About New York

13 aprile 2016 § Lascia un commento

«Senti, Faith, perché non racconti la mia storia? Hai raccontato le storie di tutti fuorché la mia. Non voglio dire tutta la mia storia, questi sono affari miei. Probabilmente non ce la faresti. Però mi hai omesso dalle altre storie, eppure io c’ero. Dov’è Cassie? Dov’è la mia vita. È tutto un donne e uomini, donne e uomini, scopare, scopare. Maledizione, in tutto questo, dove diavolo è la mia vita d’amore per le donne? E non ha senso, perché noi siamo amiche, lavoriamo insieme, io ti sto a cuore almeno quanto Ruthy e Louisie e Ann. Loro le metti sempre dappertutto; è proprio strano, perché mi hai tenuto fuori dalla vita di tutti?»

[Ascoltare, Grace Paley in New York Stories a cura di Paolo Cognetti]

Questa sera, ore 21, Circolo Gagarin, via Galvani 2/bis, Busto Arsizio (Va)

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Conversazione

31 gennaio 2015 § Lascia un commento

Allo sportello delle poste di via Zarotto c’è una signora che sembra una matta. Ha una parlata campana, stridula e polifonica; si rivolge contiguamente a persone diverse, senza che vi siano pause tra una questione e l’altra, tra una persona e l’altra, come se stesse tracciando una lunga linea con un pennarello. Non le importa che quelle stiano dalla mia parte del vetro o dalla sua, o che sia io a nemmeno mezzo metro di distanza o il postino con i pacchi che grida alle mie spalle. La signora ha capelli bianchi e lisci, fermati in un codino a mezza altezza; a fare il suo lavoro è bravissima: un motorino. Ti guarda con quel modo sgarbato e svelto, «che c’hai oggi?» dice, e intanto ha già acchiappato le mie lettere. Fa quattro persone mentre allo sportello accanto ne fanno una. Fa le persone che non sono in coda e riesce a non farsi insultare da quelli che in coda ci sono da mezz’ora. Dà le informazioni, dà i moduli per le raccomandate per l’estero da sotto il vetro; quando sono rientrata dalle vacanze mi ha chiesto «com’è che non sei più venuta?», ma poi ha risposto lei alla sua domanda, perché le sue sono domande e risposte retoriche. Ho avuto il sospetto che faticasse ad ascoltare e che preferisse fare di testa sua per non perdere tempo a capire, ma in più di un’occasione ha dimostrato che non è così: lei capisce più di quello che lascia intendere di capire, capisce quando non ho i soldi abbastanza, mi fa spedire tutto e la volta dopo si ricorda i centesimi che le devo. Se non capisce è perché ho parlato a volume troppo basso, allora lei ti risponde lo stesso ti dice «per piacere cosa dici, eh qui sto, c’è il vetro di mezzo che ti credi» e si gira e clicca e timbra e mentre timbra è di spalle e continua a parlare.

Questa signora assomiglia a quest’altra signora qui, su cui puntano tutti i microfoni.

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Lei è Grace Paley.
Io a Grace Paley sono arrivata tardi.
Ho letto un suo racconto per caso, poi un libro di racconti per curiosità, poi un altro libro di racconti per scelta.
Poi questo – bellissimo – articolo di Paolo Cognetti di ormai qualche tempo fa. Il pezzo è la prefazione a Fedeltà, la raccolta in versi di una donna anziana (così si definisce Paley in uno dei suoi canti), che ritorna alla poesia (o che forse non l’ha mai abbandonata), uscita nel 2011 per Minimum Fax. Dall’articolo si arriva anche qui, dove scorrendo la pagina fino in fondo si trova il trailer di un documentario su Paley attivista e scrittrice newyorkese.

In Enormi cambiamenti all’ultimo momento (Einaudi) c’è un racconto che si chiama Conversazione con mio padre. Qui Grace/Faith conversa con suo padre sul suo modo di scrivere racconti. Di solito mi danno noia quei pezzi autoreferenziali dove chi scrive racconta di come scrive: all’inizio mi incuriosisco poi però faccio presto a stufarmi.

