Cioccolata Amara

30 gennaio 2011 § Lascia un commento

Amara si leva le scarpe. Tutta una bretella di stoffa e di gomma che a malapena si capisce da quale buco debba entrarci il piede.
Pezzettoni di terra gli graffiano la pelle, gli si infilano là sotto, dove la caviglia diviene un rotondo, uno spuntone piatto, metà osso e metà muscolo e che, come una puntura, inizia a prudere e si arrossa la pelle scura.
Amara non può soffrire il fastidio di tanto solletico. Tanto vale andarsene a piedi nudi per il sentiero del campo e toccare la terra con dita e talloni, ora che il sole tramonta e che una freschezza che rigenera s’arrampica fin dentro le ossa.

Il campo che sta attraversando è di un signore alto con una lunga cravatta porpora, amico di suo padre. Amara ogni mattina passa di lì per andare alla scuola di Tiassalé. Delle volte si ferma con i suoi amichetti e dà loro una mano a raccogliere i semi lunghi come becchi di uccello che ornano le piante di cacao. Si ferma per poco, un’oretta, al massimo due e poi riprende la strada per Tiassalé. A scuola ci sta quanto basta per divertirsi e annoiarsi, poi rientra per la solita strada e sa che se arriverà troppo tardi i suoi amichetti saranno di nuovo al lavoro. Amara cerca allora di sbrigarsi, così da mangiare qualcosa con loro e fermarsi al campo fino a sera.

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Soltanto ciambelle

20 settembre 2010 § Lascia un commento

Giusy mangiava soltanto ciambelle, dolciumi croccanti e tortine di miele.

Nel suo biberon avanzava il latte tiepido e dal forellino di gomma riusciva a risucchiare grumi incredibili di biscotti e cereali. Amava il fondo delle tazze a merenda con le briciole mollicce attaccate l’una all’altra e lo zucchero abbondante spruzzato di limone.
Era grassottella di natura e tutti quei biscotti le ammorbidivano gli zigomi, i gomiti e le ossa puntute delle dita.

Quell’uggioso lunedì pomeriggio, alla festa di compleanno di Xue, Giusy arrivò per le quattro, dopo il suo corso di nuoto quotidiano, affamata come una biscia.
Da Xue però Giusy non conosceva quasi nessuno e, appena entrata nella stanza dei giochi, cominciò a morire di imbarazzo tra quei compagni nuovi di zecca.
Le si era chiuso lo stomaco e aveva rifiutato ogni dolcetto o salatino che non avesse una forma già nota e già mangiata. Solo nuvole di drago e gelati infiammati. Tutt’attorno bandierine ed ideogrammi. E musica da discoteca che pareva la melodia di Guitar Hero. Così, mentre giocavano a ballare in cerchio, sentiva il suo stomaco mormorare a volume sospetto.

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Spaccapietre

28 luglio 2010 § Lascia un commento

Binul era un sasso montano.

Una pietra massiccia, piantata a terra come si deve. Era immersa nel fiume solo per metà e da un lato s’affacciava al cielo come un omino alla finestra.

A fatica Suraj vi appoggiava il suo sedere ossuto di bambino e ogni mattina Binul lo attendeva silenzioso, certo che Suraj sarebbe venuto a sedervici sopra. Poi attaccava con le sue domande da quiz televisivo a cui Suraj rispondeva annuendo, scuotendo la testa o strabuzzando gli occhi. Binul insegnava al suo ospite a prevedere le piogge, chiamare per nome ogni insetto che leggero s’impigliava nell’acqua fresca del fiume, riconoscere uno ad uno gli uccelli che sorvolavano il Nepal e a pronunciare i nomi delle eclissi di luna.

Suraj non parlava mai, ma Binul sapeva di tenergli compagnia nelle lunghe ore di lavoro ininterrotto, come un vero amico.

Il silenzio dei sassi è cosa rara a Mahadev Besi, nel Nepal orientale.

Tutto il giorno ticchettano pietre, come fossero orologi a cucù.

Suraj resta a mollo nell’acqua per l’intera giornata, se ha fame si porta dei frutti duri nelle tasche ma guai se si muove di lì. Deve rompere i sassi uno ad uno, renderli briciole e accatastarli nei sacchi.

Poi ci pensano sua madre e sua sorella a consegnarle al signore dei mattoni.

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Asfalto tremante

4 maggio 2010 § Lascia un commento

il mio cervello perde da un buco
tanto che se t’affacci è una camera con vista su un colosseo di maccheroni
brand new chicca
dal mio cervello bucato.

Asfalto tremante

Matilde coi sacchi aspetta il suo turno riflessa sulle travi in vetro antisismico.

La trasparenza inganna, resiste come il metallo al terreno ribelle. Abbina bellezza e funzionalità come il suo taglio corto all’ultimo grido.
Ha borse alte come stampelle Matilde. E dita fini che paiono lame.
Tagliano i manici come i fogli di carta ledono la pelle secca dei polpastrelli.

Fuori piovono acido e terra. Sassi in disordine incanalano l’acqua. In discesa perenne scivola ai lati dell’asfalto ricurvo. Tremante novembre s’appresta a finire.

Matilde sbuffa, l’orologio lamenta le sei passate da trenta minuti filati. La gente s’accoda, si scoccia, è impaziente. Ed anche Matilde si sente di fretta. Poi finalmente gioca i gettoni. Spinge ogni abito nel buco nero.

Programma quattro, programma medio per delicati e colorati. Gradi quaranta, mai esagerare. Una sola centrifuga mediamente veloce. L’asciugatura no grazie, ci pensa il riscaldamento centralizzato del suo condominio anni sessanta. Poi casomai alla maglia giallina le dà un colpo col phon. Così se la mette per andare da Rufo.

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