Passa un po’ di tempo vicino a un animale

5 aprile 2017 § Lascia un commento

Woods

Prendi un angolo del tuo paese,
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

[Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere]

Questo è stato un buon consiglio perché Franco Arminio è un poeta che fa sentire a posto, al proprio posto. La poesia non ha titolo, ma mi è sembrato un buon titolo perché in questi giorni ho passato molto tempo vicino ai miei due animali.

 

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La città da dove vieni

21 febbraio 2017 § Lascia un commento

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Ho detto che era bellissima,
la città da dove vieni, perché
io vengo da un posto che non è bello,
nemmeno se lo guardi da innamorata.

Hai detto che sì, era così,
la tua città era bella,
avrei dovuto vedere anche questa parte
con la chiesa girata,
la piazza distesa di lato,
il selciato.

C’era una via stretta
sono passati due scooter,
la via si è stretta ancora e ancora,
finché non ci siamo fermati
al bar, io e te,
e gli scooter parcheggiati.

Ci siamo seduti a un tavolino,
ce n’erano due,
e occupavano quasi tutta la strada.
Ho detto di nuovo che era bella questa città,
ma intendevo te,
me e te in questa città,
e quel tavolino che si reggeva a stento,
sulle sue zampe monche.

Tu hai detto di sì, e che dovevo ancora vedere il castello.
Ti ho chiesto se ci saresti tornato,
un giorno o l’altro, a vivere nella tua città.
Hai detto può darsi, magari tra qualche anno.

Quando sono tornata nella mia città,
l’ho trovata più brutta di quando me n’ero andata.
Più brutta di tutte le volte che me n’ero andata.
Che erano state almeno cinque,
anche se poi ero sempre tornata.

Ti ho portato con me,
ho aspettato che la nostra luce la rendesse migliore.
L’ho guardata mentre tu non la guardavi.
Ti ho chiesto perché avevi scelto me.
Mi hai detto che non lo sapevi,
che era tardi, che volevi tornare a Milano.

E io ho pensato che fosse perché la tua città, da lì, era troppo lontano.

Il giorno del giudizio

16 febbraio 2017 § Lascia un commento

PERSONAGGI:
Ivonne, 15 anni
Nina, 12 anni

SCENA I

Francia del nord. Regione della Somme. 1915. Giorno. Cortile di casa di Ivonne e Nina.

Ivonne e Nina sono sorelle. Hanno quindici e dodici anni. Sono in cortile e sono sole. Ivonne immerge un pollo in una pentola d’acqua bollente. Nina la osserva seduta su una cassapanca di legno. Le sue gambe non toccano terra. É a piedi nudi.

IVONNE: Questa sera lo zio cena con noi. Tu! Faresti bene a non farti trovare con le mani in mano. (tra sé) Con tutto quello che c’è da fare.

Nina osserva il fumo salire dalla pentola.

IVONNE: (sospirando) E scendi dalla cassa se non vuoi che ti ci chiuda dentro.
NINA: Come coi morti?
IVONNE: Scendi e infilati le scarpe.

Nina scende dalla cassapanca con un salto. Raccoglie un sasso e lo nasconde. Dà le spalle alla sorella e fissa la cassapanca.

IVONNE: Mi hai sentita?
NINA: Dici sempre le stesse cose.
IVONNE: Infilati le scarpe.
NINA: Non ci starebbe un uomo in quella cassa. Un bambino sì. Un bambino ci starebbe anche largo. Ma un uomo adulto dovrebbe essere magro e molto molto basso.
IVONNE: Per questo nella cassapanca ci mettiamo la legna, Nina. Le scarpe!

Nina si volta verso la sorella. Lancia il sasso nella pentola piena d’acqua bollente. L’acqua schizza contro Ivonne. Ivonne balza indietro. Il pollo affonda nell’acqua.

IVONNE: Per la miseria!
NINA: (sibilando) Shh. Ti ho vista.

Ivonne è furiosa. Si riavvicina alla pentola senza guardare in faccia la sorella. Acchiappa il pollo e lo appoggia sul ripiano accanto alla pentola, pancia all’aria. Comincia a spiumarlo con veemenza. Nina viene verso di lei. Quando è abbastanza vicina, si alza in punta di piedi per parlare nell’orecchio di Ivonne.

