Quando avevo la tua età

25 settembre 2013 § Lascia un commento

Quando avevo la tua età mi sono innamorata di un ragazzo alto come me.
Era la prima volta che accadeva. Ci siamo incontrati un sabato pomeriggio in un locale che avevo sempre visto solo da fuori, con le mie colleghe, mai una volta che ci fermassimo a bere qualcosa. Subito dopo pranzo avevo preso la bicicletta ed ero stata due ore ad H&M. Mi serviva la lana. Sciarpe di lana, guanti di lana. Era l’unico negozio in salita di Mariahilferstraße e non si trovavano le casse. Per raggiungere i camerini dovevi farti duecento metri in pendenza, c’era almeno un metro di dislivello in salita, di quelli che se nevica son cazzi da spalare. In coda mi si era aperto lo yogurt nella borsa e aveva preso a colare per terra. Ho appoggiato la lana su una pila di maglioni; nella borsa mi sembrava di avere dei fazzoletti di carta. Ho preso quello di stoffa, l’ho trovato per primo. Lo yogurt s’era infilato tra una piastrella e l’altra e aveva formato un rigolo bianco, mentre stavo accovacciata a pulire, mi aveva superato di un metro. È stato in quel momento che mi sono accorta della salita. Hai mai fatto caso ai pavimenti di H&M, Anna?
No. Anna non sarebbe riuscita a finire la zuppa liofilizzata del menù del mezzogiorno. Era una cosa che ti davano per giustificare i sette euro e novanta di pollo al curry e riso. Zuppa e dessert. E salsa bianca, da mischiare al resto.
Quando sono uscita avrei voluto morire. La gente s’era moltiplicata e attraversare il marciapiede nel senso sbagliato dava un senso di impotenza. Avevo la sella troppo bassa e le gomme sgonfie. Ho pedalato fino all’unico ciclista che conoscevo e ci sono arrivata sudata, con la lana nello zaino. Ti decidi a buttarla?
Anna raddrizzò la schiena e indietreggiò appena, sulla sedia di pelle nera. Valutò se fare o meno l’aggiornamento dell’applicazione di TreNord. Non li prendeva dai tempi del liceo i treni di TreNord. E con l’Italia aveva chiuso.

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La prima volta

1 luglio 2012 § Lascia un commento

Abitavo quelle strade dall’età in cui avevo imparato a ricordare.
Io e Giovanna ci eravamo nati, incontrati, allontanati e ritrovati.

Da piccoli, seduti ciascuno sul suo balcone, ci scrutavamo a vicenda. La potevo sbirciare dall’alto del sesto piano di un palazzo degli anni Venti, decadente sin dal primo disegno. Le guardavo la testa soprattutto, riccioluta e senza proporzione, avvitata con forza al suo collo sottile. Stava ferma per ore, concentrata su quello che copriva, all’incrocio della fuga nera delle piastrelle.
Giovanna non guardava mai verso di me; rivoltava la testa all’indietro per controllare se pioveva, come se la pioggia sullo sfondo bianco del cielo si potesse vedere. Talvolta la inclinava di poco e i riccioli neri le scivolavano sulle spalle, allungandosi più sotto, e pesandole sulla schiena. Un’inezia. Ma bastava perché io me ne accorgessi; conoscevo le misure dei suoi spostamenti, le distanze che i suoi passi coprivano sulle piastrelle, il divario tra la testa e i piedi, il dislivello tra il mio balcone e il suo.
Capitava che giungessero le tortore a darle noia, aggrappate al canale di scolo posto sotto la grata, tra il suo terrazzo e quello del piano di sopra. Giovanna impugnava una scopa da interno, mutilata delle setole, e ne appoggiava il bastone al tubo arrugginito, nella speranza che questo bastasse a cambiare le abitudini della natura.
Il bastone cadeva quasi ogni giorno, le tortore tornavano, e a terra le piastrelle s’imbiancavano di una crosta spessa che alterava il livello del balcone. Vedevo lo spessore aumentare, riflesso sui vetri dei serramenti di casa, che suo padre chiudeva perché Giovanna non entrasse con i piedi sporchi.

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