Case

18 febbraio 2013 § Lascia un commento

Gli americani traslocano continuamente. Non c’è niente di stabile nelle loro vite. Non le loro città, che cambiano faccia ogni giorno, non i loro lavori, anche questi precari, non le loro classi sociali, variabili come azioni di borsa. Nemmeno i loro successi. Né i matrimoni, o le famiglie, disaggregate e disperse. Meno che mai le case. Gli americani migrano coi soldi, con le occasioni. Traslocano in altri quartieri, in altri sobborghi, città, stati – incapaci di fissarsi, accontentarsi o conservarsi.

Di questi tempi tutti si spostavano freneticamente, demolivano, abbattevano, costruivano villette palazzi, grattacieli. I bianchi lasciavano downtown, gli irlandesi l’east side, i cinesi migravano ad ovest, i tedeschi salivano a midtown, nelle case lasciate vuote dagli americani che si sistemavano di fronte a Central Park. Gli italiani traghettavano a Chelsea e Bryant, gli ebrei nel west side, i negri scendevano ad Harlem, i portoricani si installavano nei basamenti abbandonati dai dago, gli artisti nelle soffitte del Greenwich Village, i clandestini nelle case di legno fatiscenti rimaste vuote sulla Bowery.

Siccome, mentre tutti si muovevano, lei restava ferma, Vita aveva suggerito al padre di farsi pagare per ospitare le case degli altri.

[Melania G. Mazzucco, Vita, Rizzoli p. 403]

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Le avventure di Platone: la casa

28 marzo 2012 § Lascia un commento

Si trattava di nuovo di una questione di principio. Che Giuliano promettesse di offrirsi volontario il sabato mattina, per uscire interrogato sull’arte degli Egizi, e poi restasse a casa influenzato senza dire niente a nessuno, a Platone e a Firmino dava un fastidio bestia.

Firmino, di suo, aveva sempre un piano B. «Non funziona. Stavolta Firmino non funziona neanche se piangi. Finisce come quando ti hanno preso al corso di arte circense. Ti sei stancato dopo neanche mezz’ora. La prof. ti manderà a posto ancora prima che tu le faccia la proposta». Firmino s’era preparato l’analisi di Guerre Stellari, usando le categorie del figlio di un suo amico, che tutti dicevano fosse un bimbo prodigio. Le categorie erano tantissime, e Firmino faceva più fatica a ricordarsi quelle, che la trama della trilogia col nome italiano unita alla trama della trilogia col nome inglese. Aveva intenzione di spiegare in italiano Star Wars e in inglese Guerre Stellari, e divenire esempio vivente di colui che concilia oggetto e linguaggio, e che fa della diversità d’espressione un’arma pacifista.

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L’alba di notte

3 novembre 2011 § Lascia un commento

Ce ne stiamo lì e nessuna sa bene cosa dire. Tra me e te e l’inizio della pista ci saranno sì e no tre metri. Formiamo una sorta di triangolo rettangolo silenzioso. Io, te, la pista. Tre nei in questa luce innaturale piena di rumori. L’alba di notte, sopra la Malpensa, è una bolla che tiene dentro tutto quello che ci sta. Come un ascensore lo inghiotte e avanza. Guardo l’aeroporto come si guarda un UFO, con la stessa superficialità che fa sentire forti, il senso di superiorità vile che sostituisce la pigrizia quando ciò che non si conosce è da molti giudicato inspiegabile.

Ne fanno una malattia gli uccelli, di questa luce. Non riescono a migrare davvero, il bagliore li inganna facendosi credere altro. Il corridoio naturale del Parco del Ticino è sporco di una macchia nuova. Tu hai la felpa illuminata a giorno anche se sono le tre del mattino. È come se ci costruissero una piramide in bagno Elisa, e tu che fai sempre lo stesso percorso dalla camera al bagno te la trovi tra i piedi, cambi la rotta, passi sopra una piastrella su cui prima non passavi e raggiungi la tavolozza. Che sfortuna, non è una buona piastrella quella, è montata male, la via di fuga è stuccata alla buona, non è una piastrella da passeggio, è una piastrella vicino al water. Tanto vicino che chi vuoi che ci passi. Ma tu ci passi sopra e lei alla lunga collassa, si spezza. Per colpa della piramide Elisa, non del muratore. Per colpa dell’aeroporto Elisa, non del riscaldamento globale.

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