Andrea, dalla finestra

5 novembre 2010 § Lascia un commento

Andrea, dalla finestra, ascolta l’acqua bagnare il selciato.
Infilarsi tra le beole del vecchio cortile, formare rigagnoli insistenti imprigionati nel labirinto di Pac Man. Un fiume tenace raggiunge la pozzanghera a destra. E il troppo respiro che s’apre l’annega. Rimbomba nella soffitta la canna dell’acqua che sciacqua il cortile. Caccia l’odore della neve giallastra e ravviva il grigio opaco di brina. Acqua stagnante e piscia di cane gelano insieme nel cocktail del sabato. La finestra aperta appena: l’aria fendente ti pugnala di fronte.
Ma Andrea ascolta soltanto, non vede.
C’è la parte bassa della tettoia che oscura la vista e costringe all’ipotesi.
Si chiede a che ora l’ora d’aria, ritengo
Lo guardo restando distesa sul letto: da lì vedo solo le spalle incurvarsi.
Sbircio dapprima da sopra il mio libro. Una mano a ravvivare i capelli corvini. Riprovo da sotto, il mio mento affonda nel collo di lana. Mi discosto di poco per raggiungergli il viso: ma lo scopro girato di sbieco, e lo sguardo rimane celato.
Mi chiedo che cosa si chieda, là fermo. A sprecare i minuti di un pomeriggio d’inverno.

Gennaio pesante, lo dicono in tanti. Lungo e dannoso per chi ha pochi progetti.
Ad Andrea non sembra importare. Gennaio luglio od ottobre è lo stesso.
Per lui va sempre bene comunque.
Sono io la polemica, l’incostante, l’indecisa. Mestruata e maggiore. Mai serafica e continuamente sull’attenti. Un gatto pigro, reso vigile. Dal necessario girovagare dei randagi.

Andrea, io esco – gli faccio presente alzando la voce di poco – Ritiro l’auto dal meccanico, faccio un giro dalle parti del macello.
Andrea mi guarda e sorride distorto, non ha voglia nemmeno di alzarsi da lì.
La prossima volta – mugugna annoiato. Mi guardo la tele, Virginia, davvero –
Alzo le spalle e saluto sbuffando. Poi scendo le scale, cappotto, cappello. Il cortile mi accoglie al suo centro deserto.

Non mi volto Andrea, ma ti sento, da lì mi guardi di dentro.

Il necessario girovagare dei randagi.

Un fischio di locomotiva mi richiama al reale dopo un finto sonno profondo. Mi trascino fin sotto in cucina con le lacrime incrostate alle guance bollenti.
Il cuscino fa il lavoro di una stiratrice provetta. Stira i tessuti e le pieghe novelle, non leva le macchie né cancella le trame. Ti tieni le rughe e le occhiaie che hai, lui monda il cervello ma il tuo viso rimane provato.
Verso l’acqua calda per il tè che dal bollitore gorgoglia nella tazza. La sigaretta accesa s’impenna in equilibrio di seta tra le mie dita. Piego un po’ il polso per evitare che la cenere finisca nella tazza inclinata ad accogliere il flusso. Poi mi siedo ad ascoltare i rumori di chi dorme nelle case a fianco. Cemento e mattoni, pareti che paiono eterne. Incollate alla mia, come le strisce di una ceretta a freddo.
Nessuno in casa, ed io non ci credo.
Temo l’attesa, il rientro e il domani, da oggi in poi.
Fuori ormai è notte inoltrata.
I fari delle auto sono radi e sospetti.
Tuorli d’uovo nella padella nera. Antiaderente come lo scotch di carta dell’autodidatta che imbianca.
Ho riportato l’auto a casa dopo la revisione, obbligo biennale di onesti guidatori. Attraversato la mia città in fervente attesa di una domenica col sole, dopo giorni grigi bagnati e neve a tratti.
Le code in entrata.
Le code in uscita.
Le code sulle arterie principali. Mi batte il cuore che dai polsi riaffiora sull’inguine. Di corsa in contromano mi fermo un istante per riprendere fiato. Un meccanico laborioso attende, mi ha promesso l’auto a posto prima del weekend, signorina. Col collo accaldato per la lana che punge e le ascelle fredde di sudore invernale, ho varcato l’autorimessa alle diciotto passate. Accolta e dimessa in modo fluido e veloce, come si fa con un regolare day hospital.
Ottanta euro, saluti e convenevoli.
Mi sono seduta alla guida e ho respirato diaframmaticamente come a yoga o nel coretto della chiesa. Levato la maglietta e infilato il maglione a contatto con la pelle. Per far fronte al finto calore del dopo corsa. Ho acceso la macchina, la ventola calda, la radio. Atteso un minuto e spostato il cappotto da dietro il sedere. Comodamente adagiata sulla giacca imbottita, a far spessore tra la schiena e il sedile. Poi finalmente me ne sono andata via di lì, verso le code a tratti in entrata, che silenziose m’attendevano al varco. Quaranta minuti scarsi a passo d’uomo. Ho parcheggiato in una laterale a senso unico, via di fuga dalla circonvallazione interna. Ho comprato una rivista di musica, per incentivare la carta stampata in un settore web-dilagante. Dazio volontario e personale. Omaggio da niente ai miei ricordi adolescenziali. Avvicinandomi a casa ho visto scappare l’ambulanza e cadere lo specchietto di un’auto parcheggiata. Il cancello elettrico distrattamente spalancato, un’anta a richiudersi e l’altra bloccata su un lato. Sono sgattaiolata all’interno di quello iato regalato, nel cortile ho visto per terra grumi di neve in pose improbabili. Andrea, dalla finestra s’è lanciato quando non c’ero. Dov’ero. Non ero lì al centro, per prenderlo al volo.

