Custodi

9 agosto 2013 § 1 Commento

Oggi Oliver è partito. Lo so perché sul vetro della finestra è calato un velo bianco di veneziane che mi ricordano le elementari. Era il millenovecentonovantaquattro, avevo visto la neve un paio di volte a Cervinia, in una casa di montagna che non era la mia. Il lunedì pomeriggio era l’unico giorno in cui avevo tre ore di rientro, due di disegno e una di italiano; la testa piegata sui banchi fino alle cinque e le mani sporche dalla mattina. La neve aveva cominciato a cadere fitta da subito. Nevicava grigio per i corvi che non migrano mai. La finestra dell’aula era grande, tagliata al centro da una palazzina arancio, e fuori c’era il buio zigrinato di certi fumetti dove il quadro verticale si prende metà pagina. C’eravamo alzati, io, Luigi, e un paio d’altri entusiasti. Con le mani appiccicate al vetro avevamo detto nevica. Oh, nevica. La maestra era rientrata, non so come ma aveva già la penna in mano, il mio nome in bocca e una nota in caldo per tutti quanti. Una nota di classe: Ceriani abbassa le veneziane, aveva detto. E Ceriani aveva ubbidito, tirando le cordicelle con la delicatezza di un chimico, perché le lamelle si appiattissero e non entrasse più nemmeno un ghigno di luce. Come se potessimo, da un momento all’altro, impressionarci tutti.
Oliver è partito. Il gatto se l’è preso qualcun altro. Non è un gatto a cui piace la solitudine, si lamenta, mangia poco, alla lunga si imbruttisce e c’è il rischio che muoia di fame. Ci dev’essere qualcuno che invece s’è portato a casa le piante, perché le veneziane sono tirate e senza luce non sopravvive niente. Chissà se sono amici, o se Oliver paga un custode per le sue cose importanti. Donata, invece, per le piante non ha bisogno di nessuno. Le ammucchia al centro della stanza, in cerchio attorno ad una sedia di legno; sopra la sedia appoggia un catino bianco opaco e lo riempie d’acqua fin quasi all’orlo. A mollo lascia i fili di gomma che succhiano l’acqua e, con la gravità che resta, l’acqua scivola nei vasi. Va così perché all’estremità, non quella a mollo, l’altra, ci sono dei punteruoli spessi. Donata li infila nella terra dei vasi come aghi di gomma, e con la sua flebo stagionale tira avanti tutto il mese.

« Leggi il seguito di questo articolo »

Annunci

Perché piangi Maio?

12 maggio 2013 § Lascia un commento

«Se non era per Guerino, voi, tutti tossici eravate.»
Maio è seduto su una panchina, fuma la sua sigaretta giornaliera, è impacciato ma non ha l’età per accorgersene. Guarda fisso lo Sgherro, abbassa lo sguardo solo per non scenerarsi sulle Tiger. Lo trova gonfio, invecchiato. Allo Sgherro, agosto dà alla testa, comincia ad inveire contro i ragazzi del parco già in tarda mattinata. Sarà il caldo pensa Maio, sarà la solitudine: c’è chi ne soffre terribilmente.

L’anno scorso se l’è presa con Rajeev perché ascoltava quella spazzatura indiana dal cellulare ad un volume illegale; nessuno gli ha detto niente per pudore, ma era chiaro che prima o poi qualcuno gli avrebbe messo le mani addosso. Mentre se ne stavano là a fare niente e a leggere del calciomercato del Chelsea, dal primo piano di uno dei palazzoni di Fornaci si è affacciato lo Sgherro che era a bere il caffè da un’amica di sua moglie.
«Leva sta musica o te lo butto, il cellulare», ha detto ed era evidente che ce l’aveva con Rajeev.
Dietro di lui l’amica di sua moglie era avvolta nel drappo rossastro di un tessuto sintetico. Dal machete scuro, Maio ha riconosciuto la bandiera dell’Angola. Lo Sgherro aveva le vene del collo tirate e aspettava che l’indiano aprisse bocca.
Rajeev, che è di temperamento mite e si gasa solo per i musical e per le patatine arancioni a conetto fantasia scozzese, non ha fatto una piega; s’è seduto sul tavolo di pietra con i piedi appoggiati alla panca e ha preso in braccio sua sorella. Rajeev si porta sempre appresso un paio di fratelli, li usa per difendersi, sono la sua scusa per non accettare i passaggi in motorino: no guarda siamo in tre noi, lascia perdere, ti risponde. La verità è che ad andare in motorino in Valle Olona Rajeev si caga addosso. Comunque. Sta storia della sorella sulle ginocchia lo Sgherro l’ha presa come una sfida. Neanche dodici secondi ed eccolo apparire da dietro la rastrelliera delle bici dove ci sono i motorini che scottano. Quando Rajeev se n’è accorto ha fatto finta di niente e s’è messo a telefonare. Erano tutti un po’ agitati perché dallo Sgherro non sai mai che cazzo aspettarti.

