Calcolatrici

9 giugno 2017 § Lascia un commento

Per anni ho creduto che la fabbrica in cui lavoravano mio nonno, mio zio, un altro mio zio e mia madre producesse calcolatrici: ne avevo vista una con il marchio Oriton. Mi ricordo di averlo anche detto a qualcuno, qualche anno fa, quando si andava ancora in giro a fare domande come cosa fa tua madre? Calcolatrici. È la mia voce a rispondere caustica. Sapevo quello che dicevo, ero convinta che conoscere i propri genitori fosse metà dell’opera, nell’arduo capolavoro di conoscere se stessi. E un po’ lo era: la prova del fatto che io, di me stessa, non sapevo proprio niente. La calcolatrice che avevo visto faceva parte del merchandising: shopper, portachiavi, spillette e calcolatrici. La Oriton, classe 1963, aveva optato per queste ultime, grandi e maneggevoli, a pile o a energia solare, alcune – le più vecchie – con un rullo di carta perché scripta manent.
Lo chiesi a mia madre urlando dal sedile passeggero, che cosa facesse tutto il giorno, dimenticandosi di me o di mio fratello che la aspettavamo per ore sotto la pensilina del campo della Cassanese, con gli zaini infradiciati e le scarpe sporche di fango. Impianti di estrusione, mi disse lei, con la voce più ferma che ricordi, dopo quella nera di Dickens. Estrusione. In quella parola c’era tutta la violenza che già a quindici anni potevo intravedere. C’era l’interruzione di un contatto tra due corpi, il mio e il suo, separati dalla nascita, il suo e quello di mio padre, separati dalle cartoline che lui le spediva e che io avevo la cura di appoggiare accanto al telefono, infilate sotto il modem, per non dover incrociare il suo sguardo o rispondere a un rantolo informe che via via sarebbe divenuto sprezzante, a furia di chiedere invano di chi fossero.Schermata 2017-06-09 alle 12.16.14
C’è un’immagine, una di quelle immagini che colleziono senza volerlo e che mi insegnano a non fidarmi di nessuno: mia madre e mio padre sono in piedi sul limitare di una pista d’atterraggio per velivoli, i loro gomiti si toccano: mia madre indossa una giacca di pelle tagliata male e costata centinaia di lire, è una giacca per cui l’ho vista piangere. Mio padre, una blusa di camoscio rovinata dalla bretella del monospalla che ha sempre con sé, infatti, se abbasso l’inquadratura del ricordo, il monospalla è lì, ai suoi piedi, accasciato come un animale ferito. A terra la linea è larga una spanna, gialla, continua. La pista è grande poco più di un campo di basket e ci sono due aerei, uno dei quali ha il motore acceso. Sono due trabiccoli, un misto tra quelli a punta di Top Gun e quello arrotondato di Snoopy, devono anche avere delle eliche da qualche parte e fanno il rumore di una motosega. Mia madre legge a voce alta una cartolina di Domenico Sarti, che saluta lui e tutta la sua famiglia, ‘dal lato oscuro della valle dei pittori’. Tutto accade alle mie spalle, a dire il vero, anche un po’ più in alto, sopra la coda a palma che ho in testa e che mi fa guadagnare centimetri. Cristallino il timbro di mia madre che si stacca dalla motosega come un ottavino che ride, eloquente il silenzio di mio padre. Io guardo l’aereo spento, c’è un pilota seduto che armeggia con qualcosa che è nascosto dal muso di lamiera del velivolo. Accanto a lui, mio zio Fausto firma e ringrazia annuendo.

