Ora semi felice (almost happy hour)

9 ottobre 2010 § 1 Commento

Tre e cinque e cinque e sei.
Giocavo con i fuochi.
Giocavo col fuoco.
Annoiato, dalla finestra del mio primo piano.
Carmen scodinzolava fra i tavolini del mio cinema, con sullo sfondo i taglieri dei salumi.
La volevo in primo piano, lei.
Sparavo a trecento e le vedevo le nocche delle dita, frenetiche in moto.
Gli stuzzicadenti sulle olive. Una freccia nel petto di Patroclo.
Il sangue sul tramezzino o la salsa sull’armatura.
Ben messa, nulla da dire.
E io un cretino con niente di meglio da fare.
Abitavo al primo piano di un condominio anni sessanta, grigio e traballante quanto bastava per non sentirsi al sicuro.
Il mio balcone ad angolo mi lasciava dominare Via Volta e Via Golgi, come un pirata della strada. Un autovelox per moderno piacere.
Cieco.
Ero frustrato e annoiato.

Dal giorno del congedo non avevo più ripreso a fare niente.
Non avevo un campo da ritornare a coltivare o il posto in un ufficio postale da andare a reclamare. Erano robe da sussidiario delle medie, quelle.
Prima io non facevo niente.
Ed ora non potevo che ritornare a fare quello che facevo prima. Niente.
Mia madre aveva smesso d’incoraggiarmi. Era passata ai lamenti. Poi ai sospiri. Ora mi evitava con lo sguardo. Non usciva sul balcone, per non doversi scontrare con la mia immagine opaca, indistinta dallo sfondo dei gerani.
Io sull’amaca.
Io seduto al tavolino, dondolante su una gamba di metallo della sedia.
Io a fissare le cose che mi succedevano ad un palmo di naso.
Io fuori.
Io fermo.
Io.

Cristiano, portami le ciabatte di Marci.
Il bagnetto della comunità brillava di lisoform.
Io e Suvi il venerdì mattina facevamo le pulizie, mentre i ragazzi erano impegnati al centro ricreativo. Poi la spesa per il weekend. Rimpinzavamo il frigorifero di uova e verdure fresche e ci concedevamo un aperitivo al Circolo dei Naviganti, Cologno sud.
Di naviganti non ce n’erano a Cologno.
Forse solo qualche hacker da due soldi.
Restava che zia Nora sapeva il fatto suo, così vestita da vera marinara. Olivia di braccio di ferro, un po’ sovrappeso e scorbutica che levati.
Non so come fosse capitato, ma ci aveva preso in simpatia. E un giorno aveva cominciato ad aspettarci. A chiederci perché non fossimo venuti il venerdì prima. Se alla comunità tutto filava liscio. Se avevamo avuto i contributi dall’amministrazione comunale. Come stavo, che ero più bianco del solito.
Molto più bianco del solito.
Se mangiavo.
Cristiano sei uno spettro, mi diceva, senza filtri.
Suvi rideva, con gli incisivi incredibilmente grandi e separati.
E mi spostava i capelli dietro le orecchie, balbettando che ero uno forte io, quasi come lei.

Seduti al tavolo, io e lei soli, uno di fronte all’altra, ci scrutavamo in attesa dei salatini. Poi sotto l’effetto di una pioggia di birra a stomaco semivuoto, chiacchieravamo distratti. A perderci.
Per un periodo credetti di innamorarmene, a spregio della differenza d’età. Mi convincevo per un quarto d’ora. Socchiudevo le palpebre mentre lei mi stordiva di sorrisi e parole nasali.
Poi mi ricredevo.
Come in ogni love story anni novanta, che volevasi dimostrare sessualmente interessante. Non doveva durare più di un paio di mesi.
Era il duemilaesei. E ancora la cercavo, una storia così. Aspettavo d’esserne investito, con lo stesso entusiasmo con cui s’aspetta il verde per i pedoni, sui passaggi pedonali. Come il vento in faccia in salita. Che screpola e abbandona.

Ci scattavamo una polaroid ad ogni fine aperitivo. La prova che l’aveva finita tutta, lei, quella maledetta birra media. E a mezzogiorno in più, altro che gli equilibristi delle sei, tra all stars invernali, martini bianco e pantaloni chiari.
Suvi sghignazzava, nelle orecchie la mia parlantina da avvocato mancato e i suoi occhi a mandorla sparivano nelle guance.

Nel weekend tornavo a Rho.
E stavo male. Passavo il sabato sera ad ascoltare gli altri raccontare settimane noiosamente imperdibili.
Dovevi vederla, Cristiano. Questa è entrata in aula ad un quarto d’ora dalla fine della lezione e ha tenuto in scacco il professore per un macello di tempo. Alla fine lui non ha nemmeno finito il discorso e se n’è andato in fretta e furia, con la fronte che sudava e i libri raccattati in qualche modo tra le braccia.
Io annuivo, musicalmente alternavo ma và, noo, valà, non mi dire. Poi rif finale. Voce urlata e pennate vibranti di basso. Rumorosamente mi alzavo, la sedia trasaliva. La rimettevo a posto con la punta del piede.
E andavo a farmi una dose nel bagno del personale.
Grazie al personale. Alias Diego Garruti. Subito dopo di me, nell’ordine alfabetico della V^B del liceo Majorana.