Questo racconto inzia con il padre della voce narrante in ospedale che chiede alla figlia di scrivere una storia semplice. Questo padre ha le idee chiare: vuole una storia come la scriverebbero Čechov o Maupassant, un bel personaggio riconoscibile e poi via via i fatti che gli accadono attorno. La richiesta ha il sapore dell’ultimo desiderio di un moribondo con il fisico a terra e il cuore «che gli inonda ancora il cervello di luce». Il padre però aggiunge anche un’altra cosa: dice alla figlia che vuole un racconto come quelli che era solita scrivere una volta, all’inizio. Come accade con queste cose, la figlia non si ricorda di aver mai scritto in quel modo, così, un po’ per sfida e un po’ per far contento il padre, gli promette che lo farà.

Poi si rivolge al lettore e confessa francamente di non amare quel genere di storie con la trama che scorre diritta da un punto all’altro, «non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranza. Qualunque personaggio si merita un destino aperto nella vita».

A questo punto la figlia butta giù la storia di una sua vicina di casa a Manhattan, una donna con un figlio che all’età di qundici anni comincia a bucarsi. La donna inizia a fare lo stesso, per amicizia e per il fatto che è una cosa da giovani e lei con la giovinezza ha una certa dimestichezza. Accade che il figlio, tra una cosa e l’altra, riesce a uscirne e lascia casa, città e madre, della quale si dice disgustato. La donna vive ancora oggi sola nel suo dolore e i vicini vanno spesso a trovarla.

Il racconto è finito ma il padre non è soddisfatto e rimprovera la figlia di aver lasciato fuori un mucchio di cose, che i narratori russi mai e poi mai avrebbero eliminato. Comincia col criticare un altro racconto della figlia, contenuto nella stessa raccolta. Il racconto si intitola Faith sull’albero e il padre ha da dire sul fatto che si possa scrivere un racconto di una donna che conversa del più e del meno seduta su un albero, attorniata da bambini, un’amica seduta a terra e con i passanti che ogni tanto si fermano a parlare. Al padre interessano una serie di cose precise: vuole sapere com’erano i capelli della donna, com’era la sua famiglia. La figlia lo accontenta: una donna bella, lunghe trecce pesanti, figlia di professionisti venuti da fuori, i primi a chiedere il divorizio in quella contea. Questa cosa che mai nessuno si sposi nei racconti della figlia manda il padre in bestia. Dice che è una cosa molto importante. La figlia si difende; «è solo la storia di una donna intelligente, arrivata a New York City piena di interessi amore fiducia eccitazione, molto moderna, e di suo figlio». Ma a questo punto è il padre che passa dalla parte della ragione: se la storia è quella che la figlia ha raccontato, questa donna così tanto intelligente non può essere. Scacco matto. La figlia ammette che effettivamente il padre ha ragione. «In realtà è proprio questo il guaio dei racconti. I personaggi partono sempre bene. Sembrano straordinari, man mano che la storia va avanti salta fuori che sono solo persone normali con una buona educazione. Qualche volta capita il contrario, il personaggio sembra sciocco e ingenuo ma poi ti frega e non riesci più a escogitare un finale plausibile».

Il padre, che aveva fatto il medico per vent’anni e l’artista per i restanti venti, si dimostra interessato ai segreti del mestiere e chiede alla figlia come si comporta quando le cose si mettono male. «Di solito lascio decantare un po’ la storia» risponde «fino a quando riesco ad arrivare a un compromesso tra me stessa e l’ostinato protagonista». Il padre si spazientisce e intima alla figlia di non perdere altro tempo e di riscrivere la dannata storia. A questo punto abbiamo un altro racconto che parla di un centro di tossicomani intellettuali che sanno quello che fanno, di un periodico dal titolo: “Oh! Cavallo d’oro!”, di una donna che preferisce stare dalla parte dei giovani invece che con la sua generazione, di una conversione davanti a un film di Antonioni e quattro versi in corsivo di una buffa poesia. Il figlio smette di bucarsi, la madre no. E il racconto finisce con la parola ‘fine’. Il padre si aggrappa a questa fine. Alla fine della storia, alla fine di una persona, che tragedia! Ma la figlia non ci sta, la sua non è mica una tragedia. «Un passato da tossicomane! Può essere meglio di una laurea di pedagogia» se sfruttato come si deve. Perché il cambiamento è sempre possibile. Il padre si sdraia, chiude gli occhi e dice «No».

Non vi dico come finisce questo racconto. Perché vale la pena gustarsi almeno il finale; ha a che fare con la responsabilità di raccontare le cose come stanno per la fiducia che si può instillare in chi legge. A tema c’è lo scontro tra due verità, quella creduta e quella reale, che, come spesso accade, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma che esigono di essere dibattute fino alla noia, in quella che Paley definisce ‘conversazione’, ossia un acceso scambio di opinioni su sfondo amabile.

