Parliamo d’altro.

1 ottobre 2017 § 1 Commento

Una lezione di letteratura camuffata da sfogo adolescente e/o militante. Un omaggio a quel matto di Antoine Volodine che è la mia nuova, preoccupante ossessione.

[Lezione 5]
Parliamo d’altro.


Non abbiamo ceduto quando provavamo dolore, abbiamo finto di cedere, abbiamo finto di essere terrorizzati, non abbiamo urlato il nostro sgomento, la nostra disperazione in tutti i possibili toni, invece di lamentarci abbiamo recitato lunghi elenchi di uccelli, elenchi di popoli decimati, di scimmie, di pesci, non abbiamo quasi per nulla parlato dei pestaggi che subivamo, abbiamo evocato altri pestaggi ben più atroci, che altri avevano subito, e, per cavarcela, abbiamo descritto paesaggi turchini, abbiamo battuto le ali su praterie color turchese, planato verticalmente sull’orzo color azzurro, abbiamo inventato nomi di piante e di minuscole erbe, ci siamo inteneriti all’idea di quegli infimi vegetali, abbiamo avuto voglia di cantarli nervatura per nervatura, e così li abbiamo cantati, non abbiamo quasi mai raccontato storie che il nemico si aspettava da noi, il più delle volte le abbiamo raccontate da lontano, adottando un punto di vista formalistico, eccessivamente letterario, che non corrispondeva poi troppo ai nostri gusti, abbiamo girato intorno agli aneddoti essenziali per non informare il nemico su quanto ci commuoveva e piaceva davvero, abbiamo evitato di affrontare gli argomenti che avevamo in mente,

dal fondo della nostra vera memoria abbiamo estratto soltanto informazioni anodine, non abbiamo confessato al nemico lo stato del nostro orientamento politico, mai in alcun frangente abbiamo riprodotto nei particolari dinanzi al nemico dibattiti e parole d’ordine su cui tanto s’accanivano e s’infervoravano i sottocommissari nei reparti segreti dei sottocommissariati, abbiamo continuamente snocciolato falsi ricordi d’infanzia, inservibili biografie, storie come scatole cinesi che spiazzavano il nemico e lo frustravano, che non gli svelavano nulla, che depistavano i suoi cani specializzati e le sue cagne, abbiamo sfogliato immagini d’infanzia nei momenti meno opportuni, abbiamo inserito racconti di sogni là dove i nostri interlocutori volevano delle confessioni, non abbiamo dato il via all’azione attenendoci all’orario del nemico, spesso abbiamo dichiarato di fare sforzi per essere chiari, con gesticolante buona volontà abbiamo sviluppati intrighi amorosi vagamente polizieschi, dando l’impressione di aver finalmente accettato di collaborare con la cultura di base dei nostri aguzzini, ma, nella sostanza, abbiamo sfruttato la capacità d’ascolto dei nostri aguzzini e sfiancato la loro intelligenza, sommergendola di irritanti scene di guerra nera, di spionaggio, mettendo le nostre spie o i nostro soldati in situazioni inverosimili, abbiamo costruito paesaggi notturni che a volte continuavano a rimanere immersi nell’oscurità dalla prima all’ultima frase, abbiamo accumulato le scene notturne senza rischiararle,

abbiamo ecceduto con la non-luce malgrado le esigenze della polizia e malgrado i colpi, non abbiamo assorbito nel nostro comportamento l’idea che ci chiedessero di obbedire o di rispondere, continuamente abbiamo evitato di dialogare con quanti ricevevano i nostri proclami o le nostre dichiarazioni scritte, e se qualcuno esigeva da noi una descrizione non allegorica dei nostri crimini abbiamo ritratto criminali a riposo, o in pensione, o in esilio, personaggi interessati unicamente alle nuvole, e abbiamo cercato di ricostruire la bellezza fluttuante o fissa delle nuvole, mai abbiamo accettato di scrivere, di urlare o proferire ciò che loro speravano di sentirci dire, preferendo inventare, nei momenti più critici, grandi uccelli che scomparivano in controluce a due a due, e amando tali uccelli alla follia, fingendo di averli conosciuti, di averli davvero conosciuti, di averne studiato gli starnazzi e i gridi, di aver sofferto insieme a loro, e quando dico sofferto non parlo alla leggera, e, ogni volta che qualcuno, l’uno o l’altro, l’una o l’altra di noi periva, il nostro racconto ha segnato una pausa e noi ci siamo fermati, ci siamo interessati a qualcosa di ancor più minuscolo della nostra avventura, di ancor meno significativo, 

