LOSTENFAUND

29 maggio 2014 § Lascia un commento

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Mi piace parlare bene delle cose buone, anche se parlarne male potrebbe essere più costruttivo. Lostenfaund è un progetto creativo che mette insieme la gente. Si leggono, ascoltano, riprendono storie ammassate in valigie tematiche che una sera si decide di vuotare. A Greenbox di Via Sant’Anselmo 25 (Torino) il prossimo Venerdì 30 Maggio dalle 22.00 tutti fanno tutto: pescano da una valigia di soli calzini e li mostrano al pubblico, ma in modo ordinato. E così un calzino sul naso, uno sull’orecchio, uno appeso al coccige (per chi è talmente preistorico da poterselo permettere). Un mercato di calzini altrui, letti da venditori di calzini davanti a gente scalza o spaiata. E, poiché un calzino resta un grumo se non si srotola per bene, Andrea Tomaselli e Valeria La Rocca li srotolano per noi. Gli altri, in silenzio, naso tappato, ascoltano.

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Qui sotto trovate la versione evoluta di un mio vecchio racconto che si chiama Duck Holiday e che si legge Venerdì a Torino (sì tiro fuori roba vecchia dai cassetti, è l’inizio della fine, va bene).

Eccolo qui, Duck Holiday.

È stato quando le ho chiesto quanti erano che Diana mi ha guardato. Non lo fa mai, non ce l’ha l’abitudine di guardarmi negli occhi mentre scopiamo. Li tiene aperti sulle cose attorno, tutte cose che non sono io; li muove a destra e a sinistra come biglie di vetro. Per un attimo penso a quegli occhi che non mi guardano. E se non fossero i suoi?, mi dico. E se qualcuno se li fosse scordati sul suo viso?, magari uno di quelli prima di me. Non faccio che cercarli, muovo la testa a piccoli scatti, li trovo per un attimo: poi li perdo, come un’occasione, di quelle che non tornano; e se così fosse?, perché dico, non so se ci riesco a scopare con una che non ha gli occhi da nessuna parte.

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Duck Holiday

5 giugno 2013 § 6 commenti

È stato quando le ho chiesto quanti erano che Diana mi ha guardato. Non lo fa mai, non ce l’ha l’abitudine di guardarmi negli occhi quando scopiamo. Li tiene aperti sulle cose attorno, tutte cose che non sono io; li muove a destra e a sinistra come biglie di vetro. Penso a quegli occhi che non mi guardano. Mi dico che non sono i suoi, che qualcuno deve averli dimenticati sul suo viso. Uno di quelli prima di me. Mentre scopo non faccio che cercarli, li cerco li trovo li perdo; devo vederli, è importante, perché dico, non so se ci riuscirei a scopare con una che non ha gli occhi da nessuna parte.
L’uomo ha una mano alzata, è appoggiato ad un palo arrugginito, subito sotto un’insegna pubblicitaria. Ha il piede ingabbiato da un tutore grigio e una guaina di ferro lo avvolge fino al ginocchio. Accosto a ridosso della rotonda, all’uscita dell’autostrada, un pugno di metri prima di imboccare corso Giulio. Tiro giù un poco il finestrino e un odore caldo di benzene invade l’abitacolo.
Quando Diana mi ha guardato è successo di nuovo: siamo usciti da Matrix. Io con l’ennesimo preservativo sprecato e lei con la sua mano pronta a tirarsi le coperte sul seno.
«Dodici.»
«Scusami, non riesco a controllarmi.»
Diana non mi guarda, nemmeno adesso che cerco di sostituirmi alla sua ombra. Mi vedi cazzo, mi vedi Diana? E invece le dico soltanto di scusarmi.
L’uomo ha il collo minuto e le ossa delle dita si aggrappano al vetro.
«Lei di posto ne ha.»
«Che ha fatto alla gamba?»
«L’ho operata da poco.»
Gli apro la portiera. L’uomo si sistema sul sedile passeggero. Non ha bagagli, solo una stampella e un cappellino da baseball.
«Con la Fiesta non era mai successo; era successo con la Clio di mia moglie, hai voglia s’era successo; ma con la Fiesta mai.»
Metto in moto, non so nemmeno dove devo portarlo ma il pensiero che Diana possa essersela presa davvero mi occupa tutta la testa. Dodici. Dodici in fila prima di me. E magari li ha pure guardati negli occhi.
Diana si alza e io resto a letto, faccio sempre così. Le tendo una mano quando è di spalle, nella speranza che la veda e si giri. Che tra noi ci sia quell’intesa eccezionale che guida i gesti degli innamorati veri. Torna con una tazza di latte e cioccolato; ha il viso in ombra ma lo so che non sorride.
«Sono un coglione Diana, mi attacco alle puttanate.»
Si rimette a letto, appoggia la schiena al cuscino ed incrocia le gambe. Mi affretto a coprirle le ginocchia, le cosce nude, a ventaglio; le copro dal freddo dei serramenti maceri, la copro del freddo di agosto che non c’è. Fa caldo infatti, caldo da morire. La abbraccio, sono un coglione. Diana, lo sai che sono un coglione. Dodici, tredici, che siano duecento, che importa in fondo se sono duecento? Lei accende lo stereo col telecomando. È il suo piccolo vezzo. Telecomandare le cose senza guardarle.
«Che fa non gira?»
Mi ero dimenticato del vecchio zoppo.
«Dove la devo portare?»
«Vado dove va lei.»
Corso Grosseto è sempre pieno di lavori in corso, che cazzo. Do un’occhiata veloce al telefono ma Diana non chiama mai. Sono sempre io che ho bisogno di sentirla.
«La metto dietro che sono scomodo.»
Per un attimo penso che il vecchio voglia darmi un colpo in testa con la sua stampella. E invece no, vuole davvero appoggiarla sul sedile posteriore.
«Verso San Paolo, Parco Ruffini. In Piazza Sabotino passano un mucchio di autobus, se è d’accordo la lascio da quelle parti.»
«Mia moglie fa come lei, cerca di mettermi nelle condizioni migliori perché me la possa cavare da solo. Stiamo divorziando. Mi porti sulla Dora.»
Cristo. Il telefono mi scivola sotto il sedile; con un piede lo sposto di lato, ho il terrore che si infili proprio sotto la frizione.
«Non mi faccia tornare indietro, per piacere. La lascio su Corso Potenza, la Dora la raggiunge da lì.»
«Venga con me. Diamo da mangiare alle papere.»
«Non ci sono papere nella Dora, capo.»
«Saranno in vacanza.»
Ride. Che cazzo ride.
«Non ci parliamo da due anni. E adesso divorziamo. Sono arrivato a sessant’anni e mi tocca divorziare. Saranno in vacanza.»

