Microsentimenti

10 gennaio 2015 § Lascia un commento

L’infanzia finisce
Finisce la giovinezza
Anche l’età adulta finisce
E la vecchiaia.
Perché, figlie mie,
Credete
Che la vecchiaia sia diversa?

Poesia del padre di Faith
[uomo con gli occhi sporgenti e la faccia pallida da uccello]
Faith nel pomeriggio, Grace Paley

Una cura

Una voce forte, di donna. Di una donna molto più vecchia di te e piena di difetti. Una donna letta, la cui voce è rimprovero e allo stesso tempo rifugio. Una serie di fatti incontrovertibili: situazioni e persone non si possono cambiare; Brooklyn non è la Brooklyn che ti immagini cara, le cose sono come sono là sotto, e quella voce corre civetta e mai tace e racconta di sè, di altri e giudica e squarcia con la sua forchetta tutta la tela, la pagina e urla – quel libricino di 123 pagine – urla e il tuo fastidio – Carolina mia – non è altro che la sua estrema, attraente, sicurezza.

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Un luogo sconosciuto, ma elettivo. La cui quota strida con quella del tuo spirito. Alta montagna? No. Mai stata una con la voce forte ma nemmeno dallo spirito pacato: la risposta è pronta, il cinismo facile, l’umore complicato. E allora una valle semplice, senza niente da vedere. Una valle che non fa ridere, impreparata ad accogliere chicchessia. Buia, ma che anela fino all’ultima goccia di luce, e si costruisce uno specchio di 40 mq per abbracciare più raggi di sole possibili per poi scaraventarli mille metri più in basso, nella piazza di un paese che fa 207 ombrosi abitanti. E un’osteria.

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Servirà il sale grosso? Lo porto. Porto anche tre dita d’olio e lo scalogno, e la passata, e bustine di tè, e una salsiccia piccante. Mais, panna, un cavolo verza da non fare marcire in frigo. Una bottiglia di vino. No, l’ho dimenticata questa, insieme allo spremi agrumi. Poco male, sulla buccia butterata degli agrumi uso i denti ma il vino no. Non si sostituisce con la tisana della sera, con il pane tostato sulle piastre elettriche. È una baita, ci si arriva a piedi, neanche dieci minuti di strada. Ma tanto a pesare davvero c’è solo la bottiglia dell’olio e una solitudine cucita addosso come una cerniera che tiene insieme i pezzi del mio corpo. Un vecchio film di Cronenberg.

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Ci si abitua. Alla bellezza come al dolore, al riscaldamento centralizzato, al soppalco, alla pioggia che cade ogni giorno, per un intero mese. Si smette di essere saggi quando una persona che conosciamo da poco ci dice quanto lo siamo. Non ci avevamo mai pensato, quanto più saggi possiamo ancora diventare? E mentre lo pensiamo ecco che la saggezza se ne va, come solvente per lo smalto dimenticato senza tappo; se ne va – la stronza – e noi diveniamo precipitosi, iracondi. Hai voglia, ad abituarti alla nuova tu. Tu precipitosa, tu iraconda. Ad accettare che non è come credevi, che non si arriva da nessuna parte, che si gira – macché in tondo – si gira a culo, come un ubriaco che deve attraversare la strada e a malapena si regge in piedi. E cos’è questo tic tac? E il segnale per fare attraversare i cechi, testa di merda.

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Se i piedi sono caldi, anche il resto del corpo è a suo agio. La mattina lavoro meglio, il pomeriggio le idee si appiattiscono una sull’altra, divengono sudicie e buone solo per giocarci a carte. Chi canta, infine, prega due volte. Esco, di mattina non troppo presto, con le stesse scarpe che ho portato in Portogallo ad agosto. Esco senza scrivere una parola, senza aver lavorato niente, forse senza nemmeno essermi lavata i denti. Perché la luce poi se ne va e bisogna approfittarne. Perché in montagna come a Milano io le cose le calcolo sempre, mi ripeto le cose con ordine, cosa fare prima, cosa fare dopo, se riscaldare il sugo al tonno, mi raccomando Carolina metti a bagno le lenticchie. Poi torno. Le lenticchie sono di quelle in scatola di latta, molli, paradossalmente le puoi mangiare dal vasetto. La sera scrivo tutta la sera, muore Pino Daniele, metto su un disco celebrativo, canto le ultime, quelle melense del suo periodo melenso. Sto bene. In barba la dipendenza, come quell’amica di Faith che in barba all’eternità ficca una foto di famiglia sottovetro. Leggo la storia dei marò su Giap, leggo anche i commenti, la discussione, ci metto più di due ore. Mi alzo solo per andare a pisciare.