Via di fuga dalla circonvallazione eterna.

Il libro che leggo mi stanca e mi tiene sveglia: guerra continua tra occhi e cervello. Non ho nulla da fare questo weekend. E se per questo nessuna voglia di uscire, ora. Sono quasi le sei, e il pensiero di immergermi nell’ansiogeno traffico del dopo shopping del sabato, mi immobilizza. Frastuono umorale di chi chiude i negozi e rientra per cena. Rincorsa forsennata, fuori orario aperitivo brancolando nel buio in cerca di un parcheggio. Automobili immobili, a ritmo del ticchettio dei taxometri invalidano i semafori creando code ininterrotte. Cardo e decumano, dimentichi delle regole.
Mi stiracchio sul letto e accendo lo stereo. Le canzoni dei Beirut sono cotone per le tempie. Piuma e solletico Andrea cosa dici? Andrea non dice nulla e fa zapping alla tele, volume disattivo una striscia di colore mediamente grigia s’alterna al vigore viola della pubblicità della Nuvenia. Poi sento le campane. Andrea sussulta e mi guarda con gli occhi vacui. Sorrido. Ci sembra di avere un campanile sul balcone. Poi s’alza. Apre la finestra e si lancia. Nemmeno lo sento il corpo sordo sulla neve. Sento le campane. Le campane e i Beirut che continuano a suonare. Per me. Un cotton fioc a tamponarmi il cuore. I fazzoletti di carta nei buchi dei bagni pubblici, lontano da occhi indiscreti, piango e l’urina mi scalda le cosce.
Che non sono là sotto per prenderlo al volo. E nemmeno qui sopra per fermarlo in tempo.

L’auto a posto prima del weekend. Non ho nulla da fare questo weekend.

Non so dove scappare. Ora. La notte inoltrata perde ogni significato. Sabato sera che sembra la Notte. La grande notte dei filosofi, possibilità mai escludibile. O quella di Antonioni, incomprensione e disagio.
Seduta su quest’angolo di sedia, fumo e aspetto che ritorni mio padre. Che ritorni mia madre. Dall’ospedale, dalla questura, dall’obitorio, dalla vita normale.
Ipotizzo vie di fuga alternative, ricordi migliori cui attaccarsi per rielaborare, fondare e ripartire. Ipotesi controfattuali e modi condizionali che propongano soluzioni.
Non sempre migliori.
Che ci fossi stata o meno.
Gli altri fino in fondo non li conosci mai.
Ma forse è un dovere capire almeno se stessi.
Mi guardo riflessa sul tavolo nero, lucido e fiero.

Andrea dalla finestra io credo, cercava se stesso nel vetro.

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