Sopravviveremo

27 agosto 2016 § Lascia un commento

Sopravviveremo, noi, alla poesia e alla delusione. Le guarderemo schermandoci dal sole, con le mani che tremano a ogni battito.

Sopravviveremo, noi, alla poesia dell’amore altrui. La giudicheremo di fretta, come qualcosa che non ci riguarda.

Sopravviveremo, noi, anche alla poesia del nostro amore. La riconosceremo tardi, diremo di averlo sempre saputo.

Finché un giorno la delusione sará tale che soccomberemo al buio. Non diremo niente, aspetteremo soltanto.

Sfregando le lenti degli occhiali con la parte più dolce di cui siamo vestiti, aspetteremo soltanto che la poesia sia abbastanza.

Per sentirci di nuovo al sicuro.

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Rimae

28 luglio 2016 § Lascia un commento

Cade il teatro di Nicea, mio signore.
Si sgretola senza essere compiuto.
La pietra è sottile, friabile l’amore.
Ebbene, signore, che sia dunque abbattuto?
Dalle rimae, dalle crepe, sgorga un rio di terra fina
abbandona ciò che cede, cade insieme a ciò che resta
come il sangue del poeta che dalla crepa può la rima
un teatro dissanguato, un canto sordo, l’antica festa.

[Liberamente da e per Plinio il Giovane,
Epistualae ad Traianum imperatorem X 39]

Orientamento

5 febbraio 2016 § 1 Commento

Cercavano di rimandare la necessità di continuare a nutrirsi di pappagalli, la cui carne bluastra aveva un aspro odore di muschio.
«Non importa» diceva José Arcadio Buendia.
«L’essenziale è non perdere l’orientamento.»

[Gabrel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine]

gaga

 

Thought moves in circle

20 ottobre 2013 § 1 Commento

We are on a search for the spiritually significant, the magic in every day.
What will we find that’s worth passing down?
What will we conjure?
[Scott Alario]

Papà, non fa niente. Torna a stare da noi.
Non fa niente per la sedia rotta, non fa niente se sei gay. Sai cosa ci cambia, ti prego, torna a stare da noi.
Tesoro, sì che torno, ma deve passare un po’ di tempo.
Perché non torni subito? Se si vuole si torna subito.
Tu stai tranquilla, fai le tue cose. Cosa fai questo pomeriggio?
Niente.
Possibile.
Atletica.
Con questo freddo?
Non è il freddo. Le ghiande a terra sono pericolose.
Che? Ci sono le querce in pista?
No, è colpa del vento. Però tu torna.

L’ultima volta che ho visto mio padre non me la ricordo.
Deve essere stata una circostanza banale, non certo una di quelle occasioni irripetibili che il cervello registra per rispetto. Forse mi ha salutato prima di scendere a portare l’immondizia o mi ha detto che alla fine, per la copia delle chiavi, ci aveva già pensato Carl.
Con Carl, per esempio, è stato molto diverso. Non ci metto niente a ricordami l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo su una pista ciclabile davanti ad un negozio che vendeva porta asciugamano di metallo. Lui era lì impalato a guardare la parete attrezzata dalla vetrina; ogni tanto si scansava per far passare i ciclisti che venivano spediti perché la strada scendeva al fiume, costeggiando i binari della metro scoperta. Gli ho detto spostati Carl, dai fastidio alle biciclette. Lui si è spostato, ha cominciato a camminare verso la fermata del 12; per gli ultimi 30 metri s’è addirittura messo a correre. Mio fratello se n’è andato con lo zaino pieno di castagne matte per cacciare le malattie e una giacca che, tempo due settimane, sarebbe stata troppo leggera. Era il dodici di ottobre; faceva quel caldo inusuale che fa riflettere gli ambientalisti. Non ho mai pensato che potesse tornare a casa, da noi, Carl non è il tipo da ripensamenti e l’orgoglio è una cosa di famiglia.