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Poi, a letto, prego. Il tiadoro, non lo ricordo tutto. Sento il disagio che sale, lo stesso che mi faceva ripassare il Gesùdamoreacceso prima delle confessione. Ero abbastanza bambina che ben piantata sull’inginocchiatoio mi veniva comodo appoggiare il mento sullo schienale della panca davanti, mollare le mani, provare a stare in equilibrio, distrarmi, tocca e me. Cazzo. Primo peccato: parolacce. Mi addormento, il disagio resta, mi sveglio spesso. La mattina torno a camminare. Alpe Cavallo. Sul sentiero mi guardo le spalle. Ho letto che ci sono le marmotte chiassose, anche se quello appena superato è un villaggio buddista che negli anni Novanta brulicava di gente. La donna che incontro ci tiene a ricordarmelo: era pieno di bambini. Non come adesso. Io mi guardo intorno, mi guardo le spalle sul sentiero che arrampica, fotografo l’inchiostro sulla roccia, come pollicino, ho il terrore di perdermi. Ho il terrore dell’ultimo treno, dei libri di cui non si trovano più le ristampe, dell’ultima – l’unica – occasione. Ma in montagna sono i microsentimenti che tengono in vita. Il segno di un sentiero dopo dieci, dodici minuti di panico, è dolce come il bacio di un’amica che non è brava con le parole. Rinfranca come un nome comune di cosa, maschile, singolare. Incontrare qualcuno, se si è soli, spaventa. Se non si è soli, normalizza. Sentirsi accaldati, dopo un lungo tratto di sole, spogliarsi, sedersi, sorridere mentre si beve, tornare sui propri passi, cercare casa dall’alto, rientrare, cucinare in maniche corte, il soffritto che si prende tutto lo spazio, e poi rimettersi a scrivere, di sera, quando le idee dormono, quando la stanchezza scende e io ho sempre caldo.

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Accade di rado, ma quando accade credo sia una cosa preziosa. Che un microsentimento sbuchi da dietro lo zoccolino, accanto alla porta d’ingresso della casa di provincia dove vivo. Quando accade mi ci aggrappo, è la coda di un topo mi dico, non di lucertola. Se la afferri per bene, Carolina, non si stacca da lui ma si attacca a te. Allora c’è qualche coda di topo adesso, non sono ancora brava ad afferrarle, ma ne ho vista una ieri sera tardi, e nemmeno avevo acceso la luce. Forse era la coda del gatto. Quando sono molto agitata mi capita che mi piego per raccogliere una cosa e non è una cosa ma è la coda del mio gatto. Devo lasciarla dov’è e aspettare il microsentimento di provincia con l’attenzione che si merita. Perché il microsentimento è una cosa che se uno non è concentrato non si gode. Per esempio, ho una pianta. Si chiama asplenium, è una felce ma ai non esperti pare un’insalata riccia di plastica. Ecco, questa insalata sta cominciando a stufarmi perché non si capisce se sta bene o male, non butta una foglia che sia una, non si deprime se è buio, non si secca col riscaldamento a palla. Sta lì, tanto che ho controllato su google immagini il nome, perché mi era venuto il dubbio fosse davvero di plastica. E invece, stamattina, ho notato che la foglia rivolta verso il muro si è piegata, e la punta è giallina. Anche adesso, mentre scrivo, l’insalata è lì, con la foglia piegata appena: immaginate quelli che riescono a piegare solo l’ultima falange delle dita. Io però so che prima era dritta e adesso qualcosa è cambiato. E se me ne accorgo vuol dire che sono pronta a captarli tutti i microsentimenti del cazzo, tutti, tutti, tutto il pavimento, le piastrelle, le fughe delle piastrelle, i pezzi di cemento dove le piastrelle si sono rotte, tutto tutto pieno di trappole, trappoline, formaggi triangolari, buchi, formaggi coi buchi, code di topo, di gambero, di topogambero. SIETE MIE.