NINA: (sempre sibilando) Non ci starebbe uno dei tuoi soldati lì dentro. Né vivo né morto. Dovresti tagliargli le braccia, ma lo sai che non basterebbe. Dovresti tagliargli anche le gambe per farcelo stare tutto. Ma poi come farebbe a scappare? Tagliargli la testa. Ecco. L’avresti morto, certo. Ma basterebbe aspettare il giorno del giudizio, sperare che la sua anima non sia così stupida da andarsene sola, dimenticandosi del corpo. Una gamba o un braccio, quelli sì che si dimenticano. Ma la testa no Ivonne, le anime, dice lo zio, sono il pensiero quando è puro.

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Grazie dei polli, Flannery.

30 gennaio 2017 § Lascia un commento

Per essere un pollo che cresce fino a raggiungere sembianze e dimensioni notevoli, il pavone si affaccia alla vita con un aspetto infausto. Il piccolo ha il colore di quelle grosse e odiose falene che svolazzano attorno alle lampadine nelle sere d’estate. Unici a spiccare sono gli occhi, di un grigio luminescente, e una cresta marrone, che dai dieci giorni di vita inizia a spuntargli sulla testa e rassomiglia prima alle antenne di un insetto, e poi alle penne di un indiano. Nel giro di sei settimane gli compaiono sul collo delle chiazze verdi, qualche settimana dopo il maschio è già distinguibile dalla femmina per il dorso maculato. Quello della femmina sbiadisce gradatamente in un grigio uniforme ed essa assume in breve tempo quello che sarà il suo aspetto definitivo. Anche se sprovvista della lunga coda e di altri ornamenti di rilievo, non ho mai pensato che la femmina del pavone non fosse attraente. Anzi, un paio di volte mi è parsa che lo fosse anche più del maschio, più minuta e raffinata; ma sono momenti di audacia che non durano.

 

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Il piumaggio del pavone impiega un paio di anni ad acquistare la foggia naturale, e per il resto della sua esistenza questo pollo si comporterà come se l’avesse disegnata da solo. Eppure, nei primi due anni di vita lo si direbbe un’accozzaglia di stracci messa assieme da una mano priva di fantasia. Durante il primo anno il petto è marroncino, il dorso maculato, il collo verde come quello della madre, la codina corta e grigia. Nel corso del secondo, il petto diventa nero, il collo color blu regale e il dorso muta lentamente in quel verde e oro che poi conserverà, ma ancora niente coda lunga. Solo al terzo anno, con la piena maturità, conquista la coda. Per il resto della sua vita – e un pavone può campare fino a trentacinque anni – non avrà niente di meglio da fare che curarsela, arricciarla, lisciarla, danzare avanti e indietro dispiegandola, sgolarsi quando gliela calpestano, e inarcarla quando attraversa una pozzanghera.

[Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax, 2003, pp. 26 – 27 ]

Grazie dei polli, Flannery.

Lunedì 13 febbraio e lunedì 13 marzo
leggiamo Flannery O’Connor al Circolo Gagarin.

Tutte le info le trovate qui: https://www.facebook.com/events/640642619472951/

A causa dei nostri genitori separati

23 gennaio 2017 § Lascia un commento

A causa dei nostri genitori separati, ci separeremo da quello che siamo. Diremo tutto il contrario di mamma, faremo esattamente come papà.
Rientreremo molto tardi la sera, o molto presto la mattina, e non ci verrà in mente di doverci scusare.
Sapremo sempre cosa dire ai nostri amici.
Saremo saggi, maturi, precoci, vecchi.
A causa dei nostri genitori separati, impareremo con anticipo cosa significa compiacere, negoziare, soprassedere, solitudine.
Sapremo cosa intendono i nostri amici quando ci diranno di sentirsi in dovere di compiacere qualcuno, di negoziare al ribasso, di soprassedere a qualcosa per non creare guai. Ma soprattutto, sapremo esattamente cosa provano quando diranno di sentirsi soli.
Ci chiederanno di fare qualcosa.
Ma noi non sapremo cosa fare, perché a causa dei nostri genitori separati ci siamo sempre sentiti soli e non abbiamo mai pensato che fosse una condizione di cui potersi liberare.