Ha appena preso il brevetto, mio padre ha lasciato alla quarta lezione, senza rimpianti, ma siamo andati comunque a congratularci con suo fratello. Non ci porterà in giro in aereo penso, io e mio fratello saluteremo i nostri cugini che invece voleranno da scuola ad Alassio, da Alassio a Cupra Marittima, da Cupra a Grado Marina. Noi li seguiremo in treno o sulla Ypsilon 10 di mia madre o sulla Golf di mio padre targata arancio VA – o su entrambe, se i genitori si separeranno e costringeranno anche noi a separarci su due macchine – i nostri giorni di vacanza si accorceranno, perché dovremo partire di notte, viaggiare per ore, e fare lo stesso la coda in autostrada, e fermarci a vomitare perché mio fratello ha il mal d’auto; faremo la coda per prendere il traghetto, sotto il sole fortissimo accenderemo Madonna. Dormiremo sul ponte tutti puzzolenti di mare senza averlo ancora toccato, e tutto perché saremo costretti a fare tutte queste cose in due, senza i cugini: ci sentiremo soli, dunque, molto soli, e dovremo accontentarci dei nostri Game Boy.

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A causa dei nostri genitori separati

23 gennaio 2017 § Lascia un commento

A causa dei nostri genitori separati, ci separeremo da quello che siamo. Diremo tutto il contrario di mamma, faremo esattamente come papà.
Rientreremo molto tardi la sera, o molto presto la mattina, e non ci verrà in mente di doverci scusare.
Sapremo sempre cosa dire ai nostri amici.
Saremo saggi, maturi, precoci, vecchi.
A causa dei nostri genitori separati, impareremo con anticipo cosa significa compiacere, negoziare, soprassedere, solitudine.
Sapremo cosa intendono i nostri amici quando ci diranno di sentirsi in dovere di compiacere qualcuno, di negoziare al ribasso, di soprassedere a qualcosa per non creare guai. Ma soprattutto, sapremo esattamente cosa provano quando diranno di sentirsi soli.
Ci chiederanno di fare qualcosa.
Ma noi non sapremo cosa fare, perché a causa dei nostri genitori separati ci siamo sempre sentiti soli e non abbiamo mai pensato che fosse una condizione di cui potersi liberare.

Cominceremo a pensare – soltanto allora, soltanto grazie ai nostri amici – di poterlo fare. Di poterci sbarazzare della solitudine.
E sarà questa, per noi, la prima tappa di una lunga adolescenza.
Che a suo tempo, a causa dei nostri genitori separati, si era mescolata agli anni precedenti e agli anni successivi.
Metteremo tutte le nostre forze in una gerla. Ce la caricheremo sulle spalle, cominceremo a camminare. Le nostre forze si esauriranno. La solitudine resterà. Ci faranno male i muscoli delle gambe per tutto lo spazio percorso. Invidieremo le oche che migrano in gruppo. Ci fermeremo a guardarle, una sera che le bretelle della gerla ci avranno inciso le spalle fino a lasciarci il segno.
Sopraggiungerà la notte. Guarderemo le stelle, ci sentiremo banali, ci sentiremo degli archeologi più che degli astrologi, invece del futuro ci sorprenderemo a cercare il passato, l’inizio del tempo in una stella morta.
Un insetto ci farà il solletico ad entrambe le caviglie.
Ci diremo che non è possibile – ad entrambe le caviglie, contemporaneamente – che non è possibile sbarazzarsi della solitudine.

Ebbene.
Grazie ai nostri genitori separati, l’avevamo intuito.
L’avevamo provato. Avevamo sempre mal di pancia. Chiedevamo a chi ci era vicino se poteva, solo per un attimo, ascoltarci la pancia.
Questo accadeva molto tempo fa, quando eravamo saggi, maturi, precoci, vecchi e chiamavamo la solitudine mal di pancia.

Torneremo dai nostri amici.
Diremo loro grazie di averci chiesto di fare qualcosa.
All’improvviso ci sentiremo soli, ma sapremo di esserlo tutti quanti insieme.

3513_06[Io e mio fratello a Londra separati da un vetro]

Microsentimenti

10 gennaio 2015 § Lascia un commento

L’infanzia finisce
Finisce la giovinezza
Anche l’età adulta finisce
E la vecchiaia.
Perché, figlie mie,
Credete
Che la vecchiaia sia diversa?

