Dieci di agosto

10 agosto 2015 § Lascia un commento

La Storia è di chi la subisce, giorno dopo giorno; chi la narra, ponendosi coscientemente sempre contro il potere, affronta un massiccio lavoro di ricerca del tempo perduto: collettivo, mitico e storico, certamente, ma anche ciclico, tempo degli eterni ritorni esistenziali – nascita, maturità e morte – e individuale – tempo della memoria, in grado di preservare l’integrità dell’io – personale o collettivo – anche nell’oppressione.

[S. Albertazzi – La letteratura postcoloniale, p. 116]

Qualche mese fa, con un amico, si parlava dei costi di prendere casa a Milano. Del costo di abitare accanto alla stazione centrale, del rischio di abituarsi al disagio dell’altro, di interiorizzarlo fino a renderlo scontato. Del costo umano di vedere, non vedere, di cambiare senza accorgercene.

Questa mattina a Milano pioveva a dirotto. Le stazioni del passante che prendo ogni giorno dalla provincia fino a Porta Venezia brulicavano di ragazzi africani – Corno d’Africa per amor d’esattezza – richiedenti asilo, richiedenti riparo dalla prima vera pioggia dell’estate. Si trascinavano da una panca all’altra, aspettavano che spiovesse. Avevano l’aria di chi non sapesse dove andare in questo mondo-metafora della convenzione di Dublino: coperto, improvvisamente misurabile e ristretto. Al binario, le panchine di questo dieci di agosto sono poche e tutte occupate. Anche i muri paiono ridursi se ad appoggiarci siamo in così tanti, se siamo tutti qui e di sopra non c’è più nessuno. Il tempo trascorso sui sedili del passante, pendolo perpetuo Milano Certosa – Milano Porta Vittoria, ha una durata che non è calcolabile, quando piove. L’energia senza meta si disperde, da seduti, affacciati al finestrino che dà sui binari sotterranei. Andare tornare dondolare tra due direzioni, senza averne una davvero se non quella verticale dell’attesa che spiova. Evitare le stazioni fantasma, buone per gli esterofili e i cineasti, scendere a Porta Venezia, a Repubblica, a Porta Garibaldi, che se esce il sole almeno ci sono i giardini, che non sembra di essere da soli. Questo farei anche io: aspetterei in piedi, appoggiata al corrimano delle scale, che si liberi una panchina; osserverei la gente che scende le scale con l’ombrello, che se è aperto piove ancora, ma se è chiuso la pioggia non è più così forte. E allora ci proverei, mi arrischierei a salire le scale, insieme a qualcun altro che ha aspettato con me, e me ne andrei con lui, il dieci di agosto, con l’erba che si asciuga in un attimo, ai giardini di Porta Venezia.

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Milano, i castelli, le zucche.

31 maggio 2011 § Lascia un commento

L’incantesimo s’è interrotto. Si rompe lo specchio, scocca la fine dell’ipnosi.

Succede che il fossato profondo chilometri tra il castello di gommapane e la gente-burattino si riempie d’acqua cristallina. Le persone si avvicinano. Senza sospetti, senza moderazione, senza voglia di pesare le parole, contrattare, compromettere, convenire. Bastano poche bracciate, le pinne tese, le idee chiare. Finché non si tocca la gomma del muro gonfiabile e la si buca con l’Opinel sporco. Il castello si sgonfia. Si sdraia sull’acqua, la gente vi siede, tergiversa in attesa, festeggia, riflette, propone, attende che il sole risorga di nuovo.

L’opinione è sempre politica. Non avere opinioni nuoce al paese, a se stessi, ai propri amici. Anestetizza, addormenta, placa.

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Venezia non ama nessuno

16 maggio 2011 § Lascia un commento

Il pavimento di Santa Lucia umido mente e fa scivolare. C’è il sangue per terra di chi c’è cascato. Il vento non perde di vista gli americani, maggioranza schiacciante in questa città di camminatori e topi. La festa mobile veneta scimmiotta la capitale dei formaggi che puzzano. Puzza Venezia quando è costretta a bagnarsi per ore. Chi cammina si fonde il cervello a furia di gocce proiettile che come trapani sfondano ombrelli e cappucci. Mi fermo davanti all’ennesimo vicolo ceco. Davanti ai cammini interrotti. Ai canali stretti mai quanto basta per farsi saltare. La luce che cerchi è sempre aldilà di dove ne credevi fosse la sorgente, aldilà di come poteva andare, aldilà di quello che avresti potuto fare.

Sono pessimista e scaramantica a parole, ma ottimista di natura.

Penso che le cose debbano concludersi per il meglio, che il tempo sia sempre abbastanza, che l’essere umano sia in ultimo onesto. E buono. Così me lo merito un giorno di pioggia dopo un giorno di sole. Anche se avrei potuto averne due di sole. Impensabile non averne nessuno nell’opinione matematica di chi ragiona con le dita incrociate.

Upward in me e fuori di me. Chi conta solo sulle proprie forze non va lontano. Servono quelle degli altri. Così tra i nomi dei santi e una clessidra seguo l’orobilogio del mio sesto senso. Che funziona quasi sempre in amore. Funzionava in inglese e negli studi di funzione. Ed ora schiavo di una bussola mi fa ritrovare là dove volevo. E ritrovare le cose perse arrotolate tra le coperte, piccole e preziose.

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