Un fatto di cronaca animale

9 maggio 2021 § Lascia un commento

Venerdì sette maggio Brubis è morta mentre io e la mia amica Diana correvamo dal veterinario per anticipare la sua iniezione. È morta in macchina; Diana guidava, io l’avevo tra le braccia nel suo cuscino, ce ne siamo accorte perché ha cominciato a respirare molto lentamente e il suo corpo a raffreddarsi, prima la coda, poi la pancia, poi il collo, le orecchie, gelide; dalla bocca usciva la saliva, muoveva una zampa su e giù, tutto il resto era immobile, gli occhi aperti, il pelo bellissimo, come appena lavato.

Dicono che si capisce che i gatti stanno per morire perché smettono di mangiare e di lavarsi. Brubis mangiava dal cucchiaino una sostanziosa mousse per cani che dicono sia fatta apposta per resuscitare gli animali e si lavava ogni sera, ma io ho capito qualcosa. Mercoledì al crepuscolo si è alzata dal cuscino ed è uscita, ha fatto trenta metri a piedi poi è caduta su un lato. È rimasta per terra mezz’ora, sul cemento del cortile, c’erano sedici gradi, era una bella serata di primavera. Poi è rientrata, è andata in bagno, è tornata nel suo cuscino, si è sdraiata e mi ha guardata tutta la sera correggere delle schede di geografia.

Il giorno dopo, giovedì, è rimasta sdraiata tutto il giorno. Ho chiamato il veterinario, mi ha chiesto com’era il pelo, è morbidissimo ho detto. Ah, ha detto lui, e le unghie? Le unghie no, le unghie erano lunghe perché Brubis da tempo non aveva più la forza di farsele e si impigliavano dappertutto. Mi ha detto che forse era ora di portarla da lui. La sera abbiamo dormito tutte sul divano, io, lei, Sveglia che è la gatta rossa che è qui con me adesso.

Venerdì mattina presto il divano era sporco. Brubis non teneva più niente. Il veterinario ha detto di venire alle sei, di portare tutte le carte. Le ho stampate, sono venute rosa perché non avevo abbastanza inchiostro, poi sono andata a scuola per cinque ore, ho fatto lezione malissimo, non riuscivo ad ascoltare i miei studenti.

Quando sono tornata a casa ho chiamato Diana, Alice, Diego ed Elisa. Ho messo Brubis fuori, un po’ al sole un po’ all’ombra, ho mangiato uno yogurt alla stracciatella. Aspettavo le sei. Ma alle quattro era già ora. Il veterinario ha solo detto che sì, che era morta, mi ha consigliato di darle una forma rotonda subito, che poi sarebbe diventata molto rigida. Le ho dato una bella forma, l’ho avvolta in un lenzuolo che Alice mi ha aiutato a tagliare e poi io ed Elisa l’abbiamo infilata in una scatola di scarpe e sistemata in frigo.

Ieri io e Pier l’abbiamo seppellita in un giardino, in montagna da mia nonna, sotto una betulla molto alta, siamo stati attenti a non fare male alle radici della betulla. Quando abbiamo finito, ho sparso dei semi di fiori e messo dei sassi perché non venissero subito le volpi. Guidando verso casa si vedeva il Lago Maggiore scintillante si allargava, a un certo punto era enorme, poi è scomparso dietro l’autostrada. Erano le otto di sera. Ci siamo fermati al Quarto Stato di Cardano e abbiamo bevuto due birre Alpaca gelate.

Ho visto la luna

26 ottobre 2020 § Lascia un commento

Ho visto la luna sparita
mi ha visto sparire.
Correte
la luce dei fari la notte
vi guida,
la sera di brace
saluta
lontano una mano
l’afferra
la luna, di nuovo,
riluce
la Terra.

[2 agosto 2020, Torano Nuovo]

Da un «Libro bianco»

11 aprile 2020 § Lascia un commento

Abbiamo ripetuto fino alla noia che l’uomo è quel che fa. Sappiamo che la via alla coscienza è la via indiretta, attraverso gli altri, che il solo vero cammino interiore è il cammino dell’esterno. Ma ci siamo dimenticati che quel cammino ha una meta e che quella meta siamo noi stessi, che il primo prossimo siamo noi, che nel precetto di perder se stessi per gli altri, quel perder se stessi è una metafora e chi si perde davvero di vista non può non esser perduto.

Abbiamo detto che l’azione e la lotta sono l’unica realtà dell’uomo e ci siamo dimenticati di dire o almeno di ripetere qual è il fine dell’azione e della lotta: noi stessi, qui e ora. Che interesse può avere un mondo migliore per l’avvenire se, nell’atto di muoverci verso di esso, non siamo noi stessi migliori? Di quali consolazioni può esser la visione di un mondo dove l’uomo non sarà più oggetto ma soggetto per l’altro uomo e dove abbiano mutato di segno le paure e i dolori della nostra finitezza, se già fin d’ora non riconosciamo e non siamo riconosciuti, se fin da ora, a quelle paure e a quei dolori, non cominciamo a mutare di segno? E certo chi prende coscienza di una possibilità di mutamento perciò stesso comincia a mutare ed è più e diverso da quel che fosse prima; e realmente, le classi e gli individui che son meno riconosciuti come valori trovano, nell’atto di rifiutare la realtà proposta loro come inevitabile, una crescita ed una felicità presenti.