Poesia del padre di Faith
[uomo con gli occhi sporgenti e la faccia pallida da uccello]
Faith nel pomeriggio, Grace Paley

Una cura

Una voce forte, di donna. Di una donna molto più vecchia di te e piena di difetti. Una donna letta, la cui voce è rimprovero e allo stesso tempo rifugio. Una serie di fatti incontrovertibili: situazioni e persone non si possono cambiare; Brooklyn non è la Brooklyn che ti immagini cara, le cose sono come sono là sotto, e quella voce corre civetta e mai tace e racconta di sè, di altri e giudica e squarcia con la sua forchetta tutta la tela, la pagina e urla – quel libricino di 123 pagine – urla e il tuo fastidio – Carolina mia – non è altro che la sua estrema, attraente, sicurezza.

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Un luogo sconosciuto, ma elettivo. La cui quota strida con quella del tuo spirito. Alta montagna? No. Mai stata una con la voce forte ma nemmeno dallo spirito pacato: la risposta è pronta, il cinismo facile, l’umore complicato. E allora una valle semplice, senza niente da vedere. Una valle che non fa ridere, impreparata ad accogliere chicchessia. Buia, ma che anela fino all’ultima goccia di luce, e si costruisce uno specchio di 40 mq per abbracciare più raggi di sole possibili per poi scaraventarli mille metri più in basso, nella piazza di un paese che fa 207 ombrosi abitanti. E un’osteria.

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Servirà il sale grosso? Lo porto. Porto anche tre dita d’olio e lo scalogno, e la passata, e bustine di tè, e una salsiccia piccante. Mais, panna, un cavolo verza da non fare marcire in frigo. Una bottiglia di vino. No, l’ho dimenticata questa, insieme allo spremi agrumi. Poco male, sulla buccia butterata degli agrumi uso i denti ma il vino no. Non si sostituisce con la tisana della sera, con il pane tostato sulle piastre elettriche. È una baita, ci si arriva a piedi, neanche dieci minuti di strada. Ma tanto a pesare davvero c’è solo la bottiglia dell’olio e una solitudine cucita addosso come una cerniera che tiene insieme i pezzi del mio corpo. Un vecchio film di Cronenberg.

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Ci si abitua. Alla bellezza come al dolore, al riscaldamento centralizzato, al soppalco, alla pioggia che cade ogni giorno, per un intero mese. Si smette di essere saggi quando una persona che conosciamo da poco ci dice quanto lo siamo. Non ci avevamo mai pensato, quanto più saggi possiamo ancora diventare? E mentre lo pensiamo ecco che la saggezza se ne va, come solvente per lo smalto dimenticato senza tappo; se ne va – la stronza – e noi diveniamo precipitosi, iracondi. Hai voglia, ad abituarti alla nuova tu. Tu precipitosa, tu iraconda. Ad accettare che non è come credevi, che non si arriva da nessuna parte, che si gira – macché in tondo – si gira a culo, come un ubriaco che deve attraversare la strada e a malapena si regge in piedi. E cos’è questo tic tac? E il segnale per fare attraversare i cechi, testa di merda.

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Se i piedi sono caldi, anche il resto del corpo è a suo agio. La mattina lavoro meglio, il pomeriggio le idee si appiattiscono una sull’altra, divengono sudicie e buone solo per giocarci a carte. Chi canta, infine, prega due volte. Esco, di mattina non troppo presto, con le stesse scarpe che ho portato in Portogallo ad agosto. Esco senza scrivere una parola, senza aver lavorato niente, forse senza nemmeno essermi lavata i denti. Perché la luce poi se ne va e bisogna approfittarne. Perché in montagna come a Milano io le cose le calcolo sempre, mi ripeto le cose con ordine, cosa fare prima, cosa fare dopo, se riscaldare il sugo al tonno, mi raccomando Carolina metti a bagno le lenticchie. Poi torno. Le lenticchie sono di quelle in scatola di latta, molli, paradossalmente le puoi mangiare dal vasetto. La sera scrivo tutta la sera, muore Pino Daniele, metto su un disco celebrativo, canto le ultime, quelle melense del suo periodo melenso. Sto bene. In barba la dipendenza, come quell’amica di Faith che in barba all’eternità ficca una foto di famiglia sottovetro. Leggo la storia dei marò su Giap, leggo anche i commenti, la discussione, ci metto più di due ore. Mi alzo solo per andare a pisciare.

