Sopravviveremo

27 agosto 2016 § Lascia un commento

Sopravviveremo, noi, alla poesia e alla delusione. Le guarderemo schermandoci dal sole, con le mani che tremano a ogni battito.

Sopravviveremo, noi, alla poesia dell’amore altrui. La giudicheremo di fretta, come qualcosa che non ci riguarda.

Sopravviveremo, noi, anche alla poesia del nostro amore. La riconosceremo tardi, diremo di averlo sempre saputo.

Finché un giorno la delusione sará tale che soccomberemo al buio. Non diremo niente, aspetteremo soltanto.

Sfregando le lenti degli occhiali con la parte più dolce di cui siamo vestiti, aspetteremo soltanto che la poesia sia abbastanza.

Per sentirci di nuovo al sicuro.

Coordinate

17 ottobre 2015 § 2 commenti

Di Coordinate, la raccolta di Giulia Colombo uscita per Giovane Holden Edizioni, c’è una poesia che mi piace più delle altre e che riporto qui sotto. Si chiama Essere Vecchi e dice:

Non c’è che un modo di invecchiare
ed è chiuderci
nella parte di noi che immaginiamo più adatta
a salutarci per ultima.

Per questo è così difficile vedere la notte
quando si avvicina:
c’è sempre un agio virtuale
nell’avvicinarsi alla china.

Il cedere del corpo non corrisponde
a un momento, ma a una tendenza senza nome
che colora di terra e di spazio i pensieri
immutati della giovinezza.

coordinate

Io e Giulia parleremo del suo libro il 5 novembre alle 21.00 presso la Biblioteca Comunale di Busto Arsizio.
Il consiglio è di leggerlo prima così, durante la serata, potrete godervi le poesie lette ad alta voce, liberandovi (liberandoci) della smania di comprenderle in pochi secondi.

Un altro lunedì

24 dicembre 2014 § Lascia un commento

Dilla, dilla – la poesia di Natale dilla! –  ti prego.

“Dico chi finirà all’Inferno:
I giornalisti americani,
I professori di matematica,
I senatori e i sagrestani.
I ragionieri e i farmacisti
(Se non tutti, in maggioranza);
I gatti e i finanzieri,
I direttori di società,
Chi si alza presto alla mattina
Senza averne necessità.

Invece vanno in Paradiso
I pescatori ed i soldati,
I bambini, naturalmente,
I cavalli e gli innamorati.
Le cuoche ed i ferrovieri,
I russi e gli inventori;
Gli assaggiatori di vino;
I saltimbanchi e i lustrascarpe,
Quelli del primo tram del mattino
Che sbadigliano nelle sciarpe”.

Così Minosse orribilmente ringhia
Dai megafoni di Porta Nuova
Nell’angoscia dei lunedì mattina
Che intendere non può chi non la prova.

Avigliana, 28 gennaio 1946
Primo Levi, Ad ora incerta

Irene Paganucci e Andrea Tomaselli

5 giugno 2014 § Lascia un commento

Due autori. Le loro poesie e una poesia manifesto.
Domani, dalle 18.30 alle Libragioni di via Bardelli 11 a Milano – MM2 Lambrate.

poesia

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa

[Eugenio Montale – Satura]

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Nient’altro da dire.

5 aprile 2014 § Lascia un commento

libricino

Poesia di Alessandro Monticelli tratta da un libricino senza copertina né titolo che ho trovato a casa mia. So solo che è del 2003 e sta in una mano. Le parole che non si leggono sono e, città, Tutti e riuscire.

Smarrirsi

22 febbraio 2014 § 2 commenti

Negli ultimi mesi ho cambiato un po’ di posti, case, lavori. Basta niente, quando le coordinate cambiano, a far perdere le costanti buone abitudini. Così sto ricostruendo un po’ di quella che l’illuminante (bravissimo) Aleksandar Hemon chiama ne Il Libro delle mie vite: “Geografia dell’anima”. Hemon ci parla del suo tanto obbligato quanto rocambolesco trasferimento a Chicago dalla Sarajevo assediata, ci dice della difficoltà di familiarizzare con «quella cosa abbandonata nello spazio americano» che all’inizio Chicago è per lui.

«Il bisogno di conoscerla fisicamente, di situarmi nel mondo, non era soddisfatto», ci dice «ero metafisicamente sofferente perché non avevo ancora capito come essere a Chicago.» Lo sradicamento di cui parla Hemon è metafisico e fisico insieme: vorrebbe a Chicago quello che ha avuto a Sarajevo, ossia una collocazione umana all’interno di una rete geografica. Ha la necessità di ricomporre quell’infrastruttura personale di contatti umani, «la tua kefana, il tuo barbiere, il tuo macellaio», che definiscono l’identità profonda di ognuno, attraverso la memoria collettiva, le cose che si dicono, che si accumulano negli anni, che stabiliscono il senso di quello che si è stati, collocandoci – nel bene e nel male – ontologicamente e geograficamente.

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Ho letto Hemon con estremo piacere e cercato di tenere salde certe costanti che credo essere parte di me stessa: scrivere per esempio, scoprire nuovi luoghi di letteratura e con loro persone appassionate. Mi sono imbattuta in Crapula e in O Metis una rivista che è una miscellanea di pezzi, diversissimi e coerenti, che a breve sfornerà il secondo numero; ho continuato a leggere (e scrivere per) La Balena Bianca che ormai è diventata grande e autorevole; a dare un’occhiata giornaliera o quasi, alla rivista di Violetta Bellocchio: abbiamoleprove fa commuovere, incazzare, ridere, riflettere.

Poi ci sono cose che qui sopra non ci stanno, perché sono troppo lunghe, perché mi tormentano e le penso troppo ma per poco tempo, perché non ho ancora trovato un posto adatto a loro. E allora oggi che è un bel sabato di primavera, qui sopra ci metto una poesia che ha a che fare con tutta questa storia dell’esserci. Una poesia breve, si intitola Smarrirsi. L’ho scritta il 9 Settembre 2013, di lunedì, nella mia stanza di Vienna seduta su una poltrona di vimini. Smarrirsi dice:

smarrirsi
è ritrovarsi
in tutte le parti

Quella poltrona mi manca molto.

L’ opinione

11 gennaio 2014 § 4 commenti

Le giornate che iniziano tardi
non ingranano,
restano per ore nella stessa posizione.
Durano,
come le mancanze,
il tempo stabilito dalla luce.
Hanno le ginocchia dolenti
per lo spazio negato alla distensione delle gambe.
Mancano di ritmo,
vuotate non della presenza di qualcosa,
di qualcuno,
ma del suo prezioso punto di vista.

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