Il Verde Potenziale – il READING

7 luglio 2013 § Lascia un commento

verde pot_grillo

[ascoltami – fagnano la rossa]

«Quando è così me ne andrei in Albania. Oppure a Gallipoli. Se avessi la macchina, o un aereo di quelli piccoli che atterrano sui campi farei dei viaggi che nemmeno mi vengono in mente tutti. Potrei nascondermi, non mi vedrebbe nessuno; mi farei trasportare dagli altri e andrei dove decidono loro. Sono talmente stecco che potrei mettermi al posto del gilet di salvataggio degli aerei o nelle tasche di plastica che stanno accanto ai sedili delle macchine, insieme agli occhiali da sole e all’autoradio. Sdraiarmi stretto stretto sopra i tergicristalli dei pullman e farmi sbatacchiare come al luna park. Potrei fare le voci, spaventare tutto l’equipaggio e prendere il comando del vascello o dell’astronave… e poi? Poi me ne tornerei qualche giorno a Valona, da mio cugino Dedë; potremmo farci un po’ di mare che io ero troppo piccolo e il mare di Valona non me lo ricordo. Mamma dice che non è possibile, che dal finestrino l’Adriatico si vedeva eccome. E per finestrino intende quello dell’aereo, perché io, in Italia, ci sono venuto con l’Air France, mica con la barca. Sennò figurarsi se me lo dimenticavo, il mare.»

[ascoltami – fagnano la verde]

Martedì 9 Luglio alle ore 21.00

26per1, Elaborando Coop. Soc., Fondazione Cariplo

presentano

Il Verde Potenziale – il READING

VETRONOVA – Live Concert

presso

Parco AVIS/AIDO – zona Biblioteca Emzo Biagi

Fagnano Olona (VA)

La festa del desiderio

26 maggio 2013 § Lascia un commento

Al è morto che non era nemmeno metà pomeriggio, ad una settimana dall’inizio della scuola. Sua madre non si lavava i capelli da cinque giorni, suo padre usciva la mattina presto con lo spazzolino da denti infilato nella tasca interna della giacca perché non sapeva quando e se sarebbe rientrato. Il Dottor Brandoli ha parlato di aneurisma polmonare ed era molto dispiaciuto.
Una malattia da vecchi, ha detto Pablo Catullo quando Al gli ha raccontato l’episodio in cui il dottore è entrato nella stanza e, con un occhio al computer e uno al lettino, ha comunicato a sua madre che Al non stava più respirando.
«Il giardino di casa tua sembra una strada di Valona, di quelle di traverso con i buchi di mezzo metro.»
«Dev’essere per via del cane.»
«Che gli ha risposto tua madre?»
«Gli ha detto che se n’era accorta, ma non voleva disturbare. Mia madre lo sapeva che ero lì lì per morire; è una donna intelligente.»
Pablo Catullo annuisce. Quando aveva più o meno l’età di Al aveva litigato con sua madre per decidere dove fosse meglio seppellire la Betty, la cagna che avevano ereditato dai nonni. Pablo s’era impuntato su una zolla di terra brulla per via dell’ombra tutto l’anno e della pressione funerea di un grosso vaso di pietra. Aveva insistito per scavare di persona la fossa alla povera Betty, ma poi sua madre aveva cambiato idea e Pablo s’era ritrovato a dover ricoprire il buco a mano, ributtando dentro tutta la terra temporaneamente ammassata su uno di lati della fossa.
«Ce l’avete da molto?»
«Da un paio d’anni. Prima ce n’avevamo un altro. Quando è morto abbiamo fatto due estati ad andare in tutti quei posti in cui se c’hai il cane non puoi andare. Poi ci siamo stancati e mia madre s’è presa Rufo. È un cane da caccia. Ribalta il giardino, nasconde le cose.»
Al continua a gironzolare per la stanza buia. Pablo si chiede a cosa pensi un ragazzino morto; che cosa si aspetti, prima di andarsene per sempre.
«Vengono dall’Albania per il tuo funerale Al?»
«Andiamo noi, credo. Mia madre dovrà cucinare un mucchio di roba.»
«Festeggiate?»
«Più o meno.»
Pablo si alza e va in cucina. Torna con due bicchieri di latte e un pugno di biscotti.
«Ieri c’era quel tuo amico al parco.»
«Quale?»
«Quello che gioca a calcio.»
«Maio?»
«Stavo per alzargli le mani.»
Al sorride, Maio se le va sempre a cercare.
«A un certo punto s’è messo ad urlare contro lo Sgherro finché non gli s’è gonfiata tutta la faccia e s’è messo a piangere come un bambino.»
«Lo so. Ho fatto per dargli una cosa ma non ci sono riuscito.»
«Cosa?»
«Niente, una fascia per capelli. Come questa qui.»
Al si sfila la fascia rossa e la mostra a Pablo.
«Bella frociata. Dì, com’è che s’è messo a piangere quando sei arrivato te?»
«E che ne so.»
«Lo sa che sei morto? E che domani c’è la festa del desiderio?»
Pablo si scola i due bicchieri di latte uno in fila all’altro. Al lo guarda. In mano ha una pallina rimbalzina dove il mondo è una pangea.
«E che ne so. Dì, non hai caldo te? Io c’ho un caldo boia.»
«E tua madre?»
«Fa la badante dalla sciura Rocchetti.»
«Come l’ha presa che sei morto?»
«E che ne so.»
Al misura il perimetro della stanza di Pablo. A scuola una volta gliel’han fatto fare con un quadernetto. Quadernetto dopo quadernetto han percorso lato minore e lato maggiore dell’aula, un’ottantina di quadernetti in totale. Poi con base per altezza han trovato l’area in quadernetti.
Al si ferma davanti allo scaffale dei cassetti. Sopra c’è lo specchio che Pablo Catullo usa per sistemarsi le sopracciglia che si uniscono in mezzo alla fronte.
«Allora è vero che c’hai la foto di Virginia sullo specchio.»
«A mia madre conviene che io abbia la ragazza. Glielo chiedono al negozio.»
«Però non ti interessa.»
«Non mi interessano le persone. Io parlo solo con i morti.»
«E quando non ce n’è cosa fai?»
«Fumo qualche sigaretta. Lascio che mi venga qualche idea per dei lavori manuali. Al supermercato mi han lasciato dipingere il gabbiotto per fumatori.»
«Figo.»
«C’ho disegnato un giglio.»
«Che? Sei della Fiorentina?»
«Mi piacciono i fiori. Pazzini c’ha un giglio tatuato da qualche parte.»
«Era della Fiorentina.»
«Secoli fa Al. Ma dove cazzo vivi?»
«Sono morto, infatti.»