« Leggi il seguito di questo articolo »

Estate in città

22 agosto 2012 § Lascia un commento

Quando è così me ne andrei in Albania. Oppure a Gallipoli. Se avessi la macchina, o un aereo di quelli piccoli che atterrano sui campi mi farei dei viaggi che nemmeno mi vengono in mente tutti. Potrei nascondermi, non mi vedrebbe nessuno; mi farei trasportare dagli altri e andrei dove decidono loro. Sono talmente stecco che potrei mettermi al posto del gilet di salvataggio degli aerei o nelle tasche di plastica che stanno accanto ai sedili delle macchine, insieme agli occhiali da sole e all’autoradio. Sdraiarmi stretto stretto sopra i tergicristalli dei pullman e farmi sbatacchiare come al luna park. Potrei fare le voci, spaventare tutto l’equipaggio e prendere il comando del vascello o dell’astronave… e poi? Poi me ne tornerei qualche giorno a Valona, da mio cugino Dedë; potremmo farci un po’ di mare che io ero troppo piccolo e il mare di Valona non me lo ricordo. Mamma dice che non è possibile, che dal finestrino l’Adriatico si vedeva eccome. E per finestrino intende quello dell’aereo, perché io, in Italia, ci sono venuto con l’Air France, mica con la barca. Sennò figurarsi se me lo dimenticavo, il mare.

In paese non c’è nessuno, e chi c’è, se ne sta sdraiato sulle panche a non fare niente. È un buco questo posto, sono tutti timidi, mai una volta che uno ti parli prima che sia tu ad incominciare. Una volta al parco Nicholas Green è caduto un piccione sulle scarpe di un tizio che dormiva. Quello non ci ha fatto nemmeno caso, ha continuato a non fare niente e a dormire. Intorno ridevano tutti, anche Cloe che è una che non ride mai e parla anche meno degli altri.
Ad agosto, a Fagnano, fa un caldo che non si può stare. Io sono a casa, imbambolato davanti alla televisione. Danno Top Gun, un film lento che piace a mio padre. Mi sdraio per terra, come la nostra gatta, per godere del pavimento fresco e tirare un po’ il fiato. Mia madre mi chiede che cosa sto guardando e poi aggiunge che questo film ha una bella musica. Sarà, ma io mi annoio uguale.
Prendo la bici e vado a vedere se trovo qualcuno in giro. Non scendo fino in valle, gironzolo un po’ in strada, vado al parco, guardo l’erba dalle sbarre, torno verso casa ma facendo un’altra strada. Percorro via Correnti fino in fondo, dove il marciapiede si impasta con la carreggiata e la bici scende bene, senza scossoni. Dopo neanche mezz’ora sono sudato marcio. Mi siedo sull’asfalto sporco di terra, e respiro. Ho le gocce di sudore che colano dai lobi delle orecchie. Fa caldo anche ad aprire la bocca.
Davanti e sopra la mia testa c’è la casa di Cloe, abita al terzo piano di una palazzina rosa con le persiane di plastica verde bottiglia, verniciate da poco. Anche Cloe è in vacanza, a Gallipoli, dai parenti di sua madre. Mio padre dice sempre che appena riusciamo a schiodarci di qui ce ne andiamo al sud pure noi. A me, per esempio, Gallipoli non dispiacerebbe. Quando si va sull’argomento è mia madre che taglia corto: non è convinta che spostarsi di nuovo sia una soluzione al fatto che io e mio padre a Fagnano ci annoiamo a morte: in fondo a lei piace stare tranquilla e non è che la gente deve per forza coinvolgerti, magari uno ha voglia di stare per conto suo, no?, è allora che mio padre diventa insistente, e attacca a raccontarle che al sud la gente parla, ti invita a casa loro, se incontri qualcuno stai certo che sai come impiegare il pomeriggio e che certo che puoi startene ritirata se è questo che desideri, però almeno puoi scegliere… non come qui, che d’estate – ma ora che ci penso anche d’inverno – in certe domeniche grigie mi sembra di ammalarmi; mi annoio che mi scoppia la testa e non so cosa fare e mi viene l’ansia, che se anche al parco non c’è nessuno e i negozi sono tutti chiusi io che cavolo faccio? Non posso neanche mettermi lì a giocare da solo, perché mi prendono per un cretino e chissà cosa pensano. È per questo che io sto dalla parte di mio padre. Ogni estate Cloe mi racconta di Gallipoli e io faccio incetta di informazioni. Così torno a casa e c’è mia madre che si sposta dai fornelli al tavolo e poi dal tavolo alla credenza e io la seguo e le racconto della sagra del pesce spada e lei mi ignora, mi dice di lavarmi la faccia, mi dice fila che, non vedi che, ti levi che, ma io non mollo, perché lo so che lei mi parla sopra ma sotto sotto mi sta ascoltando.

« Leggi il seguito di questo articolo »

L’estate che non ti scegli ti sceglie

29 agosto 2010 § Lascia un commento

Rientra e riesce Melinda dal mare.
Di gente in attesa del rientro massivo.
S’avvicina alla battigia ed i piedi sprofondano.
Scende dall’auto e se la chiude alle spalle.
Le macchine in fila ordinate, tra gli oleandri che paiono liane.
Melinda s’arrampica sul guard reil scalcinato. Le scivolano i piedi coperti di sabbia.
Come sul pavimento di seta delle chiese deserte al mese di agosto.
Pour se souvenir quando sarà l’occasione. In piedi rialzata osserva l’intorno.
La gente tentenna ai banchi dei libri.
Trascina sacchi ripieni di frutta.
Qualcuno tossisce.
Sulla sue fiacche dei sandali duri. Bollicine leggere, una fiaba infantile.
Qualcuno fatica a salire sui bus. Scivola piano sulla pedana la carrozzella ingombrante che ronza.

« Leggi il seguito di questo articolo »

Dove sono?

Stai esplorando le voci con il tag estate su opzioniavariate.