente preparato a comprendere. Abbiamo sempre parlato d’altro, sempre.

[A. Volodine, Il post esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, 66thand2nd, pp. 49-52.]

Par vardàr

25 agosto 2017 § Lascia un commento

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Par vardàr dentro i çieli sereni
Là sú sconti da nuvoli neri,
Gò lassà le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.

Son rivà su le çime dei monti
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zò sconti da nuvoli neri?

[Giacomo Noventa]

Essere matita

26 luglio 2017 § Lascia un commento

Quando io e Giò andiamo in montagna ci raccontiamo molte cose. In particolare, lui cerca di distrarmi con degli haiku come, ti piacerebbe essere un ragno peloso? Oppure, vita in 3D secondo Giovanni: Desiderio, Discernimento, Decisione. Mentre io vomito il salamino di cinghiale a quaranta minuti dalla Bocchetta del Lupo, lui registra messaggi telefonici e intervista i passanti. Dice di essere di Radio Orobie, estorce informazioni preziosissime a certi Mastri Casari Minorenni che si incontrano solo in montagna. Quando arriviamo al rifugio, sembriamo dei disperati. Beviamo una o due birre e facciamo battute sessuali spinte, senza motivo. La gente è in imbarazzo perché parliamo con un tono di voce da comizio; quando ce ne accorgiamo saliamo e facciamo la doccia fredda perché di scendere un gradino di più per chiedere il gettone al bar è fuori discussione. Poi, mentre ci asciughiamo davanti allo specchio, io mi stacco i peli biondi dal mento con le mani e dico che stare all’aria aperta ravviva i bulbi e il mio maschile, lui dice se ho io il sapone da bucato.

Radio Orobie – Donne e camosci

La sera ci spacchiamo di scopa d’assi. Io perdo sempre, a un certo punto propongo di giocarmi le 4 birre che ho appena perso: se vinco me le abbona, se perdo diventano 8. Giò è preoccupato, mi propone di giocare senza punti, se vinco sono brava, se perdo devo scrocchiarmi tutte le dita dei piedi. Una noia pazzesca. La sera mi scrocchio i piedi ma le mie dita non funzionano come le sue. Andiamo a letto. Ci viene in mente il titolo di un libro, diciamo dovresti leggerlo questo; ci viene in mente una poesia, diciamo è per questo che facciamo gli insegnanti. La poesia non ce la ricordiamo, ma ha a che fare con il tramontare del maestro. Non la cerchiamo su Google. Otto giorni dopo, quando saremo a casa, ci ricorderemo di rileggerla.

Essere matita è segreta ambizione
bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero
ma questa dolce
eclissi della materia
non è sempre concessa
c’è chi tramonta solo col suo corpo
allora più doloroso ne è il distacco.

[Valerio Magrelli]

Commedie

2 luglio 2017 § Lascia un commento

Allora è vero che commedia e tragedia sono mescolate.
In realtà è tutta tragedia. Con vera perfidia, la chiamiamo commedia quando non riguarda noi.
È per questo che non si può ridere di se stessi?

[I. Compton-Burnett, Madre e figlio]