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Andrea, dalla finestra

5 novembre 2010 § Lascia un commento

Andrea, dalla finestra, ascolta l’acqua bagnare il selciato.
Infilarsi tra le beole del vecchio cortile, formare rigagnoli insistenti imprigionati nel labirinto di Pac Man. Un fiume tenace raggiunge la pozzanghera a destra. E il troppo respiro che s’apre l’annega. Rimbomba nella soffitta la canna dell’acqua che sciacqua il cortile. Caccia l’odore della neve giallastra e ravviva il grigio opaco di brina. Acqua stagnante e piscia di cane gelano insieme nel cocktail del sabato. La finestra aperta appena: l’aria fendente ti pugnala di fronte.
Ma Andrea ascolta soltanto, non vede.
C’è la parte bassa della tettoia che oscura la vista e costringe all’ipotesi.
Si chiede a che ora l’ora d’aria, ritengo
Lo guardo restando distesa sul letto: da lì vedo solo le spalle incurvarsi.
Sbircio dapprima da sopra il mio libro. Una mano a ravvivare i capelli corvini. Riprovo da sotto, il mio mento affonda nel collo di lana. Mi discosto di poco per raggiungergli il viso: ma lo scopro girato di sbieco, e lo sguardo rimane celato.
Mi chiedo che cosa si chieda, là fermo. A sprecare i minuti di un pomeriggio d’inverno.

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L’Isola dei camping ground

30 agosto 2009 § Lascia un commento

Skyr.
Che gli americani lo chiamano skaier, come il Fetish dei tempi andati.
About the future, Janet, e io sudo la polvere dei muri duri e caldi di questa bottega a pezzetti.

Il muro si sgretola alle radici come la mia voglia di vederci più chiaro.
E la polvere resta come gesso sulle mani, fatico a mirare al centro e come un ubriaco misuro a spanne e piombini le tue vertebre separate. Scheletriche come un calciatore bambino. Le mie idee: prefabbricati di latta da una stagione. Antivento. Antitempo.
Con fondamenta nella marea del monte san Michele. Due settimane poi basta.
Le mestruazioni frenetiche del duemilanove.

L’isola di ghiaccio ribolle di lava, amore.
E’ calda come l’ ippopotamo esangue di Licia Colò.
E fredda come un telefilm tedesco.

Dal rubinetto scende l’odore infernale della sostenibilità ambientale.
Dal mio naso la candela perenne che cola sugli accendini, esausti a colpi di starnuti.
Le sigarette già pronte. Che il tabacco l’arrotoli veloce, contro il vento dell’artico che ti gela il mento e le dita.

E poi piove. Per scaldarti e inumidirti le ossa.
I muscoli degli occhi indolenziti per le vedute grandangolari. Occhi di pesce esausti e panoramiche indicibili. Silenzi che paiono artificiali essenze delle pause nel suono. Didatticamente muti.

Le margherite coi petali dietro le orecchie mi seguono come labrador imploranti quiete. Girasoli da poco. No amore, nemmeno oggi c’è il sole, ma la mutevolezza estrema del meteo mi rende nervosa. Cambio la felpa, la maglia no, che a spogliarsi mi entra il vento nei reni. Così il cappuccio mi ripara dai vapori dei geysir che si fanno attendere come dame della terra del loto.

Fiori di pelo nella terra di ghiaccio. Ragazze bianche e spiagge di pece.
Di pesce si sentono i passi di danza, in lontananza la crisi economica. Il fallimento e la dipendenza, trascinano come i cavalli un aratro.

Non che non sia stata bene. Ma questa storia dell’artide non-continente inventato.
Non mi è mai andata giù.
Colpa del vento, se a volte non ci sento.
Non ti sento.

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