Vieni a vedere

24 luglio 2016 § Lascia un commento

L’appartamento accanto al mio è stato venduto alla fine di gennaio. Quando l’ho letto sul cartello dell’agenzia ho provato una sorta di rimpianto, come se qualcuno se ne fosse appropriato prima che potessi farlo io. Non che abbia mai veramente pensato di acquistarlo: l’affitto è ancora una di quelle cose che mi riempie di fiducia nel domani. Il mio balcone continua oltre la porta d’entrata, oltre l’ultimo vaso di terra grigia, oltre la parete di mattoni riverniciata di giallo. Questo, insieme all’affitto, è bastato fino ad ora a convincermi che le cose possano ancora cambiare. Ma il giorno in cui sono entrata in cortile e li ho visti, entrambi sull’uscio, ma soltanto lui con le mani occupate dal rullo e da uno straccio, il futuro ha avuto una scossa: s’è infilato nel presente e insieme a lui sono aggallati tutti dei pensieri che avevo da adolescente e che pensavo di avere perso per strada. Avere qualcuno vicino, non conoscerlo mai davvero. Comunque anche loro mi hanno vista. Ho imboccato la rampa di scale che sfocia sul ballatoio. Ho camminato fino alla porta di casa mia e posato a terra le borse della spesa. Prima di entrare mi sono accertata che i fili su cui stendo il bucato fossero abbastanza tesi da reggere due paia di lenzuola matrimoniali. Per un attimo ha funzionato. Mi sono convinta che le cose non cambiano pagando un fisso al mese o mettendo in fila un vaso dopo l’altro.

DSC_0418

Il regolamento condominiale della nostra casa di corte prevede che i gatti non circolino negli spazi comuni. L’assemblea di condominio ha pensato bene di inserire nuovamente l’argomento nell’ordine del giorno. Credo dipenda dal fatto che i miei gatti, la notte, si intrufolano nelle cucine del ristorante e sotto le auto parcheggiate dei residenti. Un tempo, quando i gatti in cortile erano una novità, la moglie del proprietario del ristorante dava loro dei gamberetti di scarto. Li appoggiava in una vaschetta d’alluminio che lasciava appena fuori dalla porta, vicino al raccoglitore del vetro. I miei gatti sentivano l’odore della salsa cocktail non appena aprivo un’anta della finestra e al galoppo si fiondavano in cortile. Adesso i gatti danno fastidio, aspettano i gamberetti nascosti al caldo del cofano motore delle auto parcheggiate. A volte uno di loro torna con la testa macchiata d’olio nero, mentre io lo sfrego con una spugna umida, l’altro gli lava via la macchia con la lingua.

Quando Dunia mi viene a trovare spero sempre che non se ne vada più. Le chiedo se vuole quei cioccolatini rotondi irregolari con il cuore di mandorla, le dico se vuole sentirne un’altra, che sono piena di storie da raccontare. Lei dice: «va bene, ma l’ultima, che devo scappare», e si vede che deve scappare perché non si siede. Succede che se una non si siede a me non vengono storie. Ho letto che se qualcuno non porta a termine un compito assegnato, quel compito lo tormenta in forma di sensazione alternativa finché in qualche modo, lui e il compito non negoziano una chiusura. Ecco, se Dunia non si siede a me non vengono storie, e a Dunia non viene da sedersi perché deve portare a termine il suo compito ossia andarsene prima possibile. Ma se Dunia va via io non ho nessuno a cui raccontare le mie storie. Se non possiamo portare a termine i nostri compiti, tanto vale che sia lei ad andarsene.

