La mistica della fine

15 gennaio 2011 § Lascia un commento

Dondola avanti indietro, Rossana. Segue ubbidiente l’amaca della preghiera. La piccola chiesa di quartiere straripa, fuori le auto non passano quasi. Nessuno però osa oltrepassare il limite immaginario, là, dove il confine diviene più che intimo e non è degno di chi lo forza. Così la folla s’accalca sul fondo e lascia vuota la navata centrale, per rispetto. E per timore. I cuori, al caldo, si lasciano andare. La nenia cadenzata del rosario serale li riempie di pace, come una morfina. Addormenta gli animi e accompagna le palpebre a sgonfiarsi, il telo di una mongolfiera che espira.

Rossana non ricorda molto altro di quella sera. Sedeva fuori dalla chiesetta di San Galvino, con la staccionata alle spalle e il culo gelato sulla pietra nuda. A casa s’era fatta un paio di bicchieri, uno in fila all’altro, per sembrare stabile alle scosse degli abbracci di cordoglio. Nell’attesa che i rintocchi delle campane annunciassero l’inizio del rosario, s’era messa a fissare il Nero che spariva e riappariva dalla cuccia sul ballatoio. Poi, all’ululare infastidito della bestia, Rossana era scesa in cortile, con la testa pesante sulle spalle. La chiesa l’aveva raggiunta barcollando. E, alla fine, aveva preferito non entrarvi.

L’aria di marzo è fredda per i retaggi dell’inverno che si porta appresso. Nevischia stasera, e tutto intorno è ricolmo di scaglie di ghiaccio. La geometria delle stelle di neve: paiono cristalli infrangibili all’occhio. Il vapore acqueo s’accalca a ridosso dei germi. E forma una scultura più sporca di quanto si creda. La chiamano polvere di diamante sulle enciclopedie. Ma Rossana non crede ai nomi che migliorano le cose e chiede conferma alla gente che incontra.