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Perché piangi Maio?

12 maggio 2013 § Lascia un commento

«Se non era per Guerino, voi, tutti tossici eravate.»
Maio è seduto su una panchina, fuma la sua sigaretta giornaliera, è impacciato ma non ha l’età per accorgersene. Guarda fisso lo Sgherro, abbassa lo sguardo solo per non scenerarsi sulle Tiger. Lo trova gonfio, invecchiato. Allo Sgherro, agosto dà alla testa, comincia ad inveire contro i ragazzi del parco già in tarda mattinata. Sarà il caldo pensa Maio, sarà la solitudine: c’è chi ne soffre terribilmente.

L’anno scorso se l’è presa con Rajeev perché ascoltava quella spazzatura indiana dal cellulare ad un volume illegale; nessuno gli ha detto niente per pudore, ma era chiaro che prima o poi qualcuno gli avrebbe messo le mani addosso. Mentre se ne stavano là a fare niente e a leggere del calciomercato del Chelsea, dal primo piano di uno dei palazzoni di Fornaci si è affacciato lo Sgherro che era a bere il caffè da un’amica di sua moglie.
«Leva sta musica o te lo butto, il cellulare», ha detto ed era evidente che ce l’aveva con Rajeev.
Dietro di lui l’amica di sua moglie era avvolta nel drappo rossastro di un tessuto sintetico. Dal machete scuro, Maio ha riconosciuto la bandiera dell’Angola. Lo Sgherro aveva le vene del collo tirate e aspettava che l’indiano aprisse bocca.
Rajeev, che è di temperamento mite e si gasa solo per i musical e per le patatine arancioni a conetto fantasia scozzese, non ha fatto una piega; s’è seduto sul tavolo di pietra con i piedi appoggiati alla panca e ha preso in braccio sua sorella. Rajeev si porta sempre appresso un paio di fratelli, li usa per difendersi, sono la sua scusa per non accettare i passaggi in motorino: no guarda siamo in tre noi, lascia perdere, ti risponde. La verità è che ad andare in motorino in Valle Olona Rajeev si caga addosso. Comunque. Sta storia della sorella sulle ginocchia lo Sgherro l’ha presa come una sfida. Neanche dodici secondi ed eccolo apparire da dietro la rastrelliera delle bici dove ci sono i motorini che scottano. Quando Rajeev se n’è accorto ha fatto finta di niente e s’è messo a telefonare. Erano tutti un po’ agitati perché dallo Sgherro non sai mai che cazzo aspettarti.

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Davanti casa

5 maggio 2013 § 2 commenti

In paese le notizie sfuggono di mano. La gente parla; lo fa continuamente e tutta insieme. La gente è un’eco di bisbigli che circonda il paese e lo annoda in un cappio di corda; s’intrufola dalle finestre all’ora di pranzo e approfitta delle cucine farcite di odori; si fa forte delle chiacchiere delle massaie.
Le massaie? Floriana ma che dici? Te sei ferma al 1990! Ricordi? T’ho prestato Goo dei Sonic Youth mentre rientravamo dalla mensa delle suore e te l’ho spacciato per la demo degli Aracnide, il mio gruppo del liceo. E c’hai pure creduto! È per questo che tra me e te non avrebbe mai funzionato.
Floriana è pensierosa: Fagnano non l’è mai piaciuta. L’idea che a girarla tutta in bicicletta le ci voglia un quarto d’ora a stare larghi, l’ha sempre atterrita. Come se in un posto tanto piccolo non si potessero che coagulare energie negative, infezioni e malelingue.
Però dai Floriana, adesso stai a esagerà, potevi venirtene a Londra con me no? Invece di temporeggiare… Sai che a Londra ci sono un mucchio di posti che vendono quei nastri rosa a pallini che tua madre usava per tenere in caldo il rustico da portare alla pesca di beneficenza?
È inutile aspettare sotto casa, Marcello non l’ha fatta salire, e fare il palo nel cortile degli altri insospettisce i vicini; tanto vale incamminarsi verso il centro, chissà mai che il Tognon in bicicletta non capiti di strada.

Quando ha avuto l’occasione di svignarsela e trasferirsi a Milano, Floriana non ne ha approfittato; ricorda la notte prima del colloquio: con la testa che viaggiava veloce verso un nuovo appartamento, un nuovo incrocio, un’edicola meno spaziosa di quella di Via Pasubio ma più fornita. Se l’era immaginata con la pioggia, Milano; l’asfalto disseminato di crepe, l’odore acre del riscaldamento in metropolitana. La mattina Floriana aveva chiamato l’Istituto Professionale Regina Margherita, aveva ringraziato subito e poi s’era presentata. Confermato signorina, l’aspettiamo per le undici, le avevano detto. Floriana aveva sorriso ad alta voce, era davvero dispiaciuta di doverlo comunicare così a ridosso, ma il fatto era che proprio quella mattina l’avevano chiamata altrove. Le avevano offerto uno stipendio minore ma un orario più elastico. Eppoi sa com’è, è proprio davanti casa. Dall’altra parte della cornetta le erano arrivati i migliori auguri e tanta fortuna. Floriana aveva ringraziato, euforica, come se al primo tentativo avesse preso la linea a Select di Mtv e Victoria Cabello le avesse chiesto che video volesse.
Eh già Floriana. Hai sempre fatto la comoda tu, l’addormentata. Ma ne sei certa che metter su strati di salame sugli occhi non faccia male all’umore, prima ancora che alle tue iridi sensibili? Quella volta al telefono hai avuto la voce più squillante di sempre. Ma che c’è da squillare se te ne resti ferma e dici no grazie a tutti?

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Sono Pablo Catullo e parlo coi morti

26 aprile 2013 § 2 commenti

I capi di stato, i dittatori; i sindaci, i podestà. C’hanno sto modo di tirar su i monumenti, di chiamarli con il loro nome e poi morire. Li lasciano a metà, e chi vuoi che glieli finisca. La Biblioteca François Mitterrand c’ha na passerella leggiadra che sembra appesa con il nylon. E la Torre di David di Chavez? Lasciata a macerare per l’eternità; occupata da poveri cristi, c’ha le guardie ad ogni piano che ti chiedono i documenti in coda sulle scale, mentre aspetti il turno al cesso. Chi cazzo sei, ti chiedono. Sono Pablo Catullo, risponderei. Pablo Catullo e faccio il cassiere. Sono figlio unico, mia nonna ha 73 anni, giochiamo a calcio in cantina e quando abbiamo la macchina ce ne andiamo in Svizzera a fare benzina. Sono uno che finisce quello che inizia e c’ho la stoffa del capo. Pablo Catullo, risponderei.