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Poi, a letto, prego. Il tiadoro, non lo ricordo tutto. Sento il disagio che sale, lo stesso che mi faceva ripassare il Gesùdamoreacceso prima delle confessione. Ero abbastanza bambina che ben piantata sull’inginocchiatoio mi veniva comodo appoggiare il mento sullo schienale della panca davanti, mollare le mani, provare a stare in equilibrio, distrarmi, tocca e me. Cazzo. Primo peccato: parolacce. Mi addormento, il disagio resta, mi sveglio spesso. La mattina torno a camminare. Alpe Cavallo. Sul sentiero mi guardo le spalle. Ho letto che ci sono le marmotte chiassose, anche se quello appena superato è un villaggio buddista che negli anni Novanta brulicava di gente. La donna che incontro ci tiene a ricordarmelo: era pieno di bambini. Non come adesso. Io mi guardo intorno, mi guardo le spalle sul sentiero che arrampica, fotografo l’inchiostro sulla roccia, come pollicino, ho il terrore di perdermi. Ho il terrore dell’ultimo treno, dei libri di cui non si trovano più le ristampe, dell’ultima – l’unica – occasione. Ma in montagna sono i microsentimenti che tengono in vita. Il segno di un sentiero dopo dieci, dodici minuti di panico, è dolce come il bacio di un’amica che non è brava con le parole. Rinfranca come un nome comune di cosa, maschile, singolare. Incontrare qualcuno, se si è soli, spaventa. Se non si è soli, normalizza. Sentirsi accaldati, dopo un lungo tratto di sole, spogliarsi, sedersi, sorridere mentre si beve, tornare sui propri passi, cercare casa dall’alto, rientrare, cucinare in maniche corte, il soffritto che si prende tutto lo spazio, e poi rimettersi a scrivere, di sera, quando le idee dormono, quando la stanchezza scende e io ho sempre caldo.

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Accade di rado, ma quando accade credo sia una cosa preziosa. Che un microsentimento sbuchi da dietro lo zoccolino, accanto alla porta d’ingresso della casa di provincia dove vivo. Quando accade mi ci aggrappo, è la coda di un topo mi dico, non di lucertola. Se la afferri per bene, Carolina, non si stacca da lui ma si attacca a te. Allora c’è qualche coda di topo adesso, non sono ancora brava ad afferrarle, ma ne ho vista una ieri sera tardi, e nemmeno avevo acceso la luce. Forse era la coda del gatto. Quando sono molto agitata mi capita che mi piego per raccogliere una cosa e non è una cosa ma è la coda del mio gatto. Devo lasciarla dov’è e aspettare il microsentimento di provincia con l’attenzione che si merita. Perché il microsentimento è una cosa che se uno non è concentrato non si gode. Per esempio, ho una pianta. Si chiama asplenium, è una felce ma ai non esperti pare un’insalata riccia di plastica. Ecco, questa insalata sta cominciando a stufarmi perché non si capisce se sta bene o male, non butta una foglia che sia una, non si deprime se è buio, non si secca col riscaldamento a palla. Sta lì, tanto che ho controllato su google immagini il nome, perché mi era venuto il dubbio fosse davvero di plastica. E invece, stamattina, ho notato che la foglia rivolta verso il muro si è piegata, e la punta è giallina. Anche adesso, mentre scrivo, l’insalata è lì, con la foglia piegata appena: immaginate quelli che riescono a piegare solo l’ultima falange delle dita. Io però so che prima era dritta e adesso qualcosa è cambiato. E se me ne accorgo vuol dire che sono pronta a captarli tutti i microsentimenti del cazzo, tutti, tutti, tutto il pavimento, le piastrelle, le fughe delle piastrelle, i pezzi di cemento dove le piastrelle si sono rotte, tutto tutto pieno di trappole, trappoline, formaggi triangolari, buchi, formaggi coi buchi, code di topo, di gambero, di topogambero. SIETE MIE.

