Il Verde Potenziale – il READING

7 luglio 2013 § Lascia un commento

verde pot_grillo

[ascoltami – fagnano la rossa]

«Quando è così me ne andrei in Albania. Oppure a Gallipoli. Se avessi la macchina, o un aereo di quelli piccoli che atterrano sui campi farei dei viaggi che nemmeno mi vengono in mente tutti. Potrei nascondermi, non mi vedrebbe nessuno; mi farei trasportare dagli altri e andrei dove decidono loro. Sono talmente stecco che potrei mettermi al posto del gilet di salvataggio degli aerei o nelle tasche di plastica che stanno accanto ai sedili delle macchine, insieme agli occhiali da sole e all’autoradio. Sdraiarmi stretto stretto sopra i tergicristalli dei pullman e farmi sbatacchiare come al luna park. Potrei fare le voci, spaventare tutto l’equipaggio e prendere il comando del vascello o dell’astronave… e poi? Poi me ne tornerei qualche giorno a Valona, da mio cugino Dedë; potremmo farci un po’ di mare che io ero troppo piccolo e il mare di Valona non me lo ricordo. Mamma dice che non è possibile, che dal finestrino l’Adriatico si vedeva eccome. E per finestrino intende quello dell’aereo, perché io, in Italia, ci sono venuto con l’Air France, mica con la barca. Sennò figurarsi se me lo dimenticavo, il mare.»

[ascoltami – fagnano la verde]

Martedì 9 Luglio alle ore 21.00

26per1, Elaborando Coop. Soc., Fondazione Cariplo

presentano

Il Verde Potenziale – il READING

VETRONOVA – Live Concert

presso

Parco AVIS/AIDO – zona Biblioteca Emzo Biagi

Fagnano Olona (VA)

Oplà e Oltre Il Racconto

2 luglio 2013 § Lascia un commento

Lalbero dei libri è un progetto con al centro le biblioteche di lettura che la Cooperativa Elaborando ha portato avanti grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e alla collaborazione con associazioni come CRT – Teatro Educazione; Oplà – Animazione Culturale e 26per1 che si occupano di animazione culturale sul territorio.

Giovedì 4 luglio alle ore 21.00 presso l’aula magna della scuola media “Enrico Fermi” in piazza Alfredo di Dio a Fagnano Olona (Va), l’associazione Oplà presenta: “InSomnia” uno spettacolo ispirato ad alcuni dei brani tratti dal volume: “Oltre il Racconto“. Sono le storie che i partecipanti – piccoli e grandi – ai laboratori di scrittura creativa che ho tenuto presso la Biblioteca “Enzo Biagi” di Fagnano hanno scritto e riscritto fino alla nausea. La serata di giovedì è dedicata ai ragazzi. Che altro dire? L’ingresso è libero e gratuito e io sarò lì, a fare il tifo per i nuovi piccoli scrittori.