Pablo Catullo all’Ipercoop lo conoscono tutti. C’ha l’erba più buona di tutta la valle e i capelli neri, dritti come strisce di gomma. Ha il naso di Nuño Gómes e le spalle di Fabio Fazio. L’estate della mucca pazza c’avuto una storia con Virginia, la sorella di Claudio, questo prima che l’assumessero all’Ipercoop. Era na roba di sesso, non è durata niente; e poi Catullo è uno che s’annoia facile. Si dice che c’abbia una foto di lei in camera, infilata tra nella fessura della cornice di legno e lo specchio.
Una sera che Al era da Claudio a sfogliare dei giornalini di armi, Virginia è entrata senza bussare blaterando che la camera è pure la sua e che c’avete voi a starvene sempre d’intralcio sul pavimento. Aveva il telefonino in pugno, Virginia, c’era poco da fare: li ha fatti spostare per far passare la sedia perché le serviva la scrivania. Ha acceso il computer e s’è messa a smanettare; ha attaccato il cavo USB e cliccato convulsamente sul mouse per un mucchio di tempo. All’improvviso ha alzato le mani dalla tastiera e ha guardato diritto, oltre lo schermo. Con un barrito da qualche parte nella savana s’è avviata la stampante. In formato A4 Virginia s’è stampata dodici copie della stessa foto. Zoom normale, zoom 2x e zoom 4x. Claudio s’è avvicinato al piano basculante dove i fogli si accumulavano uno sopra l’altro. Le ha chiesto di fargli vedere, ma si vedeva tutto sgranato e poi lei ci teneva le dita sopra.

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Misteri

2 aprile 2013 § Lascia un commento

Floriana sta attaccando con lo scotch un cartello arancione fuori dalla stanza di Al. Al è arrivato ieri sera in ospedale, è in coma e non si capisce perché. Si è pensato ad un collasso all’inizio, o che avesse battuto la testa dopo un incidente in bicicletta. Non si sa ancora niente.
Stamattina è venuto Maio a parlare con lei, si conoscono da quando Floriana era l’insegnante di igiene alla Scuola Media Paritaria Valle Olona. Quando l’ha visto entrare in ospedale con ancora addosso la divisa del Fagnano Calcio s’è fatta scappare un sorriso. L’ha guardato da dietro il vetro senza farsi notare. Ma il ragazzo è sgattaiolato oltre i battenti della porta del pronto soccorso spingendo il maniglione antipanico. Al che Floriana lo ha chiamato dalla sala infermieri, dove si mangia qualcosa a pranzo e di solito si appoggiano i cappotti. Maio si è levato la giacca e ha chiesto se poteva prendersi un kitkat alla macchinetta. Floriana gli ha detto di fare come voleva e che però lei aveva da fare e, se non gli dispiaceva, lei saliva un attimo di sopra. Maio ha alzato le spalle e ha messo cinquanta centesimi nella fessura grigia. Floriana è salita con le paperelle per il respiro e i camici monouso che si usano per le visite ai malati infettivi. Li ha sistemati nell’armadietto a vetri che c’è in corridoio, poco prima delle toilettes. Poi è passata dal Gobbetti e gli ha misurato la temperatura rettale. L’ha segnata nella tabella, sul foglio appeso alla ringhiera del letto. Ha chiesto di chi fosse quel bel mazzo di camelie e ha salutato facendo il suo solito inchino involontario.
Quando è tornata di sotto, Maio aveva finito il kitkat e stava giocando col cellulare. Vedendola l’ha messo giù subito e le ha detto che voleva parlare di Al.
«Il ragazzino in rianimazione.»
Maio ha fatto segno di sì.
«Allora. All’inizio ero io quello morto».
Floriana s’è messa comoda sulla sedia girevole; con Maio, anche a scuola, non sapeva mai cosa aspettarsi.
«Ero in giro a correre. Non avevo nemmeno molta voglia, ma faceva caldissimo e non sapevo cosa fare. Lo sa prof. che sto già facendo la preparazione atletica? La faccio da solo, gli altri iniziano a fine mese. O ai primi di Settembre.»
«Che previdente! E che fai adesso?»
«Terzino.»
«E scuola?»
«Geometra, il Dell’Acqua. Comunque…»
Ha controllato il cellulare: niente. Floriana ha controllato l’ora alle spalle di Maio: presto.
«Sono stato investito da un tizio in macchina che non mi ha visto e sono svenuto.»
«Gesù! Ma quando?»
«Ieri prof.»
A Floriana si sono gonfiate le narici.
«Aspetta prof., non si arrabbi. Mi faccia finire.»
Floriana si è lisciata le pieghe del camice sulle ginocchia.
«Scusami. Continua. Forza, continua.»
«Sono rimasto lì, investito, per un po’ di tempo, non saprei dire quanto, cinque minuti diciamo. Finché è arrivato Al di Bergoro e mi ha visto per terra. Deve essersi spaventato perché quando mi sono svegliato l’ho visto a terra praticamente morto, come l’avete trovato voi.»
Floriana si è portata le mani alla bocca per non urlare, aveva gli occhi strabuzzanti che dicevano che disgrazia.
«Non so bene cosa è successo, ma io indagherei. C’erano lì il Tognon e l’altro suo amico, quello col macchinone. Erano accanto a noi, magari sanno qualcosa. Hanno chiamato loro l’ambulanza. Fossi in lei indagherei.»
«Certo che indaghiamo ragazzo. Ci mancherebbe.»
Maio s’è sistemato la visiera del cappellino ed è uscito dalla stanza. Floriana l’ha salutato, poi ha alzato l’interfono e ha detto a tutti i pazienti di liberare il tavolo scorrevole che il pranzo sarebbe arrivato a momenti.

