Un invito alla lettura

Sono dieci i racconti di questa giovane scrittrice, bustocca doc lontana anni luce dal clima opaco di Busto Arsizio.

Non è un mondo rassicurante quello in cui agiscono i suoi personaggi; non hanno riferimenti certi e non vivono in ambienti accoglienti o in atmosfere rilassanti. I protagonisti sono prigionieri delle loro solitudini, parlano poco o niente, comunicano, quando lo fanno, con gli sguardi e gli atteggiamenti. Talvolta le loro solitudini si incontrano, anche in modo imprevedibile, ma il suicidio può concludere la vicenda o addirittura l’omicidio più gratuito, l’incidente assurdo o la malattia che cambia tutto.

L’ambientazione, anche quando è esotica (la Corsica, il Cairo, Bagdad) non è mai folcloristica, ma ostile, dura, chiusa, isolante a sua volta.

Streghe che potrebbero essere fate, depressi che ridono sempre, collezionisti di tacche, atlete che odiano le campestri e amano invece le corse in pista, un’avvocatessa bastarda quanto basta, ma determinata a portare a termine una gravidanza nonostante una leucemia non le lasci scampo, una manager in carriera in cerca di “connessioni“ che troverà solo in un uomo che non è il padre del figlio che aspetta…

Un universo non disperato, ma certo poco consolatorio; però… ad un’introduzione terribile nella sua durezza fa seguito una dedica che la contraddice totalmente e il titolo della raccolta “Il futuro è pieno di fiori“ sembra introdurre una nota che non è di incongruo ottimismo ma di accoglimento della vita “che è come è e va bene cosi”.

Il linguaggio non è semplice, ma spesso folgorante; va solo assimilato con lentezza ed attenzione; molte le frasi, tutte da scoprire, che illuminano, con poche, essenziali parole un aspetto fisico, un carattere, un atteggiamento, una situazione.

I nomi sono un capitolo a parte.
Rapina Lebanche è un colpo di genio, ma anche Johnni Stantuffo non è male e chi non ha incontrato un autista di bus che potrebbe rispondere al nome di Garko? E’ verosimile che un meccanico ciclista si chiami Michele Brusatori, ma questi “…avrebbe potuto costruire le biciclette con la terra e non lo faceva solo perché la terra non si rubava a nessuno”. Una caratteristica che lo rende unico.

Piero Tosi

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