La città da dove vieni

21 febbraio 2017 § Lascia un commento

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Ho detto che era bellissima,
la città da dove vieni, perché
io vengo da un posto che non è bello,
nemmeno se lo guardi da innamorata.

Hai detto che sì, era così,
la tua città era bella,
avrei dovuto vedere anche questa parte
con la chiesa girata,
la piazza distesa di lato,
il selciato.

C’era una via stretta
sono passati due scooter,
la via si è stretta ancora e ancora,
finché non ci siamo fermati
al bar, io e te,
e gli scooter parcheggiati.

Ci siamo seduti a un tavolino,
ce n’erano due,
e occupavano quasi tutta la strada.
Ho detto di nuovo che era bella questa città,
ma intendevo te,
me e te in questa città,
e quel tavolino che si reggeva a stento,
sulle sue zampe monche.

Tu hai detto di sì, e che dovevo ancora vedere il castello.
Ti ho chiesto se ci saresti tornato,
un giorno o l’altro, a vivere nella tua città.
Hai detto può darsi, magari tra qualche anno.

Quando sono tornata nella mia città,
l’ho trovata più brutta di quando me n’ero andata.
Più brutta di tutte le volte che me n’ero andata.
Che erano state almeno cinque,
anche se poi ero sempre tornata.

Ti ho portato con me,
ho aspettato che la nostra luce la rendesse migliore.
L’ho guardata mentre tu non la guardavi.
Ti ho chiesto perché avevi scelto me.
Mi hai detto che non lo sapevi,
che era tardi, che volevi tornare a Milano.

E io ho pensato che fosse perché la tua città, da lì, era troppo lontano.

Il giorno del giudizio

16 febbraio 2017 § Lascia un commento

PERSONAGGI:
Ivonne, 15 anni
Nina, 12 anni

SCENA I

Francia del nord. Regione della Somme. 1915. Giorno. Cortile di casa di Ivonne e Nina.

Ivonne e Nina sono sorelle. Hanno quindici e dodici anni. Sono in cortile e sono sole. Ivonne immerge un pollo in una pentola d’acqua bollente. Nina la osserva seduta su una cassapanca di legno. Le sue gambe non toccano terra. É a piedi nudi.

IVONNE: Questa sera lo zio cena con noi. Tu! Faresti bene a non farti trovare con le mani in mano. (tra sé) Con tutto quello che c’è da fare.

Nina osserva il fumo salire dalla pentola.

IVONNE: (sospirando) E scendi dalla cassa se non vuoi che ti ci chiuda dentro.
NINA: Come coi morti?
IVONNE: Scendi e infilati le scarpe.

Nina scende dalla cassapanca con un salto. Raccoglie un sasso e lo nasconde. Dà le spalle alla sorella e fissa la cassapanca.

IVONNE: Mi hai sentita?
NINA: Dici sempre le stesse cose.
IVONNE: Infilati le scarpe.
NINA: Non ci starebbe un uomo in quella cassa. Un bambino sì. Un bambino ci starebbe anche largo. Ma un uomo adulto dovrebbe essere magro e molto molto basso.
IVONNE: Per questo nella cassapanca ci mettiamo la legna, Nina. Le scarpe!

Nina si volta verso la sorella. Lancia il sasso nella pentola piena d’acqua bollente. L’acqua schizza contro Ivonne. Ivonne balza indietro. Il pollo affonda nell’acqua.

IVONNE: Per la miseria!
NINA: (sibilando) Shh. Ti ho vista.

Ivonne è furiosa. Si riavvicina alla pentola senza guardare in faccia la sorella. Acchiappa il pollo e lo appoggia sul ripiano accanto alla pentola, pancia all’aria. Comincia a spiumarlo con veemenza. Nina viene verso di lei. Quando è abbastanza vicina, si alza in punta di piedi per parlare nell’orecchio di Ivonne.

NINA: (sempre sibilando) Non ci starebbe uno dei tuoi soldati lì dentro. Né vivo né morto. Dovresti tagliargli le braccia, ma lo sai che non basterebbe. Dovresti tagliargli anche le gambe per farcelo stare tutto. Ma poi come farebbe a scappare? Tagliargli la testa. Ecco. L’avresti morto, certo. Ma basterebbe aspettare il giorno del giudizio, sperare che la sua anima non sia così stupida da andarsene sola, dimenticandosi del corpo. Una gamba o un braccio, quelli sì che si dimenticano. Ma la testa no Ivonne, le anime, dice lo zio, sono il pensiero quando è puro.

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A causa dei nostri genitori separati

23 gennaio 2017 § Lascia un commento

A causa dei nostri genitori separati, ci separeremo da quello che siamo. Diremo tutto il contrario di mamma, faremo esattamente come papà.
Rientreremo molto tardi la sera, o molto presto la mattina, e non ci verrà in mente di doverci scusare.
Sapremo sempre cosa dire ai nostri amici.
Saremo saggi, maturi, precoci, vecchi.
A causa dei nostri genitori separati, impareremo con anticipo cosa significa compiacere, negoziare, soprassedere, solitudine.
Sapremo cosa intendono i nostri amici quando ci diranno di sentirsi in dovere di compiacere qualcuno, di negoziare al ribasso, di soprassedere a qualcosa per non creare guai. Ma soprattutto, sapremo esattamente cosa provano quando diranno di sentirsi soli.
Ci chiederanno di fare qualcosa.
Ma noi non sapremo cosa fare, perché a causa dei nostri genitori separati ci siamo sempre sentiti soli e non abbiamo mai pensato che fosse una condizione di cui potersi liberare.

