Celebrando Genova

8 novembre 2011 § Lascia un commento

La narrazione collettiva è ciò che cuce le persone l’una all’altra e le fa sentire abbastanza vicine da riconoscersi parte di una stessa maglia. L’aria, che tra un punto e l’altro si fa strada come tra il pollice e l’indice, dimostra la libertà di cui godono le parole in una storia.

Ogni storia ha il suo un cantastorie. La nostra narrazione collettiva ha trenta cantastorie, trenta racconti, che parlano di lei, ciascuno a modo proprio, con il suo timbro, le sue ossessioni, i suoi difetti, i suoi dettagli. Così abbiamo voluto dire di Genova. A dieci anni da quel luglio di sangue. Così abbiamo scelto di parlarne gli uni agli altri e di cullarci con l’elettronica.

Il reading è quello dell’ebook dal titolo “Per Genova, 10 anni dopo” (scaricabile qui), un progetto ideato e promosso dall’Associazione26per1 in collaborazione con i trenta autori che hanno risposto alla chiamata all’avventura apparsa mesi fa sul blog e un po’ ovunque in rete. L’obiettivo? Dare voce, spazio, aria. E cucirne una maglia. Qui dentro c’è anche una cosa mia. Che parla agli altri come gli altri scritti parlano a lei.

L’appuntamento è per venerdì 11 novembre alle ore 21.00 presso il Circolo Culturale Giuseppe Garibaldi – Cooperativa Arnatese in via Checchi 21/via Torino 64 a Gallarate (Va).

La partecipazione è libera, gratuita e dovuta. Come il ricordo.

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Sulla luna i falò – eclissi e abbandono nel cuore di Genova –

17 luglio 2011 § Lascia un commento

La luna di buche ne ha molte. Molte più di quelle che credi, Francesco. Alcune sono sporche di una coltre nera che pare fuliggine ma sa di carbone e, per quanto ne so, se ne sta lì dalla notte dei tempi. Che tempi, sospiri. Giocando col dito a cancellare il nero da terra. Non pensi che qui non c’è acqua, e che i palmi sudici devi pulirteli nei pantaloni. Non tocchi, non credi. E poi d’acqua ce n’è eccome, l’ho letto su Science di luglio insieme ad un mucchio di notizie sui topi.

Se c’è una cosa che temo, Francesco, è vedere i topi da sole scorrerti accanto veloci, come la veneziana che scatta sul vetro. Sulla luna non è raro vederne di molti, il pelo irsuto, i denti di pinza, le lenti scure, il fare da duro. Se ti capita, taci, non c’è nulla da dire. Non hanno piani se non sovvertire l’umore di chi li teme e fuggire il controllo di chi li vuole domare. Tu mostrati dunque più furbo di loro, apri le mani ed alza la voce. Non hai nulla da perdere in questa terra di pece, non ti resta che ostentare il ritorno alla pace.

Senti che afa lontano dal mare. Lo spazio ci è amico, la piazza è sgombra e ci lascia avanzare sereni verso la grande colata di cera. Attorno, per terra, mucchi di scorie e motivazioni, incendi divampati una volta e spenti con la paura, a forza di passarci sopra di corsa, fuggendo verso il lato di luna che non si vede. La vedi lassù quella macchia bianca nel cielo scuro? Quando il cratere finisce e comincia la grande salita, ecco lì c’è il motivo per cui siamo qui. Levare i grandi dalla piazza. Che se la sono presa senza domandare e, protetti da una cera spessa, hanno abolito le calcolatrici. Le canzoni in inglese. Le vie di uscita possibili. Le alternative. Grandi eccome Francesco, immuni all’ossigeno che manca, immuni al freddo che ci taglia le mani, immuni al senso che si perde crescendo, immuni al bene comune che salva.

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