Dimenticati

6 novembre 2016 § Lascia un commento

Mio padre è in servizio militare ad Albenga. È una mattina di febbraio, centinaia di ragazzini sfilano con il basco e lo sguardo fermo, guardano in direzione del fotografo che appostato sul lato destro sfrutta forse il balcone di un cittadino gentile. Mio padre è tutto a sinistra, quasi in primo piano; chiude la terza fila a partire dal fondo della foto, accanto a lui c’è un ragazzo più basso, con il mento sfuggente. Tutti gli altri lo superano in altezza. È un giovane uomo, esile, le labbra socchiuse, gli occhi fermi, grandi, se fossimo a teatro diremmo che ha assunto un’espressione radiale. Attorno, il 1975 s’intuisce negli abiti sciancrati di mia madre che lo osserva da un lato della strada, nei baffi folti degli astanti ammassati sull’unico marciapiede ritratto, nella magrezza dei loro visi, nel cielo spoglio, nella provincia a festa. Le caviglie fini e leggermente storte di mio padre non si vedono, ma io so che sono là sotto, nascoste dalla divisa scura. Lo so perché sono come le mie. E quando infilo i tacchi e poi li tolgo, penso alle cose di lui che non conosco e che sono lì, alla luce e al buio, e che mi sfuggono e ritrovo tra le pieghe della pelle.

Il giorno del mio diciottesimo compleanno sono rimasta in pista ad allenarmi fino alle otto di sera. Quando sono tornata a casa, mia madre ha portato me e mio fratello e la nonna al ristorante. La foto è buia, anche se aiutata dal flash. Il ristorante è semivuoto. Immagino sia tardi, i due tavoli alle mie spalle non sono nemmeno apparecchiati. Ci siamo io con una felpa della Champion, mio fratello piccolo, che sorride e non dimostra i tredici anni che deve avere per forza di conti. La torta al centro del tavolo è una lunga meringa bianca, di quelle che i ristoranti hanno sempre a disposizione. Posso supporre che ne sia avanzata molta e che mia madre abbia portato con sé gli avanzi. Non ricordo quella cena, non ricordo nemmeno che mio fratello sembrasse tanto più piccolo della sua età, e non lo ricordo – anzi so per certo di non averlo mai visto, – così spavaldamente sereno. Anche se ci provo, aggrottando la fronte e irrigidendo la schiena, non c’è niente che ricordo dei miei diciotto anni: nemmeno se la felpa che indosso sia il segno di un rientro dal campo o se invece è una protesta lieve, contro tutte le cerimonie, più o meno programmate, più o meno necessarie.

C’è qualcosa in queste foto che è più di una somiglianza: lega fino quasi a sovrapporre lo sguardo di mio padre che cerca il fotografo e non mia madre; lo sguardo di mio fratello che guarda il fotografo e non me, nonostante il suo corpo sia tutto avvinghiato al mio braccio. Non hanno sguardi sereni, e se ho detto che sono fermi è perché non li ho osservati abbastanza a lungo. Hanno sguardi che io ho dimenticato, sguardi che temono di essere dimenticati.
Sono entrambe appoggiate sulla cattedra ora, le foto, mentre io aspetto che Nadia mi porti il caffè: così, incorniciate dalla formica, paiono ancora più perse di quando le tenevo in mano. Alzo lo sguardo: ci sono diciotto ragazzini con la testa bassa e due banchi rimasti liberi; in fondo a destra, Federico ha smesso di scrivere, dice che sta facendo riposare la mano. Mi chiede se può spostarsi accanto alla finestra ma io gli dico di rimanere dov’è. Perché?, mi chiede, perché è il tuo posto, gli rispondo, sei sempre stato bene lì. Stanno facendo gli esami di terza media. Abbiamo sorteggiato le tracce: raccontare il viaggio in una lettera, l’uso e l’abuso del telefono cellulare, la relazione della gita a Valencia. L’ultimo è un tema che hanno già fatto, per chi non ha tempo da sprecare a caccia di idee, per chi si agita quando lo si costringe a pensare. Di rado fanno domande. Sono per lo più domande di insicurezza: se possono lasciare un rigo bianco, se esiste la parola coprifuoco, se devono aggiungere la data di oggi, se possono usare lo sbianchetto. Rispondo a tutti in modo perentorio, mi invento qualche regola sul momento e li rassicuro che se seguono quello che dico nulla può andare storto. Poi, prima che se ne vadano, dico loro di non dimenticare a casa i materiali per l’orale. Le mappe, le chiavette. Luna mi guarda, guarda le foto che ho sulla cattedra, piega la testa in un impercettibile cenno di assenso e continua a scrivere.

