Carillon

5 dicembre 2011 § Lascia un commento

La guardavo per non sentirmi colpevole da solo. Stavamo lì entrambi, duri, con la stanza ocra intorno e i muri che bruciavano. Ancora le tremavano le mani. Non avrebbe potuto reggere nemmeno uno stralcio di tela. Il volto era luminoso e la luce della lampada ne rigava l’angoscia. Marta! Gridai. Le braccia le cedevano a scatti e le dita, più lunghe di sempre, parevano allargarsi con grazia inopportuna. La guardavo per imparare a reagire, come l’avevo guardata ogni giorno, cercando di esserle simile. E anche ora, davanti al pensiero più nero, a ciò che accade all’anima quando realizza il rimorso, volevo imparare a comportarmi bene. Ma lei non accennava a cambiare espressione. Scarpette di raso bianche come il latte le fasciavano i piedi. Il nastro s’arrampicava come rovo veloce, fin sotto il vestito a strozzarle la coscia. Poi si tuffava dentro di lei e l’inchiostro nero, tra le gambe colava per terra. Immaginai che fosse Marta, a smettere di respirare e, al solo crederlo possibile, il cuore non resse. Lo sentii stringersi e scivolare piano, dal petto fino all’intestino; lo avvertii appoggiato alle mie viscere, e vidi il mio volto ingiallire lentamente nello specchio. « Leggi il seguito di questo articolo »

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Il re delle tacche

2 aprile 2011 § Lascia un commento

Le tacche segnano le ferite, gli obiettivi, il peso, le altezze.
La mano a mezz’aria ne mostra il livello. Più o meno così. La tacca ti arriva fin qui, poi, di sopra sei tu che dirigi relazioni ordinate e fai la differenza.

Michele Brusatori era stato un esperto di tacche da quando faceva il chierichetto alla Madonna in prato. La Madonnola, per l’esattezza. Letizia, già la prima volta che s’erano visti, non aveva avuto dubbi: quel ragazzo doveva essere uno della madonnola, uno che aveva sfondato fino ad atterrarle dinnanzi. Proprio come lei. S’erano tirati fuori di lì, giocando bene le poche carte che avevano. E infatti non si sbagliava.
A furia di tacche Michele s’era fatto grande che non gli si dava un’età. Una tacca per ogni assenza, per ogni messa che aveva saltato, per ogni ragazza che s’era scopato, nascosto nei prati di quel quartiere scempio della bassa, dove, di certo, nessuno veniva a disturbare. Una tacca per quanto era male, una tacca per quanto era bene. Davanti ai numeri e sui muri della cucina. E poi sull’orologio, sul cronometro, sul contachilometri. S’era fatto una bicicletta nientemale e in città lo sapevano tutti che era la sua, anche se l’aveva modificata da sembrare una sdraio con le ruote motrici. Lo sapevano tutti che era rubata, un pezzo da uno, un pezzo dall’altro, ma tanto nessuno più riconosceva i propri.

Letizia passava di lì tutte le mattine per andare alla multimedica e aveva preso l’abitudine di salutare. Salutava chiunque ci fosse all’interno. Salutava anche quando la serranda era tirata perché era domenica. S’era presa una storta per quel ragazzetto al punto da allungare la strada anche a luglio quando il sole bastardo le coceva la testa e le faceva colare il sudore per tutta la schiena fin sotto la stretta dei jeans.

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