Calcolatrici

9 giugno 2017 § Lascia un commento

Per anni ho creduto che la fabbrica in cui lavoravano mio nonno, mio zio, un altro mio zio e mia madre producesse calcolatrici: ne avevo vista una con il marchio Oriton. Mi ricordo di averlo anche detto a qualcuno, qualche anno fa, quando si andava ancora in giro a fare domande come cosa fa tua madre? Calcolatrici. È la mia voce a rispondere caustica. Sapevo quello che dicevo, ero convinta che conoscere i propri genitori fosse metà dell’opera, nell’arduo capolavoro di conoscere se stessi. E un po’ lo era: la prova del fatto che io, di me stessa, non sapevo proprio niente. La calcolatrice che avevo visto faceva parte del merchandising: shopper, portachiavi, spillette e calcolatrici. La Oriton, classe 1963, aveva optato per queste ultime, grandi e maneggevoli, a pile o a energia solare, alcune – le più vecchie – con un rullo di carta perché scripta manent.
Lo chiesi a mia madre urlando dal sedile passeggero, che cosa facesse tutto il giorno, dimenticandosi di me o di mio fratello che la aspettavamo per ore sotto la pensilina del campo della Cassanese, con gli zaini infradiciati e le scarpe sporche di fango. Impianti di estrusione, mi disse lei, con la voce più ferma che ricordi, dopo quella nera di Dickens. Estrusione. In quella parola c’era tutta la violenza che già a quindici anni potevo intravedere. C’era l’interruzione di un contatto tra due corpi, il mio e il suo, separati dalla nascita, il suo e quello di mio padre, separati dalle cartoline che lui le spediva e che io avevo la cura di appoggiare accanto al telefono, infilate sotto il modem, per non dover incrociare il suo sguardo o rispondere a un rantolo informe che via via sarebbe divenuto sprezzante, a furia di chiedere invano di chi fossero.Schermata 2017-06-09 alle 12.16.14
C’è un’immagine, una di quelle immagini che colleziono senza volerlo e che mi insegnano a non fidarmi di nessuno: mia madre e mio padre sono in piedi sul limitare di una pista d’atterraggio per velivoli, i loro gomiti si toccano: mia madre indossa una giacca di pelle tagliata male e costata centinaia di lire, è una giacca per cui l’ho vista piangere. Mio padre, una blusa di camoscio rovinata dalla bretella del monospalla che ha sempre con sé, infatti, se abbasso l’inquadratura del ricordo, il monospalla è lì, ai suoi piedi, accasciato come un animale ferito. A terra la linea è larga una spanna, gialla, continua. La pista è grande poco più di un campo di basket e ci sono due aerei, uno dei quali ha il motore acceso. Sono due trabiccoli, un misto tra quelli a punta di Top Gun e quello arrotondato di Snoopy, devono anche avere delle eliche da qualche parte e fanno il rumore di una motosega. Mia madre legge a voce alta una cartolina di Domenico Sarti, che saluta lui e tutta la sua famiglia, ‘dal lato oscuro della valle dei pittori’. Tutto accade alle mie spalle, a dire il vero, anche un po’ più in alto, sopra la coda a palma che ho in testa e che mi fa guadagnare centimetri. Cristallino il timbro di mia madre che si stacca dalla motosega come un ottavino che ride, eloquente il silenzio di mio padre. Io guardo l’aereo spento, c’è un pilota seduto che armeggia con qualcosa che è nascosto dal muso di lamiera del velivolo. Accanto a lui, mio zio Fausto firma e ringrazia annuendo.

Ha appena preso il brevetto, mio padre ha lasciato alla quarta lezione, senza rimpianti, ma siamo andati comunque a congratularci con suo fratello. Non ci porterà in giro in aereo penso, io e mio fratello saluteremo i nostri cugini che invece voleranno da scuola ad Alassio, da Alassio a Cupra Marittima, da Cupra a Grado Marina. Noi li seguiremo in treno o sulla Ypsilon 10 di mia madre o sulla Golf di mio padre targata arancio VA – o su entrambe, se i genitori si separeranno e costringeranno anche noi a separarci su due macchine – i nostri giorni di vacanza si accorceranno, perché dovremo partire di notte, viaggiare per ore, e fare lo stesso la coda in autostrada, e fermarci a vomitare perché mio fratello ha il mal d’auto; faremo la coda per prendere il traghetto, sotto il sole fortissimo accenderemo Madonna. Dormiremo sul ponte tutti puzzolenti di mare senza averlo ancora toccato, e tutto perché saremo costretti a fare tutte queste cose in due, senza i cugini: ci sentiremo soli, dunque, molto soli, e dovremo accontentarci dei nostri Game Boy.

Lavorare stanca | La Festa del Lavoro al Circolo Gagarin

16 aprile 2017 § Lascia un commento

«Nell’ascoltare Faussone, si andava coagulando dentro di me un abbozzo di ipotesi, che non ho ulteriormente elaborato e che sottopongo qui al lettore: il termine ‘libertà’ ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro e quindi nel provare piacere a svolgerlo.»

[P. Levi, La coppia conica, ne La chiave a stella, Einaudi 1991, p. 145.]