Cominceremo a pensare – soltanto allora, soltanto grazie ai nostri amici – di poterlo fare. Di poterci sbarazzare della solitudine.
E sarà questa, per noi, la prima tappa di una lunga adolescenza.
Che a suo tempo, a causa dei nostri genitori separati, si era mescolata agli anni precedenti e agli anni successivi.
Metteremo tutte le nostre forze in una gerla. Ce la caricheremo sulle spalle, cominceremo a camminare. Le nostre forze si esauriranno. La solitudine resterà. Ci faranno male i muscoli delle gambe per tutto lo spazio percorso. Invidieremo le oche che migrano in gruppo. Ci fermeremo a guardarle, una sera che le bretelle della gerla ci avranno inciso le spalle fino a lasciarci il segno.
Sopraggiungerà la notte. Guarderemo le stelle, ci sentiremo banali, ci sentiremo degli archeologi più che degli astrologi, invece del futuro ci sorprenderemo a cercare il passato, l’inizio del tempo in una stella morta.
Un insetto ci farà il solletico ad entrambe le caviglie.
Ci diremo che non è possibile – ad entrambe le caviglie, contemporaneamente – che non è possibile sbarazzarsi della solitudine.

Ebbene.
Grazie ai nostri genitori separati, l’avevamo intuito.
L’avevamo provato. Avevamo sempre mal di pancia. Chiedevamo a chi ci era vicino se poteva, solo per un attimo, ascoltarci la pancia.
Questo accadeva molto tempo fa, quando eravamo saggi, maturi, precoci, vecchi e chiamavamo la solitudine mal di pancia.

Torneremo dai nostri amici.
Diremo loro grazie di averci chiesto di fare qualcosa.
All’improvviso ci sentiremo soli, ma sapremo di esserlo tutti quanti insieme.

3513_06[Io e mio fratello a Londra separati da un vetro]

Due epigrammi di Elio Pagliarani in omaggio al Referendum

4 dicembre 2016 § 3 commenti

Due epigrammi di Elio Pagliarani in omaggio
al Referendum, all’Italia nostra tutta, e alla sua Costituzione.

Omaggio alla salma di Fidel Castro
(1)

Voglio fare da grande
il pedone giurato

con il mitra di Stato
sparare alle gomme.

e (2)

Non so se avete capito:
siamo in troppi a farmi schifo.

Grazie Elio, Carolina.

[Da: E gli eccetera di un contemporaneo]

Sulla ruota di qualcun altro

23 ottobre 2016 § Lascia un commento

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Laddove io finisco è lì che cominci tu
dovremo tenerne conto
anche quando ci sembrerà di perderci
e saremo felici
e saremo disperati
perché ci si perde soli
e soli si ricomincia
nello spazio per poterlo fare
alberga tutta la speranza
che abbiamo puntato
sulla ruota di qualcun altro.

Più degli altri

19 settembre 2016 § Lascia un commento

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Al tuo funerale c’era il gonfalone del Comune. Non so se l’avresti voluto, comunque c’era. C’erano anche alcuni già visti di cui non ricordo i nomi, né i luoghi che li contornano al solito; ma ho avuto la sensazione che tu quelli non li avresti voluti. Mentre ero là e il prete parlava, la testa mi andava da molte parti. Ho pensato che la tua bara era grassa e grossa e che ti avevano fatto il funerale nella chiesa vicino al cimitero perché grasso e grosso com’eri facevano troppa fatica a portarti altrove. Pensavo queste cose mentre si diceva bene di te, mentre dicevano che eri un uomo di grande cultura e di grande umanità; ho pensato che tua figlia ha i tuoi stessi occhi e che negli ultimi anni parlavi a lungo e saltavi da un argomento all’altro e non si capiva bene dove volessi arrivare perché iniziavi a metà e non finivi, lasciavi sottinteso, ed eri certo che io capissi. Ho pensato alle tue sigarette più lunghe di quelle che fumano tutti: ti lasciavano più tempo per parlare, anche se gli altri il tempo non ce l’avevano. Ho pensato a tutti quei piccoli pezzetti di sigaretta lunga, in fila uno vicino all’altro, a formare un bruco di solitudine; al tempo speso a finirle da solo. Mi sono persa la bara che usciva, ho seguito la massa, non ho salutato quasi nessuno. Sono salita sulla mia auto e ho pianto.

 

Sopravviveremo

27 agosto 2016 § Lascia un commento

Sopravviveremo, noi, alla poesia e alla delusione. Le guarderemo schermandoci dal sole, con le mani che tremano a ogni battito.

Sopravviveremo, noi, alla poesia dell’amore altrui. La giudicheremo di fretta, come qualcosa che non ci riguarda.

Sopravviveremo, noi, anche alla poesia del nostro amore. La riconosceremo tardi, diremo di averlo sempre saputo.

Finché un giorno la delusione sará tale che soccomberemo al buio. Non diremo niente, aspetteremo soltanto.

Sfregando le lenti degli occhiali con la parte più dolce di cui siamo vestiti, aspetteremo soltanto che la poesia sia abbastanza.

Per sentirci di nuovo al sicuro.

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