Alle superiori Dunia mi ascoltava senza interrompere mai. Mi guardava con i suoi occhi chiari, scintillanti di matita lilla, mi guardava tutta la faccia, come se fosse tutta la faccia a parlarle. Mi chiedeva cosa avrei fatto al posto suo e io snocciolavo i casi. Ce n’erano sempre almeno tre, di cui uno prevedeva un’alterazione del modo in cui lei percepiva le cose. Nelle mie casistiche mettevo sempre uno stato alterato perché credevo che gli altri due, i casi reali, avessero bisogno di credere nella possibilità del soprannaturale per sussistere. Ci sedevamo all’ombra del tunnel che dallo stabile delle aule portava alla palestra, e facevamo le prove di come le sarebbero stati i capelli tagliati corti, appena sotto i lobi specchiandoci su dei rottami. Se gli orecchini a sonagli che le piacevano tanto avrebbero avuto lo stesso effetto con i capelli legati sulla nuca, o se invece l’effetto era migliore con i capelli sciolti e i pendenti che comparivano e scomparivano tra i riccioli, come una luce che ogni tanto si spegne.
Le rubai un orecchino, una volta; le feci credere che era caduto a terra nel tunnel. Tornammo a cercarlo, tra i vetri l’orecchino non c’era. Dunia si tagliò i capelli, comprò un altro paio di orecchini pendenti che facevano un suono ovattato perché a penzolare era una perlina di tagua amaranta. Le dissi che era bella, lei mi guardò tutta la faccia; poi cercò qualcosa con gli occhi, qualcosa dietro di me. Sapeva prendersi i complimenti e non dire niente, ci sono poche persone che lo sanno fare bene; sono le persone a cui vorrei assomigliare.
Andammo a ballare, una sera calda di maggio. Avevo comprato una piccola dose di md da diluire in una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Non sapevo se Dunia ci starebbe stata, ma non le chiesi niente. Ci trovammo a casa di mio fratello, venti minuti a mezzanotte. Mangiammo bastoncini di pesce impanati e riso basmati come contorno. Lasciai che Dunia si dipingesse le unghie e poi che mi strizzasse i capelli in una treccia che partiva dalla punta della fronte e si esauriva quasi subito perché avevo i capelli che non arrivavano alla schiena. Uscimmo in bicicletta, ognuna aveva la sua. Le legammo a un palo, tra il viale e il controviale perché tutti le vedessero, ed entrammo. C’era una calca di gente che spingeva in direzione del bar; ballavano in pochi, ma era colpa della musica: aveva qualcosa di latino, ma più molle, una specie di ritmo reggae, stanco; non era il tipo di festa che mi aspettavo. Dunia tornò con un bicchiere da cocktail pieno a metà, era una doppia dose di wiskey con ghiaccio e cannuccia. Andammo a bercelo fuori, nell’attesa che la musica cambiasse.

Dunia oggi è una donna che gli uomini si girano a guardare: ha la bocca grande, le labbra di un rosso incontenibile; spalle larghe che sorreggono a fatica un seno grosso e rotondo. Solo il viso è minuto e scompare tra riccioli scuri. I capelli sono lunghissimi, gli occhi sottili e distanti l’uno dall’altro. Gli orecchini non li porta più, dice che la infastidiscono perché si impigliano nei riccioli. Non è questa la Dunia che mi sono immaginata per tutto il tempo in cui lei non c’è stata. Accade, anche senza che sia tu a volerlo, che le persone restino appiccicate alla memoria e che la loro immagine non corrisponda davvero a qualcosa di preciso. Nella mia testa, dove i ricordi si organizzano per importanza, si conserva una Dunia che non esiste.
Dopo un tempo che a me è parso interminabile, un’altra Dunia è tornata a casa da Londra. Con lei c’era un ragazzetto smilzo, con due chiodi nerissimi al posto degli occhi. È lui che l’ha riportata a Milano. Hanno vissuto insieme in un appartamento in Porta Venezia. Poi lui l’ha lasciata, ha venduto la casa; le tortore che avevano cominciato ad accatastare i rami in un angolo del balcone hanno cambiato idea. Ci siamo incontrate di nuovo e per caso, sotto casa mia, prima che vendessero l’appartamento e arrivassero loro, i vicini con il rullo. Mi ha guardata tutta la faccia, non riusciva a dire niente ma provava a dire qualcosa, poi ha detto che stava cercando casa e che invece, «wow» diceva, e sembrava davvero avesse disimparato a parlare in italiano. Io le ho detto che da me c’era un appartamento sfitto, le ho chiesto se aveva tempo per bere qualcosa, «ma sì, un Milano-Torino» ha detto lei.

