Estate in città

22 agosto 2012 § Lascia un commento

Quando è così me ne andrei in Albania. Oppure a Gallipoli. Se avessi la macchina, o un aereo di quelli piccoli che atterrano sui campi mi farei dei viaggi che nemmeno mi vengono in mente tutti. Potrei nascondermi, non mi vedrebbe nessuno; mi farei trasportare dagli altri e andrei dove decidono loro. Sono talmente stecco che potrei mettermi al posto del gilet di salvataggio degli aerei o nelle tasche di plastica che stanno accanto ai sedili delle macchine, insieme agli occhiali da sole e all’autoradio. Sdraiarmi stretto stretto sopra i tergicristalli dei pullman e farmi sbatacchiare come al luna park. Potrei fare le voci, spaventare tutto l’equipaggio e prendere il comando del vascello o dell’astronave… e poi? Poi me ne tornerei qualche giorno a Valona, da mio cugino Dedë; potremmo farci un po’ di mare che io ero troppo piccolo e il mare di Valona non me lo ricordo. Mamma dice che non è possibile, che dal finestrino l’Adriatico si vedeva eccome. E per finestrino intende quello dell’aereo, perché io, in Italia, ci sono venuto con l’Air France, mica con la barca. Sennò figurarsi se me lo dimenticavo, il mare.

In paese non c’è nessuno, e chi c’è, se ne sta sdraiato sulle panche a non fare niente. È un buco questo posto, sono tutti timidi, mai una volta che uno ti parli prima che sia tu ad incominciare. Una volta al parco Nicholas Green è caduto un piccione sulle scarpe di un tizio che dormiva. Quello non ci ha fatto nemmeno caso, ha continuato a non fare niente e a dormire. Intorno ridevano tutti, anche Cloe che è una che non ride mai e parla anche meno degli altri.
Ad agosto, a Fagnano, fa un caldo che non si può stare. Io sono a casa, imbambolato davanti alla televisione. Danno Top Gun, un film lento che piace a mio padre. Mi sdraio per terra, come la nostra gatta, per godere del pavimento fresco e tirare un po’ il fiato. Mia madre mi chiede che cosa sto guardando e poi aggiunge che questo film ha una bella musica. Sarà, ma io mi annoio uguale.
Prendo la bici e vado a vedere se trovo qualcuno in giro. Non scendo fino in valle, gironzolo un po’ in strada, vado al parco, guardo l’erba dalle sbarre, torno verso casa ma facendo un’altra strada. Percorro via Correnti fino in fondo, dove il marciapiede si impasta con la carreggiata e la bici scende bene, senza scossoni. Dopo neanche mezz’ora sono sudato marcio. Mi siedo sull’asfalto sporco di terra, e respiro. Ho le gocce di sudore che colano dai lobi delle orecchie. Fa caldo anche ad aprire la bocca.
Davanti e sopra la mia testa c’è la casa di Cloe, abita al terzo piano di una palazzina rosa con le persiane di plastica verde bottiglia, verniciate da poco. Anche Cloe è in vacanza, a Gallipoli, dai parenti di sua madre. Mio padre dice sempre che appena riusciamo a schiodarci di qui ce ne andiamo al sud pure noi. A me, per esempio, Gallipoli non dispiacerebbe. Quando si va sull’argomento è mia madre che taglia corto: non è convinta che spostarsi di nuovo sia una soluzione al fatto che io e mio padre a Fagnano ci annoiamo a morte: in fondo a lei piace stare tranquilla e non è che la gente deve per forza coinvolgerti, magari uno ha voglia di stare per conto suo, no?, è allora che mio padre diventa insistente, e attacca a raccontarle che al sud la gente parla, ti invita a casa loro, se incontri qualcuno stai certo che sai come impiegare il pomeriggio e che certo che puoi startene ritirata se è questo che desideri, però almeno puoi scegliere… non come qui, che d’estate – ma ora che ci penso anche d’inverno – in certe domeniche grigie mi sembra di ammalarmi; mi annoio che mi scoppia la testa e non so cosa fare e mi viene l’ansia, che se anche al parco non c’è nessuno e i negozi sono tutti chiusi io che cavolo faccio? Non posso neanche mettermi lì a giocare da solo, perché mi prendono per un cretino e chissà cosa pensano. È per questo che io sto dalla parte di mio padre. Ogni estate Cloe mi racconta di Gallipoli e io faccio incetta di informazioni. Così torno a casa e c’è mia madre che si sposta dai fornelli al tavolo e poi dal tavolo alla credenza e io la seguo e le racconto della sagra del pesce spada e lei mi ignora, mi dice di lavarmi la faccia, mi dice fila che, non vedi che, ti levi che, ma io non mollo, perché lo so che lei mi parla sopra ma sotto sotto mi sta ascoltando.