Cammino senza sentire i piedi, sento solo il nodo della cintura di stoffa pesare a destra, tirarmi tutta da una parte. Sono in mezzo alla strada perché lui mi veda bene mentre mi allontano, e dico a me stessa che questa è l’ultima volta che potrà farlo. Davanti a me, parcheggiato col baule aperto c’è un camion per il trasporto di animali, cavalli credo. Per un attimo penso di salirci, sedermi da qualche parte nel buio, aspettare che una cometa lucida venga a tirarmi fuori. Tengo la testa bassa, perché tutte le lacrime che avrei dovuto piangere all’età giusta scorrano per bene e cadano a terra. Che non ne rimanga nemmeno una, bisogna non ci sia più niente da piangere dopo, nel tempo in cui si ricostruisce. Alla stazione tentenno qualche minuto: il mio treno è stato cancellato e delle due l’una: o resto e aspetto un’ora, o prendo un tram e tento di arrivare in Garibaldi e prendere un altro treno che mi riporti a casa. Ci provo, aspetto il tram seduta per terra, a debita distanza da chiunque, su un marciapiede infestato d’erba secca e odore di fogna. Il tram arriva quasi subito, mi alzo, ci salgo, mi siedo. Una ragazza al cellulare mi fa notare che il sedile su cui mi sono seduta è pieno di formiche. Cambio sedile, che stupida dico, la ringrazio mentre lei mi spazza le formiche dai pantaloni e io le sento già pungere all’altezza della vita. Mi siedo accanto a lei. Ma ho le formiche sui polpacci, tra le stringhe delle scarpe, sotto l’elastico delle mutande. Cambio posto, mi siedo molto più avanti ma serve a poco perché realizzo che il formicaio l’ho portato io. Cancello tutte le foto, i messaggi, le tracce, i numeri, le possibilità, poi scendo prima del tempo perché il percorso del tram è deviato e mi sto allontanando dalla stazione. Prendo un altro tram, direzione Stazione Centrale, mi accorgo quasi subito che sono più vicina di quanto pensassi. Riconosco un palazzo che vedevo ogni mattina quando lavoravo in Porta Venezia. Scendo, cammino senza sapere bene se la direzione sia quella giusta, ma il mio corpo, le mie gambe sono sicure, l’hanno fatto tante volte. Finalmente la fermata che cercavo, prendo la linea sotterranea, due fermate e sono in Garibaldi. Aspetto quaranta minuti, seduta per terra, ho dimenticato le formiche, ho la batteria scarica del cellulare. Non ho niente da leggere. Leggo le obliterazioni del carnet da dieci dell’ATM. Guardo una foto di mia nonna da ragazza che ho nel portafoglio, è abbracciata a mio nonno su un pendio che nella mia testa è una collina del basso Monferrato. Sono così belli, mia nonna e mio nonno, abbracciati e piccoli, eleganti in mezzo alla nebbia.

Gliela mostrerò un giorno, mia nonna dirà di ricordare il momento in cui si è cucita la gonna e non il luogo in cui è stata scattata la foto. Io le dirò di ricordare le formiche, e non da che cosa scappavo. Poi resteremo in silenzio, davanti a una fiction su Pietro Mennea di cui entrambe conosciamo il finale.

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