Stamattina Diana è uscita prima di me. Non ha detto una parola. La deludo di continuo, e poi faccio di tutto per giustificarmi, perché lei mi veda migliore di quello che sono. Non è tornata per pranzo e io attacco alle due. Di solito le lascio un biglietto per dirle dove vado o perché non l’ho aspettata. Credo che la faccia contenta, ma non so più se è vero. Forse lo butta senza nemmeno leggerlo. Le dico sempre che non importa, per ogni cosa le dico fa niente, dopo che ho dato di matto. Non importa Diana, non importa.
Il ponte di Corso Tassoni è tra i più squallidi di Torino. Ci sono tre corsie e le macchine sono sempre incazzate. Il vecchio scende dalla macchina senza la stampella. Si appoggia alla ringhiera di ferro e mi fa un gesto con la mano. Metto le quattro frecce, ma forse era un segno perché me ne andassi. Guardo ancora il telefono.
«Ivan! Vieni!»
Scendo dall’auto con la stampella e lo raggiungo.
«Guarda!»
Guardo nella direzione della sua mano. Mi appoggio alla stampella e strizzo gli occhi: sono diventato miope negli ultimi quattro mesi e non mi sono ancora abituato.
«Non erano in vacanza. Bugiardo. Sei proprio come mia moglie. Un fottuto bugiardo.»
Già, non importa. Ma che siano dodici, non uno di più. O vado fuori di testa.

La prima volta

1 luglio 2012 § Lascia un commento

Abitavo quelle strade dall’età in cui avevo imparato a ricordare.
Io e Giovanna ci eravamo nati, incontrati, allontanati e ritrovati.

Da piccoli, seduti ciascuno sul suo balcone, ci scrutavamo a vicenda. La potevo sbirciare dall’alto del sesto piano di un palazzo degli anni Venti, decadente sin dal primo disegno. Le guardavo la testa soprattutto, riccioluta e senza proporzione, avvitata con forza al suo collo sottile. Stava ferma per ore, concentrata su quello che copriva, all’incrocio della fuga nera delle piastrelle.
Giovanna non guardava mai verso di me; rivoltava la testa all’indietro per controllare se pioveva, come se la pioggia sullo sfondo bianco del cielo si potesse vedere. Talvolta la inclinava di poco e i riccioli neri le scivolavano sulle spalle, allungandosi più sotto, e pesandole sulla schiena. Un’inezia. Ma bastava perché io me ne accorgessi; conoscevo le misure dei suoi spostamenti, le distanze che i suoi passi coprivano sulle piastrelle, il divario tra la testa e i piedi, il dislivello tra il mio balcone e il suo.
Capitava che giungessero le tortore a darle noia, aggrappate al canale di scolo posto sotto la grata, tra il suo terrazzo e quello del piano di sopra. Giovanna impugnava una scopa da interno, mutilata delle setole, e ne appoggiava il bastone al tubo arrugginito, nella speranza che questo bastasse a cambiare le abitudini della natura.
Il bastone cadeva quasi ogni giorno, le tortore tornavano, e a terra le piastrelle s’imbiancavano di una crosta spessa che alterava il livello del balcone. Vedevo lo spessore aumentare, riflesso sui vetri dei serramenti di casa, che suo padre chiudeva perché Giovanna non entrasse con i piedi sporchi.

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In caso di neve

28 gennaio 2012 § Lascia un commento

L’acqua e ammoniaca della mattina appena alzata non è lasciata a macerare per errore. La catenella d’acciaio penzola fredda accanto al corpo fermo, estremamente vulnerabile quando ancora non è venuto a contatto con l’aria vera, quella che sta aldilà dei vetri e che ha un sapore che si ricorda sempre. Gaia pensa che da sola non ne valga la pena, tutta quell’acqua solo per lei, non se la merita. Così, lascia l’urina sul fondo del gabinetto, ed entra nella vasca da bagno con ancora la parte sopra del pigiama.

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