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La festa del desiderio

26 maggio 2013 § Lascia un commento

Al è morto che non era nemmeno metà pomeriggio, ad una settimana dall’inizio della scuola. Sua madre non si lavava i capelli da cinque giorni, suo padre usciva la mattina presto con lo spazzolino da denti infilato nella tasca interna della giacca perché non sapeva quando e se sarebbe rientrato. Il Dottor Brandoli ha parlato di aneurisma polmonare ed era molto dispiaciuto.
Una malattia da vecchi, ha detto Pablo Catullo quando Al gli ha raccontato l’episodio in cui il dottore è entrato nella stanza e, con un occhio al computer e uno al lettino, ha comunicato a sua madre che Al non stava più respirando.
«Il giardino di casa tua sembra una strada di Valona, di quelle di traverso con i buchi di mezzo metro.»
«Dev’essere per via del cane.»
«Che gli ha risposto tua madre?»
«Gli ha detto che se n’era accorta, ma non voleva disturbare. Mia madre lo sapeva che ero lì lì per morire; è una donna intelligente.»
Pablo Catullo annuisce. Quando aveva più o meno l’età di Al aveva litigato con sua madre per decidere dove fosse meglio seppellire la Betty, la cagna che avevano ereditato dai nonni. Pablo s’era impuntato su una zolla di terra brulla per via dell’ombra tutto l’anno e della pressione funerea di un grosso vaso di pietra. Aveva insistito per scavare di persona la fossa alla povera Betty, ma poi sua madre aveva cambiato idea e Pablo s’era ritrovato a dover ricoprire il buco a mano, ributtando dentro tutta la terra temporaneamente ammassata su uno di lati della fossa.
«Ce l’avete da molto?»
«Da un paio d’anni. Prima ce n’avevamo un altro. Quando è morto abbiamo fatto due estati ad andare in tutti quei posti in cui se c’hai il cane non puoi andare. Poi ci siamo stancati e mia madre s’è presa Rufo. È un cane da caccia. Ribalta il giardino, nasconde le cose.»
Al continua a gironzolare per la stanza buia. Pablo si chiede a cosa pensi un ragazzino morto; che cosa si aspetti, prima di andarsene per sempre.
«Vengono dall’Albania per il tuo funerale Al?»
«Andiamo noi, credo. Mia madre dovrà cucinare un mucchio di roba.»
«Festeggiate?»
«Più o meno.»
Pablo si alza e va in cucina. Torna con due bicchieri di latte e un pugno di biscotti.
«Ieri c’era quel tuo amico al parco.»
«Quale?»
«Quello che gioca a calcio.»
«Maio?»
«Stavo per alzargli le mani.»
Al sorride, Maio se le va sempre a cercare.
«A un certo punto s’è messo ad urlare contro lo Sgherro finché non gli s’è gonfiata tutta la faccia e s’è messo a piangere come un bambino.»
«Lo so. Ho fatto per dargli una cosa ma non ci sono riuscito.»
«Cosa?»
«Niente, una fascia per capelli. Come questa qui.»
Al si sfila la fascia rossa e la mostra a Pablo.
«Bella frociata. Dì, com’è che s’è messo a piangere quando sei arrivato te?»
«E che ne so.»
«Lo sa che sei morto? E che domani c’è la festa del desiderio?»
Pablo si scola i due bicchieri di latte uno in fila all’altro. Al lo guarda. In mano ha una pallina rimbalzina dove il mondo è una pangea.
«E che ne so. Dì, non hai caldo te? Io c’ho un caldo boia.»
«E tua madre?»
«Fa la badante dalla sciura Rocchetti.»
«Come l’ha presa che sei morto?»
«E che ne so.»
Al misura il perimetro della stanza di Pablo. A scuola una volta gliel’han fatto fare con un quadernetto. Quadernetto dopo quadernetto han percorso lato minore e lato maggiore dell’aula, un’ottantina di quadernetti in totale. Poi con base per altezza han trovato l’area in quadernetti.
Al si ferma davanti allo scaffale dei cassetti. Sopra c’è lo specchio che Pablo Catullo usa per sistemarsi le sopracciglia che si uniscono in mezzo alla fronte.
«Allora è vero che c’hai la foto di Virginia sullo specchio.»
«A mia madre conviene che io abbia la ragazza. Glielo chiedono al negozio.»
«Però non ti interessa.»
«Non mi interessano le persone. Io parlo solo con i morti.»
«E quando non ce n’è cosa fai?»
«Fumo qualche sigaretta. Lascio che mi venga qualche idea per dei lavori manuali. Al supermercato mi han lasciato dipingere il gabbiotto per fumatori.»
«Figo.»
«C’ho disegnato un giglio.»
«Che? Sei della Fiorentina?»
«Mi piacciono i fiori. Pazzini c’ha un giglio tatuato da qualche parte.»
«Era della Fiorentina.»
«Secoli fa Al. Ma dove cazzo vivi?»
«Sono morto, infatti.»

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Perché piangi Maio?

12 maggio 2013 § Lascia un commento

«Se non era per Guerino, voi, tutti tossici eravate.»
Maio è seduto su una panchina, fuma la sua sigaretta giornaliera, è impacciato ma non ha l’età per accorgersene. Guarda fisso lo Sgherro, abbassa lo sguardo solo per non scenerarsi sulle Tiger. Lo trova gonfio, invecchiato. Allo Sgherro, agosto dà alla testa, comincia ad inveire contro i ragazzi del parco già in tarda mattinata. Sarà il caldo pensa Maio, sarà la solitudine: c’è chi ne soffre terribilmente.