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Che spettacolo!

26 agosto 2012 § 1 Commento

Mi fido poco dei ragazzini. Han tutti il viso d’angelo e il cervello di lucifero, che alla fine è un angelo anche lui. Mi limito a guardarli, sperando di sorprenderli con le mani nella marmellata, come diceva mia zia Bice che, come tutti i Tognon, è venuta giù da Brinzio dove le marmellate di castagne si sprecano. Quante dita ci trovi dentro un solo barattolo?, diceva. Ne ero terrorizzato.
Per questo, da quando quel ragazzetto senza maglia è entrato in cortile non gli ho più levato gli occhi di dosso; se era figlio mio col cavolo che usciva con la schiena biotta e la bicicletta da donna. L’avrà rubata, si vede subito che l’è uno che ruba chel lì. Un momento. Deve essersi accorto che ho pensato male, perché ha dato un’occhiata alla finestra degli indiani ed ora se ne sta andando, sta uscendo in retromarcia, pensa te, come si fa coi mezzi da campo.
Gli indiani sono in vacanza, e un po’ li invidio. Quando gli gira pendono armi e bagagli e van dall’altra parte del mondo, quegli squattrinati, monsone sì o monsone no. Mio figlio dice che questi qui han dei parenti a Cuneo, ma io ci credo poco. E poi dimmi te se Cuneo non è dall’altra parte del mondo. Io a Cuneo non ci andrei neanche sotto tortura. Comunque ho controllato. La macchina ce l’han targata Torino, altro che Cuneo, l’avran rubata.

Io e Marcello d’estate e d’inverno siamo sempre a casa: ci pesa prepararci per andare in vacanza. Una volta era mia moglie che faceva le valigie per tutti, ma adesso che Ada non c’è più, ecco, diciamo che ci accontentiamo; non è sto gran sacrificio, non siamo mai stati degli avventurieri. A dire il vero non so nemmeno dove siano finite le nostre valigie, era Ada che teneva in ordine gli armadi. Un’idea però me la sono fatta: ci sono due androni neri, sopra l’appendiabiti dell’armadio. Può essere che siano lì dentro, ma non farei troppo affidamento sulle opinioni di un vecchio smemorato; però, ecco, se non è quello un posto da valigie, mi chiedo in quale altro posto possano essere state infilate.
Io e Marcello ci teniamo compagnia; passiamo parecchio tempo insieme, in soggiorno, Marcello con le sue rassegne – d’estate danno un film posso dietro l’altro – ed io con i miei articoli di repertorio. Quest’anno poi, con le olimpiadi in televisione, è impossibile annoiarsi. Che spettacolo il ciclismo alle olimpiadi! Ci son certe gare che non si può star senza, come quel kazako che è una meraviglia a guardarlo: sembra corra su un rullo di gomma. Quando l’ho visto correre per la prima volta non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo; sono arrivato al punto di mangiare l’insalata scondita sul divano, perché olio e sale erano in cucina e io non volevo perdermi un solo secondo. È stata quella sera che Marcello è sbottato. Il giorno dopo è andato all’Iper e s’è comprato un televisore nuovo, che può usare solo lui. S’è perso la finale, poveretto, quella dove Vinokourov ha vinto l’oro.

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