L’ultima volta che ho visto mia nonna invece, ero affacciata alla finestra dell’ufficio. Il mio terzo piano davanti alla sua portafinestra. In mezzo una strada a senso unico, con le auto parcheggiate su entrambi i lati. Uno, due, tre portefinestra; la quarta è aperta a metà, ed ecco mia nonna che guarda giù in strada, i capelli bianchi come l’infisso in pvc dell’anta chiusa; il viso trasparente di vetro riflette l’immobile grigio dove lavoro io. La chiamo ma non mi sente. Non è che sia sorda, mia nonna, solo non sente bene e io ho i noduli alle corde vocali da quando ero bambina. Di dieci sedute dalla logopedista me ne sono bastate otto, poi basta, ha detto lei, problema risolto. La pubertà fa miracoli, ma la raucedine non se n’è mai andata.
Ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica di casa nostra. Vado a Senigallia, diceva. Che c’è morta la Rina e non so bene cosa fare, io. Vado a Senigallia dai Gobei. Salutami a tusa. Che poi sarei io, a trentaquattro anni e rotti e nessuna fede. L’ho ascoltato con una decina di giorni di ritardo, quando per sbaglio ci ho appoggiato sopra un cestino di plastica pieno di cachi. D’altronde la segreteria telefonica era una cosa di Carl; è che io perdo tempo ad interrogarla, non mi interessa sapere chi ci ha cercato mentre non c’eravamo, lo trovo contraddittorio. A Carl faceva un effetto diverso: si sentiva così americano che a fine giornata diveniva la segretaria di se stesso

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Quando avevo la tua età

25 settembre 2013 § Lascia un commento

Quando avevo la tua età mi sono innamorata di un ragazzo alto come me.
Era la prima volta che accadeva. Ci siamo incontrati un sabato pomeriggio in un locale che avevo sempre visto solo da fuori, con le mie colleghe, mai una volta che ci fermassimo a bere qualcosa. Subito dopo pranzo avevo preso la bicicletta ed ero stata due ore ad H&M. Mi serviva la lana. Sciarpe di lana, guanti di lana. Era l’unico negozio in salita di Mariahilferstraße e non si trovavano le casse. Per raggiungere i camerini dovevi farti duecento metri in pendenza, c’era almeno un metro di dislivello in salita, di quelli che se nevica son cazzi da spalare. In coda mi si era aperto lo yogurt nella borsa e aveva preso a colare per terra. Ho appoggiato la lana su una pila di maglioni; nella borsa mi sembrava di avere dei fazzoletti di carta. Ho preso quello di stoffa, l’ho trovato per primo. Lo yogurt s’era infilato tra una piastrella e l’altra e aveva formato un rigolo bianco, mentre stavo accovacciata a pulire, mi aveva superato di un metro. È stato in quel momento che mi sono accorta della salita. Hai mai fatto caso ai pavimenti di H&M, Anna?
No. Anna non sarebbe riuscita a finire la zuppa liofilizzata del menù del mezzogiorno. Era una cosa che ti davano per giustificare i sette euro e novanta di pollo al curry e riso. Zuppa e dessert. E salsa bianca, da mischiare al resto.
Quando sono uscita avrei voluto morire. La gente s’era moltiplicata e attraversare il marciapiede nel senso sbagliato dava un senso di impotenza. Avevo la sella troppo bassa e le gomme sgonfie. Ho pedalato fino all’unico ciclista che conoscevo e ci sono arrivata sudata, con la lana nello zaino. Ti decidi a buttarla?
Anna raddrizzò la schiena e indietreggiò appena, sulla sedia di pelle nera. Valutò se fare o meno l’aggiornamento dell’applicazione di TreNord. Non li prendeva dai tempi del liceo i treni di TreNord. E con l’Italia aveva chiuso.

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Di questo legno storto che sono io. Irene Paganucci

14 agosto 2013 § Lascia un commento

Non c’è tramonto se dopo andiamo al cinematografo.
[Elio Pagliarani]

 

Il libro di Irene mi è arrivato a casa mentre non c’ero. Ho trovato l’avviso nella cassetta della posta: era scritto in un tedesco talmente tedesco che sembravano in tedesco anche i numeri. L’ho recuperato ieri sera, nell’unica posta aperta fino alle 21, quella di Westbahnhof che è un po’ come fare un giro a Porta Nuova, con la biglietteria che sparisce in mezzo ai negozi. Da casa mia dista una decina di minuti a piedi.
Me lo sono letto tornando a casa, anche se non si fa, che si è distratti dai semafori e non si vede chi passa. Ma qui io non rischio di incontrare gente che conosco e allora posso permettermi certe villanie, tanto la mattina dopo non c’è nessuno che viene a recriminare saluti non ricambiati. L’ho letto tutto. Mi sono appoggiata alla vetrina del parrucchiere sotto casa per non lasciar le ultime quattro poesie da leggere dopo, chissà poi dopo quando.

Oggi sono andata a consegnare un pacco e trenta euro ad un tizio serbo che doveva arrivare su una Opel Zafira al capolinea di Siebenhirten. Tutto regolare, avevo con me delle robe da firmare e far firmare. Però il tizio era in ritardo quei quaranta minuti, che poi sono diventati sessanta, e allora a furia di caffettini e periferia stavo morendo di nostalgia. Che fare? Niente, mi sono detta, Caro stai lì e aspetta. Ce l’ha mai te il tempo di stare e aspettare? No, mai. Non so bene come si aspetta. E allora ecco che avevo in borsa il libro di Irene, da rileggere tutto, di nuovo, da seduta questa volta, con un sacco di tempo da perdere.

Ecco, io di poesia non ne so niente. Ma Irene sì. Quello che scrive è poesia, ed è così cristallino che non serve verificarlo da nessuna parte. Va a capo quando chi legge – sente – va a capo. Respira quando chi legge – sente – respira. Sorride, spesso lo fa gettando la testa all’indietro proprio come viene da fare a chi legge – sente. Altre volte indaga, ma poi si stanca e chiude bottega, come a dire che importa, alla fine importa a me e se a te non importa non è mica un dramma. Sono felice di essermi imbattuta in questo libro, piccolo e intimo. Di quell’intimità che vale per un mucchio di persone. L’ho scovato grazie agli amici de La Balena Bianca che sono attenti alle cose buone e Di questo legno storto che sono io (così si intitola il libro di Irene) è una delle cose più buone che mi siano capitate negli ultimi mesi.

Qui sotto riporto una delle poesie di Irene, la mia preferita per ora, anche se le preferenze sono precarie e scadono non appena ci si appresta a leggere di nuovo. La poesia si intitola:

Il coraggio l’hai preso dal mare

Il coraggio l’hai preso dal mare, al
porto, giù in spiaggia – le mani al riparo
dal freddo – il fiato d’un «Dai, dammi un bacio»,
l’insistere dell’onda a suggerirti
il convergere, l’incastro incosciente
dell’acqua nella falla, delle nostre
labbra. Che poi non fu tanto un baciare
quanto un combaciare.

Irene Paganucci, Di questo legno storto che sono io, Marco Saya Edizioni, pag. 40, euro 7.00.

Duck Holiday

5 giugno 2013 § 6 commenti

È stato quando le ho chiesto quanti erano che Diana mi ha guardato. Non lo fa mai, non ce l’ha l’abitudine di guardarmi negli occhi quando scopiamo. Li tiene aperti sulle cose attorno, tutte cose che non sono io; li muove a destra e a sinistra come biglie di vetro. Penso a quegli occhi che non mi guardano. Mi dico che non sono i suoi, che qualcuno deve averli dimenticati sul suo viso. Uno di quelli prima di me. Mentre scopo non faccio che cercarli, li cerco li trovo li perdo; devo vederli, è importante, perché dico, non so se ci riuscirei a scopare con una che non ha gli occhi da nessuna parte.
L’uomo ha una mano alzata, è appoggiato ad un palo arrugginito, subito sotto un’insegna pubblicitaria. Ha il piede ingabbiato da un tutore grigio e una guaina di ferro lo avvolge fino al ginocchio. Accosto a ridosso della rotonda, all’uscita dell’autostrada, un pugno di metri prima di imboccare corso Giulio. Tiro giù un poco il finestrino e un odore caldo di benzene invade l’abitacolo.
Quando Diana mi ha guardato è successo di nuovo: siamo usciti da Matrix. Io con l’ennesimo preservativo sprecato e lei con la sua mano pronta a tirarsi le coperte sul seno.
«Dodici.»
«Scusami, non riesco a controllarmi.»
Diana non mi guarda, nemmeno adesso che cerco di sostituirmi alla sua ombra. Mi vedi cazzo, mi vedi Diana? E invece le dico soltanto di scusarmi.
L’uomo ha il collo minuto e le ossa delle dita si aggrappano al vetro.
«Lei di posto ne ha.»
«Che ha fatto alla gamba?»
«L’ho operata da poco.»
Gli apro la portiera. L’uomo si sistema sul sedile passeggero. Non ha bagagli, solo una stampella e un cappellino da baseball.
«Con la Fiesta non era mai successo; era successo con la Clio di mia moglie, hai voglia s’era successo; ma con la Fiesta mai.»
Metto in moto, non so nemmeno dove devo portarlo ma il pensiero che Diana possa essersela presa davvero mi occupa tutta la testa. Dodici. Dodici in fila prima di me. E magari li ha pure guardati negli occhi.
Diana si alza e io resto a letto, faccio sempre così. Le tendo una mano quando è di spalle, nella speranza che la veda e si giri. Che tra noi ci sia quell’intesa eccezionale che guida i gesti degli innamorati veri. Torna con una tazza di latte e cioccolato; ha il viso in ombra ma lo so che non sorride.
«Sono un coglione Diana, mi attacco alle puttanate.»
Si rimette a letto, appoggia la schiena al cuscino ed incrocia le gambe. Mi affretto a coprirle le ginocchia, le cosce nude, a ventaglio; le copro dal freddo dei serramenti maceri, la copro del freddo di agosto che non c’è. Fa caldo infatti, caldo da morire. La abbraccio, sono un coglione. Diana, lo sai che sono un coglione. Dodici, tredici, che siano duecento, che importa in fondo se sono duecento? Lei accende lo stereo col telecomando. È il suo piccolo vezzo. Telecomandare le cose senza guardarle.
«Che fa non gira?»
Mi ero dimenticato del vecchio zoppo.
«Dove la devo portare?»
«Vado dove va lei.»
Corso Grosseto è sempre pieno di lavori in corso, che cazzo. Do un’occhiata veloce al telefono ma Diana non chiama mai. Sono sempre io che ho bisogno di sentirla.
«La metto dietro che sono scomodo.»
Per un attimo penso che il vecchio voglia darmi un colpo in testa con la sua stampella. E invece no, vuole davvero appoggiarla sul sedile posteriore.
«Verso San Paolo, Parco Ruffini. In Piazza Sabotino passano un mucchio di autobus, se è d’accordo la lascio da quelle parti.»
«Mia moglie fa come lei, cerca di mettermi nelle condizioni migliori perché me la possa cavare da solo. Stiamo divorziando. Mi porti sulla Dora.»
Cristo. Il telefono mi scivola sotto il sedile; con un piede lo sposto di lato, ho il terrore che si infili proprio sotto la frizione.
«Non mi faccia tornare indietro, per piacere. La lascio su Corso Potenza, la Dora la raggiunge da lì.»
«Venga con me. Diamo da mangiare alle papere.»
«Non ci sono papere nella Dora, capo.»
«Saranno in vacanza.»
Ride. Che cazzo ride.
«Non ci parliamo da due anni. E adesso divorziamo. Sono arrivato a sessant’anni e mi tocca divorziare. Saranno in vacanza.»

Stamattina Diana è uscita prima di me. Non ha detto una parola. La deludo di continuo, e poi faccio di tutto per giustificarmi, perché lei mi veda migliore di quello che sono. Non è tornata per pranzo e io attacco alle due. Di solito le lascio un biglietto per dirle dove vado o perché non l’ho aspettata. Credo che la faccia contenta, ma non so più se è vero. Forse lo butta senza nemmeno leggerlo. Le dico sempre che non importa, per ogni cosa le dico fa niente, dopo che ho dato di matto. Non importa Diana, non importa.
Il ponte di Corso Tassoni è tra i più squallidi di Torino. Ci sono tre corsie e le macchine sono sempre incazzate. Il vecchio scende dalla macchina senza la stampella. Si appoggia alla ringhiera di ferro e mi fa un gesto con la mano. Metto le quattro frecce, ma forse era un segno perché me ne andassi. Guardo ancora il telefono.
«Ivan! Vieni!»
Scendo dall’auto con la stampella e lo raggiungo.
«Guarda!»
Guardo nella direzione della sua mano. Mi appoggio alla stampella e strizzo gli occhi: sono diventato miope negli ultimi quattro mesi e non mi sono ancora abituato.
«Non erano in vacanza. Bugiardo. Sei proprio come mia moglie. Un fottuto bugiardo.»
Già, non importa. Ma che siano dodici, non uno di più. O vado fuori di testa.

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