Cimici

17 settembre 2012 § Lascia un commento

Le peggiori.
Da dentro non si nota, ma è da fuori. È da fuori che diventa un problema.
Te ne stai lì a far passare il quarto d’ora; hai il tempo di scorrere tutte le persiane dei palazzoni di via Frate Enrico Gorletta. Im-pec-ca-bi-li le trovi, quasi belle diresti. Senonché.
«La nostra, Enza, la nostra è grigia, sbriciola i pezzi» e le faccio il segno con le mani, il segno dello sbriciolo, così capisce anche se sta al telefono. «Il davanzale perde la crosta bianca, lo smalto che chissà quando l’hanno dato, e sotto, Enza, c’è il legno marcio dei poveretti. Mi servono

monete. Altre monete.» (Vedrete)

«Son solo io che mi preoccupo di tenere insieme la baracca, diobono Enza. Ieri in bagno ho tirato su la tapparella, fa tutto un rumore di pezzi che vengono via, sembra una carrucola dal trambusto che fa. L’ho tirata su appena, per far uscire l’odore del gatto che da quando siamo passati ai croccantini spagnoli fa un puzzo che è quasi umano. Aspetta, non ti sento bene. Mi servono altre monete. Un attimo che le cerco, e non parlarmi intanto, non le so fare due cose in una. Enza! Non ti sento se frugo nelle tasche con le mani! Resta in linea ti prego, t’appoggio sulle ginocchia. Appunto, non fare la finta tonta a dirmi le cose mentre non ho il cellulare all’orecchio.

Eccole. Meno male.» (O è uguale?)

Le monete scivolano e fanno il baccano infernale del ferro che cade sul ferro.
Coprono il cigolio della porta a vetro. È semiaperta, per far passare l’aria che in tabaccheria non c’è il condizionatore e Sun ha voluto risparmiare anche sulle pale. Non lei, è suo padre che le ha detto di no, no il condizionatore al primo anno di attività e per quest’anno da giugno in negozio si muore di caldo.
Gui Xian invece il caldo lo sopporta bene, indossa solo dolcevita cinesi, di un tessuto translucido che non tiene né caldo né freddo. Sta dietro alla cassa a mettersi lo smalto di un colore che sa di pozzanghera. L’ha fatto lei mescolando tre smalti diversi in percentuali segrete, non ce n’è in giro di uguali. Sono colori tenui, mettono pace solo a guardarli. Sono la quiete del frigorifero quando si chiude lo sportello e la luce scende. Sono la goccia che nessuno pulisce e che s’asciuga naturale.
Sono lì e lei li guarda.
Sun invece è un tipo operativo. Accompagna le cose che fa con un mormorio più o meno acuto, un commento in versi, si direbbe. Tira giù una lampada arancio da dodici euro e la mette a nove e novanta. Ecco, sì, bene. Una signora con l’ombrello le chiede cosa costa la lampada arancio, ma poi compra solo le sigarette sottili delle puttane e dei recidivi. Mah no, peccato, spilorcia, fa Sun. Tre versi diversi.

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Calcoli

25 ottobre 2011 § Lascia un commento

Si piaceva, lei, schizzata sul vetro convesso dello schermo. Si piaceva riflessa e mobile mentre serviva i clienti con la sicurezza magica di chi comanda per un tempo limite. Per questo quando Walter aveva deciso di spostare le macchinette in un angolo meno invasivo, a Cinzia era dispiaciuto. Ne avevano discusso la sera stessa, mentre lui contava i soldi della cassa e lei dava due giri di chiave per l’abitudine di sentirsi sicura. Lui non ne vedeva la differenza, lei ne faceva una questione estetica e un tantino personale. Così, siccome alla lunga le cose non cambiavano, Cinzia se l’era messa in tasca e aveva smesso di parlarne. D’altronde non era a lei che spettavano tali decisioni e tanto meno aveva voglia di spaccarsi i nervi su un diverbio tanto idiota.

Quando cominciò con l’incollarvi il muso al vetro, lentamente smise di vedersi bella. Il viso lasciava posto al collo lungo e magro, diritto come un giunco era una lama che fendeva il vetro. La fortuna, ipnotica, girava come uno spiedo, e il poker era un gioco per bambini sullo schermo sadico di un videogame. Dentro a quella creatura non un’anima ma due pozzi, gli stomaci. Uno stracolmo di guadagni, l’altro ripieno di monete pronte per essere vinte. Allora, i gettoni non contavano. Le macchinette a gettoni erano arrivate dopo, quando Walter si era ridotto a liquidi da fame e Cinzia arrivava sempre troppo tardi per poter passare in banca a cambiare le banconote in monete da un euro e viceversa.

Ma prima… prima bastava avere una moneta da un euro, farla scivolare all’interno della fessura e ascoltarne il tintinnare ridondante. Un orecchio attento era una miniera d’oro per il suo possessore e se il rumore fosse stato quello giusto la volta buona non si sarebbe fatta attendere.

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Draghi

15 ottobre 2011 § Lascia un commento

Lo sferragliare del tram faceva ballare le case.

Loris aveva gli occhialoni gelatinosi e sporchi appiccicati al vetro, due ventose opache che spiavano senza vergogna. I palmi erano macchie ben piantate sulla parete trasparente e l’aiutavano a tenersi in equilibrio. Capitava che qualcuno si fermasse in coda proprio davanti al muso e a Loris, visti tutti quei didietro, non restava che ingozzarsi di mentine.

Ad una certa ora però la gente si diradava. Sarà che la mattina cavalca e diventa presto metà mattina. Non si bighellona a metà mattina, diceva sempre Otto, il vecchio baffone della portineria. Così anche Loris fingeva delle occupazioni per non farsi scoprire inoperoso, e lì, sul marciapiede della tabaccheria, tirava fuori tutti i suoi personaggini di Draghi e Maghi.
Draghi e Maghi usciva una volta a settimana, a metà mattina di solito, quando Otto si prendeva la pausa, l’acchiappava e lo trascinava al chiosco dei giornali. Loris non vedeva l’ora di quel giorno lì a quell’ora lì. A dire il vero, non osava chiedere ad Otto quando s’andava insieme al chiosco. Aveva paura che fossero vere quelle cose che si dicevano. Che quando Otto s’arrabbiava finiva male. Non si voleva finire in prigione noi, rifletteva Loris insieme ad Orgos e Darko, mago l’uno drago l’altro. Al solo pensiero di lui, chiuso al buio nei bassifondi di piazza Castello, con uno sputo d’ acqua da bere e tutti dei rumori spaventosi e metallici, gli veniva una strizza che gli si chiudevano le chiappe. Per giunta in compagnia di quel noioso di Darko e di quel chiacchierone di Orgos gli sarebbe scoppiato il cervello. No, meglio non fare arrabbiare Otto e aspettare con pazienza che fosse lui a decidere che era l’ora del giornalino.

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