di ancor più assurdo del nostro soffrire, e abbiamo urlato ad alta voce spezzoni di testi che ci impedivano di credere che il nostro dolore avesse una qualche importanza, li abbiamo vomitati insieme a ciò che rimaneva della nostra voce possente in piena disgrazia, abbiamo riempito il paesaggio di subitanei entusiasmi per ciò che è microscopico, per l’ultrasordido, abbiamo stilato meticolosi rapporti sul patetico e sul nulla, ci siamo schierati a favore del men che nulla, orientavamo la nostra narrazione verso strade laterali, riuscivamo a modificare il grido inumano che ci sgorgava dal fondo della gola facendone una variante che il nemico rinunciava a leggere, che neppure aveva voglia di decifrare, tanto lontana era dall’atroce lamento che egli s’era finalmente preparato a comprendere. Abbiamo sempre parlato d’altro, sempre.

[A. Volodine, Il post esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, 66thand2nd, pp. 49-52.]

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Grazie dei polli, Flannery.

30 gennaio 2017 § Lascia un commento

Per essere un pollo che cresce fino a raggiungere sembianze e dimensioni notevoli, il pavone si affaccia alla vita con un aspetto infausto. Il piccolo ha il colore di quelle grosse e odiose falene che svolazzano attorno alle lampadine nelle sere d’estate. Unici a spiccare sono gli occhi, di un grigio luminescente, e una cresta marrone, che dai dieci giorni di vita inizia a spuntargli sulla testa e rassomiglia prima alle antenne di un insetto, e poi alle penne di un indiano. Nel giro di sei settimane gli compaiono sul collo delle chiazze verdi, qualche settimana dopo il maschio è già distinguibile dalla femmina per il dorso maculato. Quello della femmina sbiadisce gradatamente in un grigio uniforme ed essa assume in breve tempo quello che sarà il suo aspetto definitivo. Anche se sprovvista della lunga coda e di altri ornamenti di rilievo, non ho mai pensato che la femmina del pavone non fosse attraente. Anzi, un paio di volte mi è parsa che lo fosse anche più del maschio, più minuta e raffinata; ma sono momenti di audacia che non durano.

 

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Il piumaggio del pavone impiega un paio di anni ad acquistare la foggia naturale, e per il resto della sua esistenza questo pollo si comporterà come se l’avesse disegnata da solo. Eppure, nei primi due anni di vita lo si direbbe un’accozzaglia di stracci messa assieme da una mano priva di fantasia. Durante il primo anno il petto è marroncino, il dorso maculato, il collo verde come quello della madre, la codina corta e grigia. Nel corso del secondo, il petto diventa nero, il collo color blu regale e il dorso muta lentamente in quel verde e oro che poi conserverà, ma ancora niente coda lunga. Solo al terzo anno, con la piena maturità, conquista la coda. Per il resto della sua vita – e un pavone può campare fino a trentacinque anni – non avrà niente di meglio da fare che curarsela, arricciarla, lisciarla, danzare avanti e indietro dispiegandola, sgolarsi quando gliela calpestano, e inarcarla quando attraversa una pozzanghera.

[Flannery O’ Connor, Nel territorio del diavolo, Minimum Fax, 2003, pp. 26 – 27 ]

Grazie dei polli, Flannery.

Lunedì 13 febbraio e lunedì 13 marzo
leggiamo Flannery O’Connor al Circolo Gagarin.

Tutte le info le trovate qui: https://www.facebook.com/events/640642619472951/

Piacere alle macchine

29 aprile 2016 § Lascia un commento

FORD 50,000 Employees of the Ford Motor Company, Detroit, MI 3453

«Gli operai ricurvi preoccupati di fare tutto il piacere che possono alle macchine ti demoralizzano, a passargli i bulloni al calibro e ancora bulloni, invece di finirla una volta per tutte, con quell’odore d’olio, quel vapore che brucia i timpani e l’interno delle orecchie attraverso la gola. Non è la vergogna che gli fa abbassare la testa. Ci si arrende al rumore come ci si arrende alla guerra. Ci si lascia andare alle macchine con le tre idee che restano a vacillare in cima alla testa, dietro la fronte. È finita. Dappertutto, quel che l’occhio vede e la mano tocca è duro adesso. E tutto quel che uno riesce a ricordare ancora un po’ s’è indurito anche quello come il ferro, e non ha più gusto quando lo pensi. Si diventa maledettamente vecchi in un colpo solo.»