L’anno scorso se l’è presa con Rajeev perché ascoltava quella spazzatura indiana dal cellulare ad un volume illegale; nessuno gli ha detto niente per pudore, ma era chiaro che prima o poi qualcuno gli avrebbe messo le mani addosso. Mentre se ne stavano là a fare niente e a leggere del calciomercato del Chelsea, dal primo piano di uno dei palazzoni di Fornaci si è affacciato lo Sgherro che era a bere il caffè da un’amica di sua moglie.
«Leva sta musica o te lo butto, il cellulare», ha detto ed era evidente che ce l’aveva con Rajeev.
Dietro di lui l’amica di sua moglie era avvolta nel drappo rossastro di un tessuto sintetico. Dal machete scuro, Maio ha riconosciuto la bandiera dell’Angola. Lo Sgherro aveva le vene del collo tirate e aspettava che l’indiano aprisse bocca.
Rajeev, che è di temperamento mite e si gasa solo per i musical e per le patatine arancioni a conetto fantasia scozzese, non ha fatto una piega; s’è seduto sul tavolo di pietra con i piedi appoggiati alla panca e ha preso in braccio sua sorella. Rajeev si porta sempre appresso un paio di fratelli, li usa per difendersi, sono la sua scusa per non accettare i passaggi in motorino: no guarda siamo in tre noi, lascia perdere, ti risponde. La verità è che ad andare in motorino in Valle Olona Rajeev si caga addosso. Comunque. Sta storia della sorella sulle ginocchia lo Sgherro l’ha presa come una sfida. Neanche dodici secondi ed eccolo apparire da dietro la rastrelliera delle bici dove ci sono i motorini che scottano. Quando Rajeev se n’è accorto ha fatto finta di niente e s’è messo a telefonare. Erano tutti un po’ agitati perché dallo Sgherro non sai mai che cazzo aspettarti.

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Davanti casa

5 maggio 2013 § 2 commenti

In paese le notizie sfuggono di mano. La gente parla; lo fa continuamente e tutta insieme. La gente è un’eco di bisbigli che circonda il paese e lo annoda in un cappio di corda; s’intrufola dalle finestre all’ora di pranzo e approfitta delle cucine farcite di odori; si fa forte delle chiacchiere delle massaie.
Le massaie? Floriana ma che dici? Te sei ferma al 1990! Ricordi? T’ho prestato Goo dei Sonic Youth mentre rientravamo dalla mensa delle suore e te l’ho spacciato per la demo degli Aracnide, il mio gruppo del liceo. E c’hai pure creduto! È per questo che tra me e te non avrebbe mai funzionato.
Floriana è pensierosa: Fagnano non l’è mai piaciuta. L’idea che a girarla tutta in bicicletta le ci voglia un quarto d’ora a stare larghi, l’ha sempre atterrita. Come se in un posto tanto piccolo non si potessero che coagulare energie negative, infezioni e malelingue.
Però dai Floriana, adesso stai a esagerà, potevi venirtene a Londra con me no? Invece di temporeggiare… Sai che a Londra ci sono un mucchio di posti che vendono quei nastri rosa a pallini che tua madre usava per tenere in caldo il rustico da portare alla pesca di beneficenza?
È inutile aspettare sotto casa, Marcello non l’ha fatta salire, e fare il palo nel cortile degli altri insospettisce i vicini; tanto vale incamminarsi verso il centro, chissà mai che il Tognon in bicicletta non capiti di strada.

Quando ha avuto l’occasione di svignarsela e trasferirsi a Milano, Floriana non ne ha approfittato; ricorda la notte prima del colloquio: con la testa che viaggiava veloce verso un nuovo appartamento, un nuovo incrocio, un’edicola meno spaziosa di quella di Via Pasubio ma più fornita. Se l’era immaginata con la pioggia, Milano; l’asfalto disseminato di crepe, l’odore acre del riscaldamento in metropolitana. La mattina Floriana aveva chiamato l’Istituto Professionale Regina Margherita, aveva ringraziato subito e poi s’era presentata. Confermato signorina, l’aspettiamo per le undici, le avevano detto. Floriana aveva sorriso ad alta voce, era davvero dispiaciuta di doverlo comunicare così a ridosso, ma il fatto era che proprio quella mattina l’avevano chiamata altrove. Le avevano offerto uno stipendio minore ma un orario più elastico. Eppoi sa com’è, è proprio davanti casa. Dall’altra parte della cornetta le erano arrivati i migliori auguri e tanta fortuna. Floriana aveva ringraziato, euforica, come se al primo tentativo avesse preso la linea a Select di Mtv e Victoria Cabello le avesse chiesto che video volesse.
Eh già Floriana. Hai sempre fatto la comoda tu, l’addormentata. Ma ne sei certa che metter su strati di salame sugli occhi non faccia male all’umore, prima ancora che alle tue iridi sensibili? Quella volta al telefono hai avuto la voce più squillante di sempre. Ma che c’è da squillare se te ne resti ferma e dici no grazie a tutti?