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Che ha il viso del reduce di tutte le guerre.

1 aprile 2020 § Lascia un commento

«Ma se questo spiega il successo tra i cattolici minori e in genere fra la gente disposta ai buoni sentimenti, come si spiega l’entusiasmo comunista, la parola d’ordine trasmessa alle sezioni, la simpatia unanime?»

Su Ladri di biciclette. Franco Fortini (1949)

«Questo è il nodo che strangola l’Italia; noi non ne vediamo la soluzione. Ma il viso dl disoccupato Ricci sotto le percosse, quel viso indurito e pallido, ci garantisce che quel nodo sarà tagliato.»

 

La simbiosi partigiano-rododendro

24 febbraio 2020 § Lascia un commento

«Credo che se riprendessi quella materia, se riuscissi a rimetterla a fuoco nella memoria, ecco, sarebbe a livello non macroscopico, ma quasi microscopico, una situazione, un episodio minimo, un momento tra la vita e la morte, momento assolutamente quotidiano in quella vita lì, abitudinario posso dire, è straordinario come ci si abitua anche alla possibilità di morire da un momento all’altro, un momento così dicevo, visto nella rete di condizioni che lo determinano, condizioni materiali prima di tutto, biologiche, un certo rapporto con l’ambiente vegetale, i cespugli, l’attesa della crescita dei cespugli in primavera come condizione di sopravvivenza per il partigiano, per la sua possibilità di fare azioni in terreno aperto, nel ’45 l’inverno non voleva mai finire, si spiava la primavera nella crescita delle foglie, non come fine probabile della guerra, a quella per scaramanzia si diceva sempre di non credere, troppe delusioni avevamo avuto, ma per i cespugli, i custi si chiamano nel mio dialetto, la fitta coltre verde che avrebbe coperto le vallate rendendoci invisibili, la simbiosi partigiano-rododendro, i problemi del vitto spaventosi, tutto l’inverno nelle nostre montagne non c’era da mangiare che castagne, l’avitaminosi che riempiva le gambe dei partigiani di foruncoli, ciavèli in dialetto, certe cose sulla vita partigiana nessuno le ha mai dette, che la prima cosa da cui si riconosceva un partigiano erano questi grossi foruncoli rossi-viola che buttavano pus giallo, i sulfamidici erano medicinali rarissimi, nessuno ha mai scritto un racconto che sia anche la storia del sangue nelle vene, delle sostanze nell’organismo, dell’alimentazione (con tutto il fondamentale problema politico che comporta dei rapporti con le popolazioni dei paesi, prese tra l’incudine e il martello, le requisizioni di bestiame, d’olio), le piaghe nei piedi per gli scarponi che col gelo diventavano duri come strumenti di tortura, la simbiosi partigiano-pidocchi, le uova di pidocchio appese a ogni pelo, i giovani d’origine proletaria o montanara riuscivano a tenersi più puliti, ma gli studenti – quei pochi che c’erano tra i partigiani – eravamo di solito i più sporchi e pidocchiosi, parlo tra i partigiani semplici, non i comandanti.

Poi le armi, tutte le viarie generazioni d’armi che formavano un campionario eterogeneo, quelle vecchie del regio esercito, Prima e Seconda Guerra Mondiale, quelle nuove, automatiche, prese ai repubblichini e ai tedeschi, quelle (poche) alleate, magari arrivate nelle nostre mani dopo essere passate per le mani dei tedeschi, io sono convinto di aver portato sulle spalle una volta un bazooka che nessuno sapeva cos’era. Ogni arma ha una storia non meno movimentata delle storie degli uomini, come l’Orlando Furioso, la guerra partigiana è un continuo passare d’armi di mano in mano, da un campo all’altro, e anche oggetti indumenti zaini scarpe. Del resto già nel mio primo romanzo il filo conduttore era la storia di una pistola.»

[Intervista a I. Calvino in F. Camon, Il mestiere di scrittore. Conversazioni Critiche.
Edizioni di storia e letteratura. p . 164-165]

Sperimentalet | L’inverno beat del Circolo Gagarin

1 marzo 2019 § Lascia un commento

 

Sperimentalet | Locandina

Ma perché?

Infastidisce che tutti scrivano, è affascinante che tutti lo facciano. In barba alla decenza e ai crismi di un mestiere, tutti scrivono. TUTTI. C’è qualcosa di sacro nell’esperimento letterario e nella forma che gli si assegna. Ma cosa accade nel momento esatto in cui la testa si svuota e la carta si riempie? Gasp. Gulp. Mistero fitto. Andiamo, se lo sapessimo metteremmo un argine a un tale scempio. E invece niente. Per assistere al dispiegarsi dell’inspiegabile abbiamo mescolato la poesia alla prosa, l’io al noi, la storia alla memoria, i soliti ignoti e i perfetti sconosciuti. L’abbiamo fatto perché volevamo un inverno beat. Così, alla cazzo di cane. Siori e siore benvenuti a Sperimentalet: pianeti socialisti, poesie-pattumiera, capelloni senza un ghello e Ciociaria.

Un’altra notte ritorna

23 luglio 2018 § Lascia un commento

Un’altra notte ritorna un’altra attesa
serpeggia fra il canneto. Nel mio letto
non voglio ritornare, so che la luna
ti ruba mentre dormi la freschezza
poi ti spolpa le carni e con le ossa
si infila due pendenti e una collana.
[Goliarda Sapienza, Ancestrale]

 

Clandestini

6 giugno 2018 § Lascia un commento

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Io e mio padre siamo seduti sul ponte di una nave. Lui guarda il mare, io guardo lui. Lui è soddisfatto perché è in mia compagnia e la nostra nave deve essere speciale. Ha una vela altissima, anzi forse ne ha più di una; sotto i nostri piedi c’è un rumore continuo e inarrestabile, deve essere il motore di questa nostra barca a vela, e a motore, e con un ponte grande che ci si può camminare affiancati, come sui traghetti, quei traghetti, ma a vela. Davanti è a punta, dietro ha come due codine arrotondate, penso apposta per legarci le moto d’acqua. Ci dormiamo una notte. Mio padre dice che è un ‘catamarano’; la notte si sveglia, dice che gli sembra che il rumore del motore sia cambiato, va un attimo a controllare di sopra, tutto sotto controllo dice, come se il capitano fosse lui, siamo tranquilli dice, poi si infila nel lenzuolo a sacco e finge di dormire. Io gli credo e dormo. Quando ci svegliamo la nostra barca ha attraccato, scendiamo in questo porto assolato, camminiamo su questa strada larga, sterrata e bianchissima.
Siamo alla Valletta, c’è un silenzio che non si capisce a che serve. Camminiamo mano nella mano, noi sbarcati non siamo in molti, mio padre si rilassa e dice che il nostro catamarano era una carretta; ci leviamo entrambi la maglia sopra, lui nudo, gracilino, io bianca, costume a righe verdeacqua, in mezzo alla pancia la stampa di un cane che lecca il ghiacciolo. Tutti e due occhiali da sole a specchio, quelli che usiamo da sci. Andiamo in spiaggia, una spiaggia di neve, dietro: un muretto grigio di cemento basso, cartacce, davanti: il mare compatto e molto blu. Mettiamo giù i nostri teli, lui si sdraia, io faccio un piccolo bagno ma lo tengo d’occhio. Quando torno – quasi subito – lui dorme della grossa, ha la borsa con la cinepresa sotto il gomito, la stringe per paura che gliela rubino, ma è la stretta molle di uno che dorme. Prendo un giornalino per intrattenermi mentre lo sorveglio; ‘craack craack’ urlo il verso dei gabbiani, abbiamo tutta una giornata di gita davanti, che gita! penso, e sono tutta elettrica, che gita! ‘craack’, la mattina non è nemmeno cominciata.

Le persone che non siamo riusciti a essere

9 marzo 2018 § Lascia un commento

Le persone che non siamo riusciti a essere
ci perseguitano
tornano a inquinare il nostro corpo stanco
ci osservano a lungo, con occhi torvi,
solo alla fine sussurrano
una parola che non sappiamo essere
la parola che avrebbero voluto fossimo.
Poi scappano.
Si infilano nella linea spessa
l’orizzonte allargato
in cui accatastiamo tutto ciò che non saremo
giusti, calmi, piloti, sassi
l’orizzonte straripa
mentre portiamo una mano alle labbra
delusi ma saldi
sussurriamo
pretendiamo
occupiamo
l’orizzonte allargato di qualcun altro.

Atlantica

24 gennaio 2018 § Lascia un commento

chiedo
se riuscirò ad andare dove andavo
verso l’intero della felicità
orizzontale certa tesa
chiedo
se ciò che accade
e ammacca
ostacolo
al respiro terso
se il setto nasale deviato
se un ponte interrotto
e la strada ritorta che sdrucciola
verso il buco dove dimora la pace
sia illuminata anche di notte
come quando a diciassette anni ho visto la Senna la mattina presto
e sentito il fragore del fiume che mi scorreva dentro.
Ho riportato i detriti a valle
alluvionata e piana
per un istante ho guardato in fondo
non c’erano Alpi oltre il fiume
l’aria di ghiaccio
attraccata al ponte
atlantica e antica
ho avuto come un sospetto
e a terra l’asfalto era tiepido
nemmeno un sasso da prendere a calci.