Cominceremo a pensare – soltanto allora, soltanto grazie ai nostri amici – di poterlo fare. Di poterci sbarazzare della solitudine.
E sarà questa, per noi, la prima tappa di una lunga adolescenza.
Che a suo tempo, a causa dei nostri genitori separati, si era mescolata agli anni precedenti e agli anni successivi.
Metteremo tutte le nostre forze in una gerla. Ce la caricheremo sulle spalle, cominceremo a camminare. Le nostre forze si esauriranno. La solitudine resterà. Ci faranno male i muscoli delle gambe per tutto lo spazio percorso. Invidieremo le oche che migrano in gruppo. Ci fermeremo a guardarle, una sera che le bretelle della gerla ci avranno inciso le spalle fino a lasciarci il segno.
Sopraggiungerà la notte. Guarderemo le stelle, ci sentiremo banali, ci sentiremo degli archeologi più che degli astrologi, invece del futuro ci sorprenderemo a cercare il passato, l’inizio del tempo in una stella morta.
Un insetto ci farà il solletico ad entrambe le caviglie.
Ci diremo che non è possibile – ad entrambe le caviglie, contemporaneamente – che non è possibile sbarazzarsi della solitudine.

Ebbene.
Grazie ai nostri genitori separati, l’avevamo intuito.
L’avevamo provato. Avevamo sempre mal di pancia. Chiedevamo a chi ci era vicino se poteva, solo per un attimo, ascoltarci la pancia.
Questo accadeva molto tempo fa, quando eravamo saggi, maturi, precoci, vecchi e chiamavamo la solitudine mal di pancia.

Torneremo dai nostri amici.
Diremo loro grazie di averci chiesto di fare qualcosa.
All’improvviso ci sentiremo soli, ma sapremo di esserlo tutti quanti insieme.

3513_06[Io e mio fratello a Londra separati da un vetro]

Cam To Me | Spazio Asmara

6 gennaio 2017 § Lascia un commento

Lo scorso lunedì 5 dicembre Antonella Marinoni e le Missionarie Laiche di Cam To Me Onlus mi hanno invitata presso lo Spazio Asmara (via Asmara 4, Busto Arsizio) per raccontare cosa significa testimoniare di sé attraverso lo scrivere. Non ho capito subito bene cosa volessero ascoltare e mi sono chiesta se forse io non fossi qualcosa di troppo piccolo e inattendibile (per età ed esperienza) rispetto all’obiettivo altissimo che si erano poste.

Il video che trovate qui sotto (tutti gli incontri di Cam to Me sono documentati e inseriti in quello che è a tutti gli effetti un piccolo archivio di voci) è una chiacchierata destrutturata sul leggere e sullo scrivere, su quello che significa per me – ma questo viene fuori pochissimo perché ho immediatamente perso il centro del discorso – e su quello che ha significato per alcuni degli autori che paiono essersi incastrati nella maglia di quello che penso, dal momento che tornano continuamente quando rifletto sullo scrivere, come se avessero già detto, scritto, fatto tutto. La presentazione è di Piero Tosi, che è un mio caro amico e maestro.

Cam to Me ha un programma fitto e ospiti molto diversi tra loro a cui si chiede di intervenire con una testimonianza propria che rispetti il tema comune stabilito a monte e che in questi mesi è stato: “Oltre ogni precisione, correttezza e perfezione: la testimonianza“. Trovate il programma degli incontri organizzati presso lo Spazio Asmara qui.

Stagione 2016/2017: “Abitare lo Spazio di Mezzo“.
Ciclo: “Oltre ogni precisione, correttezza e perfezione: la testimonianza“.

Info: info@camtome.it
Sito: http://www.camtome.it/
FB: Cam To Me – Spazio Asmara | Public Group
YouTube: Cam To Me – Spazio Asmara | Archivio

Due epigrammi di Elio Pagliarani in omaggio al Referendum

4 dicembre 2016 § 3 commenti

Due epigrammi di Elio Pagliarani in omaggio
al Referendum, all’Italia nostra tutta, e alla sua Costituzione.

Omaggio alla salma di Fidel Castro
(1)

Voglio fare da grande
il pedone giurato

con il mitra di Stato
sparare alle gomme.

e (2)

Non so se avete capito:
siamo in troppi a farmi schifo.

Grazie Elio, Carolina.

[Da: E gli eccetera di un contemporaneo]