Microsentimenti

10 gennaio 2015 § Lascia un commento

L’infanzia finisce
Finisce la giovinezza
Anche l’età adulta finisce
E la vecchiaia.
Perché, figlie mie,
Credete
Che la vecchiaia sia diversa?

Poesia del padre di Faith
[uomo con gli occhi sporgenti e la faccia pallida da uccello]
Faith nel pomeriggio, Grace Paley

Una cura

Una voce forte, di donna. Di una donna molto più vecchia di te e piena di difetti. Una donna letta, la cui voce è rimprovero e allo stesso tempo rifugio. Una serie di fatti incontrovertibili: situazioni e persone non si possono cambiare; Brooklyn non è la Brooklyn che ti immagini cara, le cose sono come sono là sotto, e quella voce corre civetta e mai tace e racconta di sè, di altri e giudica e squarcia con la sua forchetta tutta la tela, la pagina e urla – quel libricino di 123 pagine – urla e il tuo fastidio – Carolina mia – non è altro che la sua estrema, attraente, sicurezza.

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Un luogo sconosciuto, ma elettivo. La cui quota strida con quella del tuo spirito. Alta montagna? No. Mai stata una con la voce forte ma nemmeno dallo spirito pacato: la risposta è pronta, il cinismo facile, l’umore complicato. E allora una valle semplice, senza niente da vedere. Una valle che non fa ridere, impreparata ad accogliere chicchessia. Buia, ma che anela fino all’ultima goccia di luce, e si costruisce uno specchio di 40 mq per abbracciare più raggi di sole possibili per poi scaraventarli mille metri più in basso, nella piazza di un paese che fa 207 ombrosi abitanti. E un’osteria.

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Servirà il sale grosso? Lo porto. Porto anche tre dita d’olio e lo scalogno, e la passata, e bustine di tè, e una salsiccia piccante. Mais, panna, un cavolo verza da non fare marcire in frigo. Una bottiglia di vino. No, l’ho dimenticata questa, insieme allo spremi agrumi. Poco male, sulla buccia butterata degli agrumi uso i denti ma il vino no. Non si sostituisce con la tisana della sera, con il pane tostato sulle piastre elettriche. È una baita, ci si arriva a piedi, neanche dieci minuti di strada. Ma tanto a pesare davvero c’è solo la bottiglia dell’olio e una solitudine cucita addosso come una cerniera che tiene insieme i pezzi del mio corpo. Un vecchio film di Cronenberg.

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Ci si abitua. Alla bellezza come al dolore, al riscaldamento centralizzato, al soppalco, alla pioggia che cade ogni giorno, per un intero mese. Si smette di essere saggi quando una persona che conosciamo da poco ci dice quanto lo siamo. Non ci avevamo mai pensato, quanto più saggi possiamo ancora diventare? E mentre lo pensiamo ecco che la saggezza se ne va, come solvente per lo smalto dimenticato senza tappo; se ne va – la stronza – e noi diveniamo precipitosi, iracondi. Hai voglia, ad abituarti alla nuova tu. Tu precipitosa, tu iraconda. Ad accettare che non è come credevi, che non si arriva da nessuna parte, che si gira – macché in tondo – si gira a culo, come un ubriaco che deve attraversare la strada e a malapena si regge in piedi. E cos’è questo tic tac? E il segnale per fare attraversare i cechi, testa di merda.

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Se i piedi sono caldi, anche il resto del corpo è a suo agio. La mattina lavoro meglio, il pomeriggio le idee si appiattiscono una sull’altra, divengono sudicie e buone solo per giocarci a carte. Chi canta, infine, prega due volte. Esco, di mattina non troppo presto, con le stesse scarpe che ho portato in Portogallo ad agosto. Esco senza scrivere una parola, senza aver lavorato niente, forse senza nemmeno essermi lavata i denti. Perché la luce poi se ne va e bisogna approfittarne. Perché in montagna come a Milano io le cose le calcolo sempre, mi ripeto le cose con ordine, cosa fare prima, cosa fare dopo, se riscaldare il sugo al tonno, mi raccomando Carolina metti a bagno le lenticchie. Poi torno. Le lenticchie sono di quelle in scatola di latta, molli, paradossalmente le puoi mangiare dal vasetto. La sera scrivo tutta la sera, muore Pino Daniele, metto su un disco celebrativo, canto le ultime, quelle melense del suo periodo melenso. Sto bene. In barba la dipendenza, come quell’amica di Faith che in barba all’eternità ficca una foto di famiglia sottovetro. Leggo la storia dei marò su Giap, leggo anche i commenti, la discussione, ci metto più di due ore. Mi alzo solo per andare a pisciare.