Lunedì in comunità c’era un sacco di roba da fare.
Lo studio doveva essere in ordine maniacale che passava l’assistente sociale della tutela minori per controllare se erano arrivate carte nuove da spedire alle famiglie. Ma prima dovevo vestire Marci e Ida, che Marco, l’educatore di ruolo, passava alle nove in punto e li portava al centro. Perennemente in ritardo, mi sorbivo i lamenti dell’assistente sociale. Una ragazzina scialba e anonima, almeno la metà di me.
Aveva da dire sulla musica che mettevo mentre preparavo i bambini, sulle treccine strette di Suvi, su di me che ero bianco magro, e francamente una figura poco proponibile ad un bambino.
La mia estrema apatia, in casi come questi era una qualità.
Avrebbe dovuto vedermi mia madre.

Se staccavo il cervello ero essenzialmente felice.
Stare in piscina con Suvi, vederla nuotare a fatica col sorriso appiccicato storto mi faceva stare bene. Lezione d’umiltà, utile anche ad un ego sottosviluppato e rachitico come il mio.
Quando c’era lei non mi facevo. Si girava e gridava.
Quanti minuti sono stata sotto Cristiano?
Mi riempiva, lei.
Indovina? Endovena.
Di allegria.
All’inizio in comunità non osavo.
Avevo una sorta di codice etico.
Me ne vado in Messico Cris, mi aveva detto Marco a metà marzo, mentre facevo l’insulina a Ida. Tre mesi.
Ti lascio tutta la baracca. Forse viene un altro obiettore per il servizio di trasporto la mattina, ce lo prestano quelli dell’Oratorio di San Giulio.
Abbozzai un sorriso.
Speriamo sia femmina, scherzai.

Con Marco assente e l’obiettore che tardava ad esserci assegnato avevo molto a che fare con me stesso. M’infastidivo da me. La mia inesistente forza di volontà scivolò presto in un baratro buio. Rotolava alla velocità di un tetris livello nove.

A primavera inoltrata, col sole a righe che spaccava le finestre, mi facevo anche in bagno, mentre Marci faceva pipì.
Convinto che fosse l’insulina; contento di essere uguali.
Io Ida e Marci.
Uguali.
Suvi no.
E non passò molto tempo prima che cominciasse a guardarmi con un cipiglio adulto pieno di rimprovero.
Sapevo che Suvi sapeva. Ma ero riuscito a dematerializzare anche quel briciolo d’entusiasmo che trovavo nel vederla e nello stare con lei. E che mi teneva attaccato alle cose e all’attuale.

Un venerdì mezzogiorno, davanti ai nostri salatini, era irrequieta e smaniosa di tornare in comunità. Io ero debole ma le parlavo di continuo a caso.
Degli Strokes.
Lei mi disse di entrare in comunità. Ma non nella sua aggiunse premurosa.
Ci alzammo all’unisono dopo un istante di ghiaccio.
Neanche il tempo di un aperitivo.
Nella polaroid il bicchiere era ancora ricolmo di schiuma pesante.

Il nostro rapporto subì una sterzata violenta.
E io domandai l’interruzione del servizio civile per problemi di salute.
Due lunedì dopo ero piegato e a casa.
Buio.
Due lunedì dopo ancora, ero pulito e a casa. Con la finestra spalancata, l’aria pesante d’autunno mi colava sulle coperte.

Lei invece lavorava tra i tavoli di fronte al mio balcone, proprio al centro del mio mirino. Proprio come prima che partissi.
Le avevo sempre e solo scattato delle foto.
Morbosamente, forse.
Fissandola dall’obiettivo senza un obiettivo.

Non avevo piani. Né voglia di farne.
Ma risentivo l’entusiasmo che avevo provato aiutando Suvi a mettersi gli occhialini in piscina.
Ogni movimento dentro di me era indistinto. Non riconoscevo la differenza tra i sentimenti.
Paura, bisogno, desiderio.
Entusiasmo, eccitazione, amore.
Noia.
Un tutt’uno di pennarello, senza sfumature.
Ma con Carmen qualcosa si muoveva.
Ero vivo.
Un giorno s’accorse che la fissavo e le feci una smorfia di saluto da dietro l’obiettivo.
Mediato.
Ma vivo.

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§ Una risposta a Ora semi felice (almost happy hour)

  • Tuorlo ha detto:

    Introducendo segmenti di palpebreDentro superstiti con poca lealtàSudato, nitido, morto da cuocereBrucio ricordi e ricavo pastiglie cheNon posso più suggere e ancora il tuo sangueHa qualche sapore ma non basteràTi stai medicando e mi lascerò uccidereMi stacchi le cornee e ne trai un aironeSpremo sussulti e ultime lacrimeMa non sentirete poi troppo di meNon voglio annoiarvi eravate melodiciDentro il mio orecchio spaccato a metà

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