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Sono Pablo Catullo e parlo coi morti

26 aprile 2013 § 2 commenti

I capi di stato, i dittatori; i sindaci, i podestà. C’hanno sto modo di tirar su i monumenti, di chiamarli con il loro nome e poi morire. Li lasciano a metà, e chi vuoi che glieli finisca. La Biblioteca François Mitterrand c’ha na passerella leggiadra che sembra appesa con il nylon. E la Torre di David di Chavez? Lasciata a macerare per l’eternità; occupata da poveri cristi, c’ha le guardie ad ogni piano che ti chiedono i documenti in coda sulle scale, mentre aspetti il turno al cesso. Chi cazzo sei, ti chiedono. Sono Pablo Catullo, risponderei. Pablo Catullo e faccio il cassiere. Sono figlio unico, mia nonna ha 73 anni, giochiamo a calcio in cantina e quando abbiamo la macchina ce ne andiamo in Svizzera a fare benzina. Sono uno che finisce quello che inizia e c’ho la stoffa del capo. Pablo Catullo, risponderei.

Pablo Catullo all’Ipercoop lo conoscono tutti. C’ha l’erba più buona di tutta la valle e i capelli neri, dritti come strisce di gomma. Ha il naso di Nuño Gómes e le spalle di Fabio Fazio. L’estate della mucca pazza c’avuto una storia con Virginia, la sorella di Claudio, questo prima che l’assumessero all’Ipercoop. Era na roba di sesso, non è durata niente; e poi Catullo è uno che s’annoia facile. Si dice che c’abbia una foto di lei in camera, infilata tra nella fessura della cornice di legno e lo specchio.
Una sera che Al era da Claudio a sfogliare dei giornalini di armi, Virginia è entrata senza bussare blaterando che la camera è pure la sua e che c’avete voi a starvene sempre d’intralcio sul pavimento. Aveva il telefonino in pugno, Virginia, c’era poco da fare: li ha fatti spostare per far passare la sedia perché le serviva la scrivania. Ha acceso il computer e s’è messa a smanettare; ha attaccato il cavo USB e cliccato convulsamente sul mouse per un mucchio di tempo. All’improvviso ha alzato le mani dalla tastiera e ha guardato diritto, oltre lo schermo. Con un barrito da qualche parte nella savana s’è avviata la stampante. In formato A4 Virginia s’è stampata dodici copie della stessa foto. Zoom normale, zoom 2x e zoom 4x. Claudio s’è avvicinato al piano basculante dove i fogli si accumulavano uno sopra l’altro. Le ha chiesto di fargli vedere, ma si vedeva tutto sgranato e poi lei ci teneva le dita sopra.

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Fiabe

7 aprile 2013 § 1 Commento

Mentre mi preparo per andare a letto, mia madre mi riempie di fiabe. Ne racconta una di seguito all’altra e sono talmente tante che anche quando mi infilo sotto le coperte e chiudo gli occhi faccio fatica ad addormentarmi. Le spaccia per antiche leggende albanesi ma io so che se le inventa lei, così, su due piedi. L’ho capito dai nomi di persona che ci mette dentro: i protagonisti sono sempre Al e Bresha che è il nome di mio nonno. Fatmir è sempre la femmina (si chiamava così un’amica di mia madre che a Valona veniva da noi per insegnarle a cucire) e le strade sono quelle attorno a casa nostra, Via Roma, Via Monte Grappa, Via Cesare Battisti.
È una donna di buoni sentimenti mia madre, sempre lì a compiacere gli altri. Vuoi una fiaba? Ecco vieni che ne ho giusto un paio che fanno per te. Quando ho dato di matto per farmi mandare agli scout lei mi ha rifilato la storia macabra di un bambino di Busto che durante un’uscita con gli scout in Valle Olona aveva incontrato la temibile Fatmir. Fatmir era il fantasma di una maestra, morta ammazzata all’inizio del Novecento. Bresha (così si chiamava il ragazzino) s’è visto la maestra-fantasma venirgli incontro e chiedergli da che parte era il castello; ha detto che si era persa perché s’era allontanata un po’ troppo: da morta poteva camminare per giorni senza sentire la stanchezza. Al che Bresha, che era un discreto velocista, ha fatto dietro front e s’è messo a galoppare verso il gruppo che lo precedeva di una cinquantina di metri. La morale della fiaba di mia madre era che non bisognava star troppo fuori dal gruppo o, peggio, chiudere la fila. Poteva essere pericoloso.

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