– Che guardi Ros? – Miranda le urla dalle scale del piano di sotto e attacca col phon. Rossana non le risponde. Non ha voglia di farsi censurare dal rumore, come sempre succede quando lei le parla dal bagno, con la voce a testa ribaltata. Miranda insiste. Stacca e riattacca la spina e nel mezzo domanda. Controvoglia, Rossana si alza dal divano, scende le scale e apre il frigorifero. – Non c’è niente. Un telegiornale dopo l’altro – le dice di spalle cercando qualcosa da bere. – Non esci stasera Ros? Non credi sia ora di passare da qualcuno, di farti vedere un po’ in giro? – Non me ne frega di stare in giro .- Tra le mani ha un pezzo di formaggio, di quelli industriali, arancioni, con gli angoli smussati. – La gente non ti viene a trovare a casa Rossana, ha paura del dolore degli altri – poi di nuovo il phon, maledetto. – Sto bene da me, senza scocciature. – Zittita dal rumore ripone il formaggio e si fa un goccio abbondante di vodka alle erbe. Nessuno la sente tranne la sua gola. – E allora non ti lamentare poi se sei sola e nessuno ti viene a cercare. – Passano almeno cinque minuti, Rossana legge tutte le trame dei film in programma sul canale di stato, legge anche le descrizioni dei varietà. – Una volta stavo in una chiesa – riattacca Miranda dietro al filo rosso che conserva nelle orecchie – in una chiesa nella parte buona di questa città di merda. Era un incontro per ragazzi, pieno di gente. Si leggevano dei pezzi della Bibbia e poi ti si diceva che farci, con i pezzi, come interpretarli – Miranda ride che sembra il verso di una scimmia – non ascoltavo un cazzo Rossana, un cazzo di niente. – Miranda che c’entra? – Che stavo dicendo? Rossana scuote la testa e si versa un altro bicchiere di vodka. – Della chiesa. Che devo uscire e andare bussare porta per porta alle persone che mi conoscono e dire che è morto mio padre, e no non fa niente che tanto era morta anche mia madre e ci son già passata, ti dura un po’ poi ne si esce bene. E che la recupero io la bici che ha lasciato legata in stazione. – E finisce la vodka rimasta sul fondo. Miranda liscia i capelli tutti dritti verso sinistra e li asciuga per un minuto buono. Intanto parla, ma non si capisce nulla. Rossana le si sdraia per terra vicino e le fissa il corpo nudo, morbido e chiaro. A marzo la bianchezza si fa malattia, apogeo dell’estate che corregge i colori. Il neon della luce del bagno è crudele con la forma umana. Sulle caviglie le cellule morte della pelle cadono, lasciandole ancora più chiare e fini. Colpa del cloro della piscina, Miranda ci va tutti i giorni presto la mattina quando le vasche sono libere e i corsi ancora non sono iniziati. Così disinfetta da capo a piedi ogni giornata che decide di vivere. Se invece ritiene che non ne valga la pena, non s’alza, non mangia, non nuota. Resta a letto tutta la giornata, spegne il telefono, non avvisa nessuno. Rossana le accarezza una caviglia e le bacia le dita dei piedi. Miranda sorride con le borse degli occhi negli occhi e la faccia paonazza per la testa all’ingiù. Poi fa un movimento maldestro col gomito e il beccuccio del phon rimbalza sul viso di Rossana che quasi nemmeno lo sente. – Ah Rossana, ecco, mi è tornato in mente. Che ad un certo punto il prete al microfono dice una cosa. E me la ricordo ancora oggi perché la sentivo anch’io. Dice che il male, la sofferenza più grande per qualcuno è il sentirsi solo. L’uomo ha bisogno di sentire, toccare, parlare o anche solo nominare altri uomini. Diceva che la solitudine è peggio del cancro. E ci si ammala a furia di star soli. Mentre parla, Miranda tiene il corpo fermo ma le braccia si muovono, frenetiche spiegano, spingono le parole dentro la testa di Rossana. – Mi trovava d’accordo sai? Quindi vai fuori, vai trovare tuo fratello che ne so, fatti un giro dalle parti del ciottolato o una passeggiata sotto i portici. Ti farà bene. – Vieni qui Miranda… – Ros ti prego, non è il momento. Puzzi di alcol e non ti fai una doccia completa da giorni. Mi avevi promesso che avresti pulito per terra sabato, ma te ne sei strafottuta. Lasciami finire in bagno. Devo andare a teatro con Clara. Se hai voglia datti una sistemata e vieni con noi. Rossana si volta dall’altra parte. Stringe i pugni al caldo sotto la pancia. Sente l’intestino premere a destra, a sinistra invece niente. Un buco forse, la pelle del ventre e quella del dorso si appiccicano, dentro: niente. Non passano cinque minuti che Miranda la sente respirare pesante.

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Una storia di precisione

28 settembre 2010 § Lascia un commento

Camminare su quel pavimento poteva dare alla testa ai non esperti del mestiere.
Maturo sapeva come spostarsi senza rischiare capitomboli in assolo.

Aveva imparato a sfruttare gli angoli convessi, i soffitti in fuga, gli scalini faticosi perché fuori misura. Sapeva come aprire il frigorifero senza farlo traballare. Silenziava le bottiglie di vetro separandole con la gomma piuma. L’aveva visto fare in una serie tv di avvocati, dove un tubino di donna si dipingeva le unghie dei piedi rosso scarlatto senza farle combaciare tra loro. Non le unghie certo. Le dita. Diramarsi dai talloni uniti sul tavolo a formare un cuore di carne indurita che l’avrebbe sostenuta come in un carillon. Un ottimo simbolo da fazione politica aveva convenuto un pomeriggio alle urne, davanti a schede elettorali mute, piene di spazi in cui scrivere e disegni schizzati senza alcuna premura.

Quella casa era fatta col culo, gli aveva ripetuto Mirabel dal momento in cui l’aveva visto sorridere serafico e poi annuire impettito al locatario che lo stava apertamente fregando.
Lei, quella bettola l’aveva scansata a dovere, preferendo di gran lunga l’appartamento al piano di sopra e dall’altra parte del pianerottolo per evitare una fuga di sfighe trasmessa per osmosi da quel loculo.

I mezzanini erano buchi tra un piano e l’altro, non erano veri appartamenti. E non sarebbero servite le pezze dell’ultima ora. L’attacco del modem in bagno, era segno che il bagno lì forse una volta non c’era. Non un modo per sfruttare gli spazi. Questione di predisposizione. Del luogo abitato e non di chi lo abitava.

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