Thought moves in circle

20 ottobre 2013 § 1 Commento

We are on a search for the spiritually significant, the magic in every day.
What will we find that’s worth passing down?
What will we conjure?
[Scott Alario]

Papà, non fa niente. Torna a stare da noi.
Non fa niente per la sedia rotta, non fa niente se sei gay. Sai cosa ci cambia, ti prego, torna a stare da noi.
Tesoro, sì che torno, ma deve passare un po’ di tempo.
Perché non torni subito? Se si vuole si torna subito.
Tu stai tranquilla, fai le tue cose. Cosa fai questo pomeriggio?
Niente.
Possibile.
Atletica.
Con questo freddo?
Non è il freddo. Le ghiande a terra sono pericolose.
Che? Ci sono le querce in pista?
No, è colpa del vento. Però tu torna.

L’ultima volta che ho visto mio padre non me la ricordo.
Deve essere stata una circostanza banale, non certo una di quelle occasioni irripetibili che il cervello registra per rispetto. Forse mi ha salutato prima di scendere a portare l’immondizia o mi ha detto che alla fine, per la copia delle chiavi, ci aveva già pensato Carl.
Con Carl, per esempio, è stato molto diverso. Non ci metto niente a ricordami l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo su una pista ciclabile davanti ad un negozio che vendeva porta asciugamano di metallo. Lui era lì impalato a guardare la parete attrezzata dalla vetrina; ogni tanto si scansava per far passare i ciclisti che venivano spediti perché la strada scendeva al fiume, costeggiando i binari della metro scoperta. Gli ho detto spostati Carl, dai fastidio alle biciclette. Lui si è spostato, ha cominciato a camminare verso la fermata del 12; per gli ultimi 30 metri s’è addirittura messo a correre. Mio fratello se n’è andato con lo zaino pieno di castagne matte per cacciare le malattie e una giacca che, tempo due settimane, sarebbe stata troppo leggera. Era il dodici di ottobre; faceva quel caldo inusuale che fa riflettere gli ambientalisti. Non ho mai pensato che potesse tornare a casa, da noi, Carl non è il tipo da ripensamenti e l’orgoglio è una cosa di famiglia.

L’ultima volta che ho visto mia nonna invece, ero affacciata alla finestra dell’ufficio. Il mio terzo piano davanti alla sua portafinestra. In mezzo una strada a senso unico, con le auto parcheggiate su entrambi i lati. Uno, due, tre portefinestra; la quarta è aperta a metà, ed ecco mia nonna che guarda giù in strada, i capelli bianchi come l’infisso in pvc dell’anta chiusa; il viso trasparente di vetro riflette l’immobile grigio dove lavoro io. La chiamo ma non mi sente. Non è che sia sorda, mia nonna, solo non sente bene e io ho i noduli alle corde vocali da quando ero bambina. Di dieci sedute dalla logopedista me ne sono bastate otto, poi basta, ha detto lei, problema risolto. La pubertà fa miracoli, ma la raucedine non se n’è mai andata.
Ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica di casa nostra. Vado a Senigallia, diceva. Che c’è morta la Rina e non so bene cosa fare, io. Vado a Senigallia dai Gobei. Salutami a tusa. Che poi sarei io, a trentaquattro anni e rotti e nessuna fede. L’ho ascoltato con una decina di giorni di ritardo, quando per sbaglio ci ho appoggiato sopra un cestino di plastica pieno di cachi. D’altronde la segreteria telefonica era una cosa di Carl; è che io perdo tempo ad interrogarla, non mi interessa sapere chi ci ha cercato mentre non c’eravamo, lo trovo contraddittorio. A Carl faceva un effetto diverso: si sentiva così americano che a fine giornata diveniva la segretaria di se stesso

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L’alba di notte

3 novembre 2011 § Lascia un commento

Ce ne stiamo lì e nessuna sa bene cosa dire. Tra me e te e l’inizio della pista ci saranno sì e no tre metri. Formiamo una sorta di triangolo rettangolo silenzioso. Io, te, la pista. Tre nei in questa luce innaturale piena di rumori. L’alba di notte, sopra la Malpensa, è una bolla che tiene dentro tutto quello che ci sta. Come un ascensore lo inghiotte e avanza. Guardo l’aeroporto come si guarda un UFO, con la stessa superficialità che fa sentire forti, il senso di superiorità vile che sostituisce la pigrizia quando ciò che non si conosce è da molti giudicato inspiegabile.