[L.F, Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, p. 253]

Orientamento

5 febbraio 2016 § 1 Commento

Cercavano di rimandare la necessità di continuare a nutrirsi di pappagalli, la cui carne bluastra aveva un aspro odore di muschio.
«Non importa» diceva José Arcadio Buendia.
«L’essenziale è non perdere l’orientamento.»

[Gabrel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine]

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Coordinate

17 ottobre 2015 § 2 commenti

Di Coordinate, la raccolta di Giulia Colombo uscita per Giovane Holden Edizioni, c’è una poesia che mi piace più delle altre e che riporto qui sotto. Si chiama Essere Vecchi e dice:

Non c’è che un modo di invecchiare
ed è chiuderci
nella parte di noi che immaginiamo più adatta
a salutarci per ultima.

Per questo è così difficile vedere la notte
quando si avvicina:
c’è sempre un agio virtuale
nell’avvicinarsi alla china.

Il cedere del corpo non corrisponde
a un momento, ma a una tendenza senza nome
che colora di terra e di spazio i pensieri
immutati della giovinezza.

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Io e Giulia parleremo del suo libro il 5 novembre alle 21.00 presso la Biblioteca Comunale di Busto Arsizio.
Il consiglio è di leggerlo prima così, durante la serata, potrete godervi le poesie lette ad alta voce, liberandovi (liberandoci) della smania di comprenderle in pochi secondi.

Non me n’ero dimenticata

23 settembre 2015 § 1 Commento

Dovevo solo caricare questa cover, che porta a un sito, che spiega un libro senza esaurirlo.
L’ho fatto oggi, che è il compleanno di mia madre, della mia amica Ilaria, dell’autunno che a Milano è arrivato con una cascata d’acqua, alle sette e dieci del mattino. Ci sono racconti bellissimi qui dentro, le nostre famiglie, quelle d’ordinanza e quelle elettive. C’è l’indecenza di innamorarsi ancora, tardi, o di non farlo – per decenza.
Esserci mi fa sentire bene, sarà l’ottima, distante, compagnia di dieci ragazze come me.

Quello che hai amato cover

Luca

7 luglio 2015 § 1 Commento

Era la primavera del 2012. Alla Scuola Holden di Torino Luca Rastello tenne un corso che lui stesso definì un’impervia, approssimativa, troppo affrettata corsa verso l’infinito. Era un corso di matematica, sì, ma di matematica filosofica. Io lo guardavo come si guarda fuori dalla finestra; finalmente – pensavo – finalmente una cosa che mi interessa; finalmente una persona che mi piace. Mi ero laureata da poco, una tesi sull’eternità di un mondo creato, sui problemi del continuo, sulla divisibilità o indivisibilità della materia, su un concetto sfuggente, aporetico, umano. L’infinito degli eleati e di Aristotele, che del medioevo e di Dio fu ostaggio e custodia, tornava con Luca in una scuola di scrittura. E io, con il suo ipotizzare senza definire, tornavo a sentirmi a mio agio.Essays.indd

Le sue lezioni non terminvano mai con un punto, né ne avevano la pretesa. Il linguaggio era indagatore e dissacrante. Pareva l’infinito di D. F. Wallace mescolato all’arguzia della Marcora, la mia professoressa di analisi al liceo. Il tutto raccontato da un umanista: pedante, preciso dove non serve, con il suo non far capire niente alimentato dall’entusiasmo per ogni piccola intuizione. Tentava spiegazioni di continuo fino ad avere bisogno di un Moment; poi lui, e noi con lui, capivamo tutto in un lampo, come se per giorni avessimo solo provato e la comprensione non fosse altro che il risultato della civil conversazione, del saper parlare per saper vivere. In fondo – Luca – una questione di intonazione.

Restai fino alla fine del corso. Poi non diedi l’esame, ci scambiammo un paio di email. Non ricordo come andò, forse Luca mi fece fare l’esame lo stesso, può darsi. Ma era giugno a Torino, l’aria era fresca, c’erano Luca, l’infinito e un corso di matematica in una scuola di scrittura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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