Ed è subito sera

21 dicembre 2011 § Lascia un commento

Il rischio è fare notte.

L’aeroporto è tanto lungo che spaventa. Lungo, non largo. L’arrivo e la partenza: si cammina di continuo in attesa dell’uscita. Dell’entrata. Che sia il treno o l’aereo a Bruxelles non è importante. A tratti tutti camminano con te. Pochi sono in contro mano, quasi nessuno, in effetti. Veloce anche io dunque, su quegli scivoli piani che aiutano il tempo e fanno sorridere. Come a Montparnasse con il tapis roulant per agonisti che sfreccia a dodici chilometri orari ed io, ebete, mi sistemo i capelli come in motorino. Poi comincio ad avere caldo, lo zaino, la giacca, la sciarpa, i guanti, anche la carta d’identità con l’involucro sembra sudarmi addosso. Quando arrivo in stazione, poco più in alto del centro di Verne, la temperatura, stronza, molla la presa e scivola dove non la riesco più a vedere, né a riprendere, giù nel pozzo di Vermicino. Così, svestita male, attendo un treno per Lovanio, la Bologna del nord con i suoi venticinquemila studenti su una popolazione che è come quella della mia città. Il treno riemerge da un cassonetto grigio, fuori, piove.

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Venezia non ama nessuno

16 maggio 2011 § Lascia un commento

Il pavimento di Santa Lucia umido mente e fa scivolare. C’è il sangue per terra di chi c’è cascato. Il vento non perde di vista gli americani, maggioranza schiacciante in questa città di camminatori e topi. La festa mobile veneta scimmiotta la capitale dei formaggi che puzzano. Puzza Venezia quando è costretta a bagnarsi per ore. Chi cammina si fonde il cervello a furia di gocce proiettile che come trapani sfondano ombrelli e cappucci. Mi fermo davanti all’ennesimo vicolo ceco. Davanti ai cammini interrotti. Ai canali stretti mai quanto basta per farsi saltare. La luce che cerchi è sempre aldilà di dove ne credevi fosse la sorgente, aldilà di come poteva andare, aldilà di quello che avresti potuto fare.

Sono pessimista e scaramantica a parole, ma ottimista di natura.

Penso che le cose debbano concludersi per il meglio, che il tempo sia sempre abbastanza, che l’essere umano sia in ultimo onesto. E buono. Così me lo merito un giorno di pioggia dopo un giorno di sole. Anche se avrei potuto averne due di sole. Impensabile non averne nessuno nell’opinione matematica di chi ragiona con le dita incrociate.

Upward in me e fuori di me. Chi conta solo sulle proprie forze non va lontano. Servono quelle degli altri. Così tra i nomi dei santi e una clessidra seguo l’orobilogio del mio sesto senso. Che funziona quasi sempre in amore. Funzionava in inglese e negli studi di funzione. Ed ora schiavo di una bussola mi fa ritrovare là dove volevo. E ritrovare le cose perse arrotolate tra le coperte, piccole e preziose.

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Lo stato scolastico dell’anima

2 maggio 2011 § Lascia un commento

Quanto può durare un semaforo rosso. Due, tre, quattro minuti.
Iago è intento a non perdersi nemmeno uno sparo, avanti e indietro dondola ai blocchi di partenza.

Quanto può durare un semaforo rosso, quando piove a dirotto e si è a cavallo di una bicicletta. Nessun impermeabile o ombrello di sorta. Niente di niente, solo il frastuono della pioggia grassa sul pavimento lercio. Sul parabrezza, sul parafanghi. Sulla coltre d’erba che buca il cemento scuro. Sulle lenti degli occhiali piove più forte e acuto che sulle mani strette al manubrio di gomma dove le gocce molli s’accasciano larghe. Le auto perpendicolari passano. Iago sta fermo, non ha molto tempo, ma sarà costretto a passare a casa prima di ricominciare a lavorare. Inzuppato come segatura sulle piastrelle d’entrata.

Quanto può durare un semaforo rosso affinché Iago si senta effettivamente inerme, sotto scacco dell’acqua di aprile. Pochi minuti. Il tempo della doccia negli spogliatoi. Veloce e mirata. Per mondare l’anima tutta con la pioggia ortogonale, fino al midollo e indietro. Ad ogni domanda la sua risposta. Prima che col verde si ricominci a porre domande. E non potervi rispondere, per mancanza di tempo a pensare come.

Quanto può durare un semaforo rosso affinché a tutte le domande siano date risposte. Mai abbastanza perché non frulli nel cervello una nuova questione malposta, malrisposta e, ahimé, malcelata.

Si chiede spesso, Iago, cose a cui raramente risponde.
Quanto può durare un semaforo rosso, in bicicletta, quando piove?

Stop raining, please

26 aprile 2010 § Lascia un commento

mi stanno ruotando le pupille sveglie sotto le palpebre da un paio d’ore
piove da paura come ci avevano diligentemente annunciato i nostri alla radio
la paura maggiore quando piove da paura è che mi si brucino le spine degli elettrodomestici
e che mi si spostino le tegole del tetto
tutte in una volta come sotto una pedata di un dinosauro collolungo erbivoro in cerca di basilico
e con sta storia che mi immagino la scena del dinosauro sto sveglia come un autista di tir
e non smettono di rotearmi iridi e pupille insieme a pezzi di ciglia e frullati di caccole pronte per il romantisme della mattina
mi si stanno attorcigliando sottocoperta pupilla su pupilla in un jenga di pupille insieme ad un paio di lacrimucce che ho in serbo per le occasioni di gala

beati i giapponesi che si dice (ma non ne sono certissima) non abbiano palpebre

né pupille (questo non è detto)

Dove sono?

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