Ne fanno una malattia gli uccelli, di questa luce. Non riescono a migrare davvero, il bagliore li inganna facendosi credere altro. Il corridoio naturale del Parco del Ticino è sporco di una macchia nuova. Tu hai la felpa illuminata a giorno anche se sono le tre del mattino. È come se ci costruissero una piramide in bagno Elisa, e tu che fai sempre lo stesso percorso dalla camera al bagno te la trovi tra i piedi, cambi la rotta, passi sopra una piastrella su cui prima non passavi e raggiungi la tavolozza. Che sfortuna, non è una buona piastrella quella, è montata male, la via di fuga è stuccata alla buona, non è una piastrella da passeggio, è una piastrella vicino al water. Tanto vicino che chi vuoi che ci passi. Ma tu ci passi sopra e lei alla lunga collassa, si spezza. Per colpa della piramide Elisa, non del muratore. Per colpa dell’aeroporto Elisa, non del riscaldamento globale.

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Quando c’è tutto questo spazio

30 dicembre 2009 § Lascia un commento

incredula parigi ti scalda le guance, il trenta dicembre dodici gradi. immagino possa essere un omaggio al mio spirito ricaricabile. o forse un invito a sopportare il freddo che viene. non ricordo tanto garbo da parte di un clima mai mite, fino ad ora. forse è che io a parigi mi sono sempre sentita estremamente libera e sciolta da ogni fetente nodo marinaro. e insieme, estremamente sola. senza appigli, numeri fissi, amicizie di vecchia data, pomelli delle scale. sola su una scala a pioli di serpenti annodati, come le illustrazioni di gianni rodari. qui ho imparato a bastarmi. forzatamente, forse. per la mia introversione naturale impacciata ed incapace a fidarsi fino in fondo. a sgomitare tra sconosciuti e conoscenti. ergendo barriere, prima ancora allungare un braccio per stringere una mano.

ma questa volta no alice. sarà stato il paracetamolo che costruisce il materassino tra le sinapsi funzionanti e la realtà irriverente. gli occhi lucidi del raffreddore che ti fanno vedere lo spettro possibile e l’arcobaleno. sarà per effetto della propoli alcolica che sostituisce la sciarpa nei tunnel fetenti della metro verso nord. o del piumone portentoso che scalda le membra e zigzaga vincendo gli spifferi. sarà belleville, catenaccio contro la solitudine o flipper soffocante che non comunica. e mi sento comoda e colma, come se avessimo passato tre giorni sul divano a fumare davanti ai cartoni animati di natale.

la seconda rivoluzione sessuale e la solitudine del fai da te

11 dicembre 2008 § Lascia un commento

la seconda rivoluzione sessuale non ha una data precisa, un morto importante, un luogo di frontiera
a dire il vero, non ha nemmeno un minimo di privacy;

la seconda rivoluzione sessuale è una minestra riscaldata, perché la prima, rigurgito post anni sessanta, non ha funzionato
e allora si prova con la seconda;

la seconda rivoluzione sessuale ci dice che la donna non è seconda a nessuno, che la relazione con il partner e la migliore allocazione del suo tempo guadagnano un ruolo fondamentale nella sua realizzazione, e forse anche nel suo sentirsi autonoma e sola;

la seconda rivoluzione sessuale sembra porsi come una pubblica dichiarazione di intenti alle istituzioni, che in modo a volte penoso, prendono atto della volontà popolare (che ultimamente pare superficiale e standardizzata, seduta e formale: piatto specchio dell’istituzione forse?);

la seconda rivoluzione sessuale io la guardo e basta, come la svizzera.

che a furia di autonomia, auto-liberazione, auto-realizzazione, auto-erotismo, self-service e fai da te mi sento solo sola.

Dove sono?

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