Ci siamo scolate la bottiglietta in fretta, sedute sulle scale, ma il sapore non era abbastanza amaro. Ne avevo comprata troppo poca. Avevo freddo alle gambe, nonostante la maglia tirata fino ai polpacci. Dunia mi ha detto che con lei avevo un atteggiamento protettivo e che dovevo smetterla. Non serviva, aveva sua madre che la proteggeva. Mentre me lo diceva continuava a scusarsi, non voleva essere scortese, non voleva dire cose che mi offendessero; «ecco, sì, però questo sì», il mio atteggiamento era troppo da chioccia, troppo di qualcuno che per paura della luce la teneva sempre in ombra. Ho spalancato gli occhi, le ho detto che non mi sembrava proprio e che se lo era, beh allora mi scusavo e che lo facevo senza pensarci. Credo le sia bastato perché si è alzata in piedi e ha guardato di nuovo qualcosa che era alle mie spalle, forse l’entrata, era sbarrata da un tavolo ribaltato.
Dentro la musica era cambiata, adesso ballavano tutti; era il tipo di festa che mi aspettavo. In alto, sullo schermo montato appena sopra un palco spoglio, delle rane si distendevano al rallenti, da un angolo all’altro su uno sfondo verdognolo. Avevano pance chiare, le rane; la treccia cominciava a tirarmi la testa. Le chiesi di sciogliermela, «proteggimi», le dissi, le rane mi stanno tirando la testa. Dunia rise e mi guardò negli occhi, solo gli occhi come se il resto della faccia non esistesse più. Mi venne molto vicino, le diedi un bacio frettoloso a un angolo della bocca, un bacio che era una spinta per allontanarla, ma lei rimase vicina, anche dopo il bacio, con le dita che scioglievano la treccia a ritmo della musica.

È stata lei a cominciare, a esagerare. Mi ha raccontato tutte le sue storie rigirandosi tra le mani il bicchiere rosso di Vermouth e Campari. Di Londra, del ragazzo con cui aveva vissuto e che ora se n’era andato in Argentina, di sua madre con la quale era tornata a vivere. Aveva le labbra secche che continuava a bagnare con il ghiaccio che risucchiava fino all’orlo del bicchiere e parlava veloce; cadeva l’intonaco di tutta quella solennità che le avevo appiccicato addosso nel ricordo. Non le stavo dietro, non sapevo cosa raccontarle: erano passati dieci anni ed erano stati frenetici, impegnata com’ero a costruire la vita che volevo. Le dissi che insegnavo in una scuola professionale: storia e giardinaggio a una classe di magazzinieri. Eravamo andati in gita in una fattoria, c’erano le arnie, un’ape aveva punto una ragazza appena il gruppo era sceso dal pullman, ero stata un’ora nel bagno del custode, accanto alla cassetta dei medicamenti.
Mi ero sposata un paio di anni prima, nella stessa grangia dove s’era sposata Belen, ma prima di lei. Mio marito era un uomo taciturno e pieno di fascino, innamorarsi di lui era stato facilissimo, restare insieme però mi sembrava ogni giorno più complicato. Vivevamo in una casa piccola e male illuminata: progettavamo di cambiare gli infissi prima del prossimo inverno. Non avevo figli, non volevo figli.

Era la musica migliore che avessimo mai ballato. Dunia mi parlava nell’orecchio io capivo tutto, avevo voglia di soffiarle addosso tutto il tempo, negli interstizi delle parole che pronunciava e che risuonavano cristalline nonostante il volume. Sentivo tutte le sue braccia buttate in alto come se tra di noi ci fosse una rete a cui appendersi. Poteva arrampicarsi fino al cielo, la rete non finiva mai, ma lei voleva restare lì con me. Quando lasciava la rete, il suo corpo si allontanava a ritmo, tenuto in braccio dalla musica: ballavamo da sole, ognuna per sé, ma sapevamo sempre dove cercarci, con gli occhi chiusi o aperti, in quella stanza che era diventata tutta nostra.