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Come Zoran Planinic

13 settembre 2011 § Lascia un commento

Una sera, una mattina. Suonano gli uccelli a Mostar l’otto di agosto. Si susseguono i cimiteri, in entrata e in uscita, uno via l’altro come pascoli di montagna. La Bosnia è una grande regione panciuta e l’Erzegovina le scivola in grembo fino in mezzo alle gambe dove guadagna un ipocrita sbocco sul mare. Ma questa mattina la gente è serena, pacata. Non c’è rabbia in questo posto. Nemmeno un tenue imbarazzo di fronte a una furia distruttiva inspiegabile. Il ponte di Solimano l’anno ritirato su. Bisognava, e lo si è fatto. Sotto il sole è un groviglio di persone che si accatastano per una foto da soli, con gli altri di spalle, come in uno specchio in cui vedo te. Il ponte è goffo. Salta la Neretva e vira un po’ a destra. È complicato camminarvici sopra, c’è uno strano ritmo dei gradini piatti e dolci, con una linea sollevata che minaccia lo sgambetto fino all’ultima.

Si scivola sul Ponte di Mostar. Dove Miran dice che non è necessario che andiate. Si scivola per andare di là. Cosa ci vai a fare, la cartina che mi hai dato nemmeno ne illustra bene le vie. Cosa ci vai fare, dico. E ci stiamo poco allora. Scendiamo al fiume per vedere il ponte da sotto. Puzza di piscio, ma la valle stretta che s’alza repentina potrebbe essere la Val d’Ossola. La strada che porta al fiume s’apre come un anfiteatro naturale da cui ammirare l’altra riva, poco distante perché la Neretva centellina l’acqua. Fa caldo, beviamo la birra più buona di sempre. Pensavo che quelli laggiù hanno fatto la guerra, tu mi guardi, pacata come questo posto e mi dici che sì, può essere, avranno si e no la mia età, rispondo. Che cazzo, come mia nonna. Forse qualche anno in più, mi dici. Mai stata forte nel mettere a sistema le morti, le età e il sangue. Mi trema sempre la mandibola prima di arrivare al risultato e ne azzardo uno casuale.

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Quando c’è tutto questo spazio

30 dicembre 2009 § Lascia un commento

incredula parigi ti scalda le guance, il trenta dicembre dodici gradi. immagino possa essere un omaggio al mio spirito ricaricabile. o forse un invito a sopportare il freddo che viene. non ricordo tanto garbo da parte di un clima mai mite, fino ad ora. forse è che io a parigi mi sono sempre sentita estremamente libera e sciolta da ogni fetente nodo marinaro. e insieme, estremamente sola. senza appigli, numeri fissi, amicizie di vecchia data, pomelli delle scale. sola su una scala a pioli di serpenti annodati, come le illustrazioni di gianni rodari. qui ho imparato a bastarmi. forzatamente, forse. per la mia introversione naturale impacciata ed incapace a fidarsi fino in fondo. a sgomitare tra sconosciuti e conoscenti. ergendo barriere, prima ancora allungare un braccio per stringere una mano.

ma questa volta no alice. sarà stato il paracetamolo che costruisce il materassino tra le sinapsi funzionanti e la realtà irriverente. gli occhi lucidi del raffreddore che ti fanno vedere lo spettro possibile e l’arcobaleno. sarà per effetto della propoli alcolica che sostituisce la sciarpa nei tunnel fetenti della metro verso nord. o del piumone portentoso che scalda le membra e zigzaga vincendo gli spifferi. sarà belleville, catenaccio contro la solitudine o flipper soffocante che non comunica. e mi sento comoda e colma, come se avessimo passato tre giorni sul divano a fumare davanti ai cartoni animati di natale.

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