Dimenticati

6 novembre 2016 § Lascia un commento

Mio padre è in servizio militare ad Albenga. È una mattina di febbraio, centinaia di ragazzini sfilano con il basco e lo sguardo fermo, guardano in direzione del fotografo che appostato sul lato destro sfrutta forse il balcone di un cittadino gentile. Mio padre è tutto a sinistra, quasi in primo piano; chiude la terza fila a partire dal fondo della foto, accanto a lui c’è un ragazzo più basso, con il mento sfuggente. Tutti gli altri lo superano in altezza. È un giovane uomo, esile, le labbra socchiuse, gli occhi fermi, grandi, se fossimo a teatro diremmo che ha assunto un’espressione radiale. Attorno, il 1975 s’intuisce negli abiti sciancrati di mia madre che lo osserva da un lato della strada, nei baffi folti degli astanti ammassati sull’unico marciapiede ritratto, nella magrezza dei loro visi, nel cielo spoglio, nella provincia a festa. Le caviglie fini e leggermente storte di mio padre non si vedono, ma io so che sono là sotto, nascoste dalla divisa scura. Lo so perché sono come le mie. E quando infilo i tacchi e poi li tolgo, penso alle cose di lui che non conosco e che sono lì, alla luce e al buio, e che mi sfuggono e ritrovo tra le pieghe della pelle.

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Thought moves in circle

20 ottobre 2013 § 1 Commento

We are on a search for the spiritually significant, the magic in every day.
What will we find that’s worth passing down?
What will we conjure?
[Scott Alario]

Papà, non fa niente. Torna a stare da noi.
Non fa niente per la sedia rotta, non fa niente se sei gay. Sai cosa ci cambia, ti prego, torna a stare da noi.
Tesoro, sì che torno, ma deve passare un po’ di tempo.
Perché non torni subito? Se si vuole si torna subito.
Tu stai tranquilla, fai le tue cose. Cosa fai questo pomeriggio?
Niente.
Possibile.
Atletica.
Con questo freddo?
Non è il freddo. Le ghiande a terra sono pericolose.
Che? Ci sono le querce in pista?
No, è colpa del vento. Però tu torna.

L’ultima volta che ho visto mio padre non me la ricordo.
Deve essere stata una circostanza banale, non certo una di quelle occasioni irripetibili che il cervello registra per rispetto. Forse mi ha salutato prima di scendere a portare l’immondizia o mi ha detto che alla fine, per la copia delle chiavi, ci aveva già pensato Carl.
Con Carl, per esempio, è stato molto diverso. Non ci metto niente a ricordami l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo su una pista ciclabile davanti ad un negozio che vendeva porta asciugamano di metallo. Lui era lì impalato a guardare la parete attrezzata dalla vetrina; ogni tanto si scansava per far passare i ciclisti che venivano spediti perché la strada scendeva al fiume, costeggiando i binari della metro scoperta. Gli ho detto spostati Carl, dai fastidio alle biciclette. Lui si è spostato, ha cominciato a camminare verso la fermata del 12; per gli ultimi 30 metri s’è addirittura messo a correre. Mio fratello se n’è andato con lo zaino pieno di castagne matte per cacciare le malattie e una giacca che, tempo due settimane, sarebbe stata troppo leggera. Era il dodici di ottobre; faceva quel caldo inusuale che fa riflettere gli ambientalisti. Non ho mai pensato che potesse tornare a casa, da noi, Carl non è il tipo da ripensamenti e l’orgoglio è una cosa di famiglia.

L’ultima volta che ho visto mia nonna invece, ero affacciata alla finestra dell’ufficio. Il mio terzo piano davanti alla sua portafinestra. In mezzo una strada a senso unico, con le auto parcheggiate su entrambi i lati. Uno, due, tre portefinestra; la quarta è aperta a metà, ed ecco mia nonna che guarda giù in strada, i capelli bianchi come l’infisso in pvc dell’anta chiusa; il viso trasparente di vetro riflette l’immobile grigio dove lavoro io. La chiamo ma non mi sente. Non è che sia sorda, mia nonna, solo non sente bene e io ho i noduli alle corde vocali da quando ero bambina. Di dieci sedute dalla logopedista me ne sono bastate otto, poi basta, ha detto lei, problema risolto. La pubertà fa miracoli, ma la raucedine non se n’è mai andata.
Ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica di casa nostra. Vado a Senigallia, diceva. Che c’è morta la Rina e non so bene cosa fare, io. Vado a Senigallia dai Gobei. Salutami a tusa. Che poi sarei io, a trentaquattro anni e rotti e nessuna fede. L’ho ascoltato con una decina di giorni di ritardo, quando per sbaglio ci ho appoggiato sopra un cestino di plastica pieno di cachi. D’altronde la segreteria telefonica era una cosa di Carl; è che io perdo tempo ad interrogarla, non mi interessa sapere chi ci ha cercato mentre non c’eravamo, lo trovo contraddittorio. A Carl faceva un effetto diverso: si sentiva così americano che a fine giornata diveniva la segretaria di se stesso

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