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Poi, a letto, prego. Il tiadoro, non lo ricordo tutto. Sento il disagio che sale, lo stesso che mi faceva ripassare il Gesùdamoreacceso prima delle confessione. Ero abbastanza bambina che ben piantata sull’inginocchiatoio mi veniva comodo appoggiare il mento sullo schienale della panca davanti, mollare le mani, provare a stare in equilibrio, distrarmi, tocca e me. Cazzo. Primo peccato: parolacce. Mi addormento, il disagio resta, mi sveglio spesso. La mattina torno a camminare. Alpe Cavallo. Sul sentiero mi guardo le spalle. Ho letto che ci sono le marmotte chiassose, anche se quello appena superato è un villaggio buddista che negli anni Novanta brulicava di gente. La donna che incontro ci tiene a ricordarmelo: era pieno di bambini. Non come adesso. Io mi guardo intorno, mi guardo le spalle sul sentiero che arrampica, fotografo l’inchiostro sulla roccia, come pollicino, ho il terrore di perdermi. Ho il terrore dell’ultimo treno, dei libri di cui non si trovano più le ristampe, dell’ultima – l’unica – occasione. Ma in montagna sono i microsentimenti che tengono in vita. Il segno di un sentiero dopo dieci, dodici minuti di panico, è dolce come il bacio di un’amica che non è brava con le parole. Rinfranca come un nome comune di cosa, maschile, singolare. Incontrare qualcuno, se si è soli, spaventa. Se non si è soli, normalizza. Sentirsi accaldati, dopo un lungo tratto di sole, spogliarsi, sedersi, sorridere mentre si beve, tornare sui propri passi, cercare casa dall’alto, rientrare, cucinare in maniche corte, il soffritto che si prende tutto lo spazio, e poi rimettersi a scrivere, di sera, quando le idee dormono, quando la stanchezza scende e io ho sempre caldo.

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Accade di rado, ma quando accade credo sia una cosa preziosa. Che un microsentimento sbuchi da dietro lo zoccolino, accanto alla porta d’ingresso della casa di provincia dove vivo. Quando accade mi ci aggrappo, è la coda di un topo mi dico, non di lucertola. Se la afferri per bene, Carolina, non si stacca da lui ma si attacca a te. Allora c’è qualche coda di topo adesso, non sono ancora brava ad afferrarle, ma ne ho vista una ieri sera tardi, e nemmeno avevo acceso la luce. Forse era la coda del gatto. Quando sono molto agitata mi capita che mi piego per raccogliere una cosa e non è una cosa ma è la coda del mio gatto. Devo lasciarla dov’è e aspettare il microsentimento di provincia con l’attenzione che si merita. Perché il microsentimento è una cosa che se uno non è concentrato non si gode. Per esempio, ho una pianta. Si chiama asplenium, è una felce ma ai non esperti pare un’insalata riccia di plastica. Ecco, questa insalata sta cominciando a stufarmi perché non si capisce se sta bene o male, non butta una foglia che sia una, non si deprime se è buio, non si secca col riscaldamento a palla. Sta lì, tanto che ho controllato su google immagini il nome, perché mi era venuto il dubbio fosse davvero di plastica. E invece, stamattina, ho notato che la foglia rivolta verso il muro si è piegata, e la punta è giallina. Anche adesso, mentre scrivo, l’insalata è lì, con la foglia piegata appena: immaginate quelli che riescono a piegare solo l’ultima falange delle dita. Io però so che prima era dritta e adesso qualcosa è cambiato. E se me ne accorgo vuol dire che sono pronta a captarli tutti i microsentimenti del cazzo, tutti, tutti, tutto il pavimento, le piastrelle, le fughe delle piastrelle, i pezzi di cemento dove le piastrelle si sono rotte, tutto tutto pieno di trappole, trappoline, formaggi triangolari, buchi, formaggi coi buchi, code di topo, di gambero, di topogambero. SIETE MIE.

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