«Ho portato mio padre a fare una visita per l’invalidità. La badante gli dà un sacco di sonniferi.»
«Quanti anni ha?»
«L’hanno riempito di domande. Non ha mai tentennato»
Ho annuito. Non mi ricordavo nemmeno che faccia avesse, suo padre.
«Gli hanno chiesto in che anno siamo, la data di nascita, chi ero io e di ricordarsi l’ordine di tre parole.»
«Scommetto che ti ha scambiata per tua madre.»
«No! È stato forte, ha risposto a tutto. Ha tentennato sull’anno, ma si ricordava del Giubileo.»
«Ah.»
«Non mi ha scambiata per mia madre. Cretina.»
«…»
«Tu, tu sembri tua madre Diana.»
«Ti ricordi di mia madre?»

Ne abbiamo parlato una sola volta. Tutte le altre volte l’abbiamo fatto e basta, dopo esserci riempite di droga, per non essere costrette a ricordarlo. Saranno state dieci, quindici, e tutte le volte non volevamo che nessuno venisse a ballare con noi. Solo una volta non è andata così: l’ho baciata davanti a mia madre. Non per dare contro a mia madre, solo per mettere in imbarazzo entrambe e costringere Dunia a giustificarsi.

Quel pomeriggio era venuta da me per sapere se l’appartamento era ancora libero, per suo padre non per lei e ora non sapeva se andarsene o restare. Aveva due dita appoggiate al tavolino verde, solo due come se stesse davvero soppesando il da farsi. Le ho chiesto se voleva del tè, «che tipo di tè?», le ho chiesto se voleva sedersi, se dovevo chiudere i gatti nell’altra stanza. Lei guardava i miei narcisi gialli, non spostava le dita; io sono andata a sciacquarmi la faccia, intanto che c’ero ho preso una bottiglia di vino, un pinot scuro, costoso, e sono rientrata. Dunia, di spalle, si guardava le unghie: ho pensato alla fatica che si fa, lungo tutta una vita, per arrivare almeno a sfiorare quello che siamo.
«Vieni a vedere» ho detto, non sapevo che cosa ma volevo la sua attenzione tutta per me. Dunia si è girata, si è sfregata il mento sulla spalla.
«L’hanno venduto, l’appartamento accanto, stanno dipingendo il muro del mio stesso giallo.»
Ci siamo affacciate alla finestra. C’era una donna accovacciata, dipingeva il muro con una mano, con l’altra si teneva in equilibrio, appoggiandosi alla ringhiera. Avrà avuto quarantacinque anni. Dunia ha scavalcato la finestra ed è uscita sul ballatoio. Sono rimasta ferma impalata con il collo della bottiglia di vino stretto in mano.
«Come sta venendo?» ha urlato lei in direzione della donna.
«Non sono tanto esperta» ha detto l’altra, «mio marito esperto.»
Ho appoggiato la bottiglia sul tavolo, sono uscita dalla porta e mi sono avvicinata a Dunia e alla donna.
«Non vedo la differenza» diceva Dunia, «è una buona imbianchina.»
«Mio marito imbianchino. Morto dopo aver comprato appartamento.»
«…»
«Amiche, voi due?»
Dunia mi ha preso la mano. Ha annuito.
«Compagne di scuola, molto amiche.»
Ho sentito arrivare il silenzio e non lo volevo. Mi sono liberata di Dunia e ho infilato entrambe le mani in tasca.
«Ha scelto il mio stesso colore, signora. È bello.»
«Grazie» ha detto lei, «con i colori sono brava.»
«Sì, è brava»
«Lo so. Sono brava» ha ripetuto lei.

Annunci

Tag:, , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Vieni a vedere su opzioniavariate.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: