La zattera

25 giugno 2016 § Lascia un commento

Quando ero piccola io e mio padre trascorrevamo moltissimo tempo in macchina insieme. Lui guidava una golf grigia di cui ricordo la targa scritta su fondo scuro e la provincia arancio. Io sedevo dietro di lui, con i piedi che non toccavano terra. Riuscivo a malapena a piegare le ginocchia, perché il sedile era lungo quasi quanto cosce e polpacci misurati uno dopo l’altro. Guardavamo la strada e ascoltavamo Patty Pravo. Ogni tanto facevamo il gioco delle targhe o quello dei cartelli. Lui diceva la targa, io la provincia. Lui diceva e questo cosa significa?, io dicevo attenzione caduta massi o possibilità di incontrare caprioli. Lui cantava, io mi vergognavo per lui perché era stonato e temevo che il casellante o qualcuno nelle altre auto ci sentisse. Ogni tanto capitava che un cartello non lo conoscessi o che le targhe ci facessero pensare. Lui tentennava, Crotone diceva, ma la sua voce perdeva la sicurezza che aveva quando faceva domande di cui conosceva le risposte. Era allora che io mi tiravo su dritta: strisciavo al centro del sedile posteriore, appoggiavo una mano sulla spalla di mio padre e l’altra sulla spalla del sedile accanto a lui, che era vuoto perché mia madre non c’era. Dicevo: quando arriviamo, controlliamo; puntualmente dimenticavamo di farlo.

raft

Con mia madre, invece, cantavo sempre. Cantavamo un solo disco di Madonna che non finiva mai perché mia madre aveva impostato la funzione delle due frecce che si rincorrono e si dichiarava incapace di levarla; cantavamo, ballavamo anche. Stavo in piedi sul sedile posteriore, e se lei diceva di sedermi che non vedeva le auto dietro di noi, io facevo finta di niente. Quando la sua voce diventava insistente le ubbidivo e mi sedevo. Non vedere le auto, o accorgersi che dietro non rispettavano la distanza, che le stavano nel culo diceva, la agitava tanto da abbassare la radio fino a che Madonna non si sentiva più e poteva confondersi con Patty Pravo o con chissà chi altro. Seduta, da brava, aspettavo che la musica tornasse.

Poi c’erano certe sere di dicembre in cui mio padre e mia madre occupavano entrambi i sedili anteriori e tenevano la musica bassa perché parlavano tra di loro. Guidavamo di ritorno da una cena in un posto noto per i suoi squisiti spaghetti alla chitarra. Io sedevo dietro mio padre mentre dall’altra parte, stretto al finestrino destro, mio fratello sul seggiolino minacciava di addormentarsi. Guardavo fuori dal finestrino e mi sentivo sola. Contavo allora tutti gli alberi di Natale illuminati che gli occhi scorgevano per un istante al di là del vetro. Erano centinaia; attraversavamo la città: le case divenivano condomini senza giardino, gli alberi non si vedevano più; erano al caldo, dentro agli appartamenti, alberi finti, innevati, folti il doppio di quelli veri, o almeno di quelli che io ero abituata ad avere attorno; alberi spenti anche, per evitare che succedesse qualcosa durante la notte.
Al momento di scendere dall’auto mi fingevo addormentata. Volevo che mio padre mi prendesse in braccio. E lui, se non aveva pensieri pesanti, lo faceva sempre. Attraversavo inerte il cortile sorretta dalle sue braccia, con la faccia a penzoloni che rimbalzava sulla sua schiena; una volta arrivati in camera, mio padre mi adagiava sul letto con ancora la giacca a vento addosso e mi indicava il pigiama piegato sopra il cuscino. Stavo ancora con le spalle nude alla ricerca del buco della maglia in cui infilare la testa, quando mio fratello, inspiegabilmente ringalluzzito, scendeva dal letto e correva ad accendere l’albero di Natale.

Trent’anni più tardi, a Londra, mentre sdraiata sopra la coperta combattevo un riscaldamento soffocante, mio fratello si alzò con la stessa foga di quando era piccolo.
«Dove vai?» gli chiesi senza aprire gli occhi.
L’aria era così spessa di caldo e fumo che il solo muoverla camminandoci attraverso mi era sembrata una cosa masochista.
«Non riesco a dormire» disse mentre scendeva dalla scala a pioli con la voce tagliata dalla tachicardia.
«Non credo di dormire» ripeté.
La mattina seguente avrebbe attaccato al lavoro alle otto e trenta e da Blackwall a Fleet Street erano almeno quaranta minuti di mezzi. Me ne fregai. Lo pregai di lasciare la porta aperta perché passasse un po’ d’aria.
Scese le scale ricoperte di moquette, come quelle che avevamo a casa nostra, capaci di trasformare il tonfo dei passi in una lotta. Sentii la porta che si apriva e immaginai la luce illuminare il tavolo di plastica. Va in cucina, pensai, per vedere se è rimasta dell’erba.

Era un mezzogiorno di aprile, aspettavo che lui e la nonna rientrassero da scuola. Quando varcarono la porta d’ingresso, con oltre cinquanta minuti di ritardo, sul viso di entrambi c’era un’espressione preoccupata. Affilai gli occhi finché la luce che filtrava da fuori non ridusse la silhouette di mia nonna a un’indistinta sagoma scura.
«Dov’è la mamma» chiese, con la voce sospesa, alla ricerca di un rimedio. Non attese risposta, si infilò dritta in cucina. Mio fratello le era dietro, avanzava languido verso la cucina; a un tratto sterzò e venne a sedersi sul gradino accanto a me. Affondò il viso nel bavero della giacca e si mise a fissare la porta rimasta spalancata. Aveva il collo sudaticcio, l’etichetta della sciarpa pareva incollata alla pelle e tutt’intorno c’erano macchie lunghe e rosse, l’inizio di un’irritazione che mi impediva di chiedergli alcunché.

Aveva dimenticato la cartelletta di disegno alla fermata dell’autobus. Se n’era accorto immediatamente, era sceso alla prima fermata ed era tornato indietro a cercarla ma, una volta giunto davanti alla scuola la cartelletta non c’era più. Dentro aveva tutti i suoi disegni, trentasei Caran d’Ache, e un parco acquerelli da dodici. Matita dura e matita molle. Gomma pane, maschera di plastica con i cerchi intagliati. Tutto perduto, precipitato in un buco nerissimo per colpa della sua sbadataggine. Mi parve una mancanza piuttosto perdonabile ma mio padre la pensava diversamente. Per tutta la sera non fece che ripetergli quanto se ne fregasse delle cose preziose di cui disponeva, e quanto fosse ancora difficile, nonostante i suoi dodici anni, fidarsi di lui. Io guardavo mio padre che gesticolava, accompagnava certe parole allungando le braccia in avanti; le mani si avvicinavano sempre di più al viso di mio fratello che a furia di indietreggiare aveva creato una voragine tra lui e il tavolo; per terra, le gambe della sedia erano cementate da un grumo di tappeto. Mia madre sciacquava i piatti prima di metterli in lavastoviglie. Non sembrava interessarle molto la filippica che mio padre stava portando avanti in totale solitudine; ricordo di aver pensato che quello di mia madre in fondo non fosse un comportamento fuori luogo: era raro vederla interessata ad alcunché e il blaterare di mio padre era solo un diversivo. Mio fratello, al contrario, pareva affranto, con le vene sul collo che pulsavano e le macchie larghe e rampicanti, in procinto di virare oltre la linea del mento.
Dopo minuti interminabili, mio padre d’improvviso tacque; non trovò le parole giuste per congedarsi. Il silenzio, in quel momento, mi parve qualcosa di estremamente prezioso; non potevo sapere quanto di quel silenzio saturo di parole avrebbe riempito gli anni che stavano per venire. Ne approfittai per rifiutare la frutta e dileguarmi. Mio fratello mi raggiunse in camera e so per certo che se avesse avuto una stanza sua, dove sentirsi in pace, avrebbe lasciato il conciliabolo ben prima di me.
Si sdraiò sul letto, afferrò un numero di Focus Junior dell’estate precedente e passò l’intera serata a piangere muto, convinto che io non me ne accorgessi. Accesi la radio: c’era quel programma in cui potevi telefonare e dedicare sei canzoni a qualcuno per un’occasione speciale. Durava un’ora e c’erano sempre due dediche. Dodici canzoni in tutto. Sapevo che era un programma melenso e che la musica che passavano non era sempre di qualità. Lo ascoltammo senza dire una parola, dall’inizio alla fine; non cambiai stazione nemmeno quando mia madre entrò per sistemare la biancheria stirata nei cassetti di quello che era stato il fasciatoio di entrambi. Desiderai che mio fratello a un certo punto si alzasse e mi dicesse che cos’è questa merda, ma non ti vergogni?, gli avrei risposto che non sapeva quello che diceva, che era piccolo, che era un programma che a tratti poteva dare soddisfazioni; volevo che capisse che tutti hanno piccole cose di cui vergognarsi. Ma lui non lo fece. Si addormentò non appena la musica glielo rese possibile, con il collo del pigiama impregnato di lacrime, le macchie rosse fin sotto le labbra e la tromba di Armstrong levata al cielo.

Ho trascorso l’ultimo Natale a Torino con i parenti di mia madre. Le mie cugine più piccole non vanno ancora al liceo, ma sembra non vedano l’ora di diventare grandi. Mia madre suona il pianoforte a orecchio, canta il falsetto di Battisti con una voce da soprano. Nadia, la più piccola delle bambine, vuole sempre sapere le parole di tutte le canzoni e mentre mia madre suona, mi chiede quale sia il titolo del pezzo così da poterlo cercare su google; se è fortunata trova il testo sovrascritto al video. Quando succede facciamo il karaoke e mia madre suona sopra la base elettronica. Battisti io non lo canto. Mi si rompe la voce, preferisco Mino Reitano e forse è colpa di quel programma di dediche che mi ha rimbambito l’orecchio. Non è raro ritrovarci a casa, tutte donne tranne un paio di zii, tutte donne con le generazioni confuse. Sorelle, nipoti, cugine, madri. Parliamo della mamma, della nonna, e tutto è relativo a chi ne parla. Delle bambine, no. Le bambine sono invariabilmente le tre figlie della sorella di mia madre. E anche se la più grande ha quindici anni, mia madre si ostina a parlarle piegandosi, quasi a sottolinearne la statura minuta dovuta a uno sviluppo che si lascia attendere, e a farle domande che non hanno alcun interesse, né per mia madre che le fa, né per lei che le risponde.
C’è stato un pomeriggio in cui Claudia – così si chiama la quindicenne bambina – ha chiesto a mia madre di festeggiare il compleanno a casa nostra. La casa che mia madre sta tentando di vendere da dieci anni. La richiesta è arrivata senza contesto, dopo due ore passate ad annoiarsi, col dito appicciato al cellulare per fare scorrere il testo verso il basso; mia madre si è illuminata. Il giorno prima del compleanno di Claudia, le ha scritto un messaggio corto, per non disturbare. Le ha chiesto se era ancora interessata alla casa. Claudia non ha risposto, aveva il 3G spento perché era in montagna con gli scout.

Quando mio fratello fuma diventa complicato averci a che fare. Si esprime come un deficiente e non riesce a fare un discorso da capo a fine. Mi fa le domande e non ascolta le risposte o, peggio, mi dà risposte senza aver ascoltato quello che ho da dire e io mi stufo, al punto che preferirei essere da sola piuttosto di dover continuamente spiegarmi meglio. Finiamo sempre nel tunnel del non intendevo quello, o del non mi hai capito finché parliamo a intervalli sempre più divaricati e uno dei due – io – si alza e va a letto. Non ho niente contro il fatto che fumi erba. È che su di lui l’erba ha un effetto dissociante, che su di me non ha. Smette di dire quello che pensa, e comincia a darti ragione, a dire quello che pensi tu e poi a ritrattare tutto. E questo non è fare conversazione, è appendersi alle opinioni degli altri, e poi quando fa comodo dire che si pensa l’esatto opposto. Come quando per mandare via Berlusconi ci siamo attaccati tutti a qualcosa in cui non credeva nessuno e poi qualcuno ha detto di non averci mai creduto davvero.
«Pur di abbandonare la zattera che affonda, ci siamo attaccati a una zattera immaginaria».
Non è esattamente così, ma è inutile contraddirlo.
«Cos’è? Vuoi dirmi che quella mattina non c’era l’ansia di cambiare era?»
«Non volevo dire quello, ma non puoi dire che l’alternativa fosse solo immaginaria.»
«Hai presente il Millenarismo?»
«Cosa c’entra il Millenarismo.»
«Hai ragione, non c’entra niente il Millenarismo, resta il fatto che non c’era alternativa. C’era una necessità reale di cambiamento.»

Due giorni dopo la storia della cartelletta da disegno, mio padre è andato a camminare sul monte Baldo e ha avuto un infarto. La zia ci ha telefonato che era pomeriggio, voleva parlare con mia madre. Le ho detto che era al supermercato, faceva prima a chiamarla sul cellulare. La zia ha riattaccato.
A mia madre hanno detto che mio padre era in condizioni critiche, ma io so che lo zio che era a camminare con lui, quando ha chiamato i soccorsi sapeva già che suo fratello era morto. Quando mia madre è andata in ospedale, le hanno tirato fuori il marito da un frigorifero stretto quanto quello che avevamo in cucina. Ce la ripete sempre questa storia, anche se da allora abbiamo cambiato almeno un frigo; è un pensiero che le viene prima o dopo o insieme a quello delle foto di quando lui e lo zio sono stati sul Rosa e sui monti dell’Atlante. A furia di sentircelo raccontare, io e mio fratello siamo diventati stronzi; ci scherziamo, esageriamo; penso che il dolore renda le persone imprevedibili. Quando diciamo che nostra madre potrebbe alzarsi e incenerirci entrambi sputando fuoco dalla bocca, vogliamo dire esattamente questo, che il dolore allo stato solido non esiste: il dolore è lava o vapore, e quando si raffredda lascia colate nere che è comodo scambiare per il segno che il tempo lascia sulle persone.

Adesso, lui fuma in cucina, ma solo perché là prende internet e lui non spreca i dati del telefono. Fino alle due ha fumato in camera, Chesterfield rosse che a Londra sono economiche. Ne ha fumate diciannove tra le sette e le sette. Diciannove in dodici ore di cui sei mentre giocava a Call of Duty seduto sul letto con me che gli dormivo alle spalle. Da quando mi sono coricata gli ho chiesto di aprire la finestra tre volte. Lui mi ha detto che era aperta ma poi con un calcio ha messo la stufa diritta e si è acceso il riscaldamento a canna. Saranno state le tre quando in camera faceva un caldo pazzesco e sentivo il fumo prudermi sulle guance, sotto gli occhi. Al suo coinquilino galiziano ha detto che le mie occhiaie si vedono prima degli occhi, perché sto troppo al computer, troppo su Facebook, troppo al cellulare, troppo sveglia a pensare a come cambiare le situazioni via email. Stavo bevendo una tazza di latte in una scodella da minestra, ma mi si è chiuso lo stomaco. Mi sono accesa una sigaretta. Lo spagnolo mi ha chiesto se volevo un po’ di birra, ho detto di no indicandogli il mezzo litro di latte avanzato con la mano con cui fumavo. È caduta la cenere nella scodella, l’ho levata con la punta del cucchiaio, con dolcezza e femminilità, come si levano i cereali molli, come piace a mio fratello che sulla femminilità ha teorie dissociate anche senza fumare. Poi me ne sono andata a letto, ho letto due pagine dello speciale che Rolling Stones ha dedicato a David Bowie per la sua morte bianca. Lui mi ha raggiunto, ha giocato, giocato, giocato finché non è venuto a letto senza sonno, e poi si è alzato. E io sapevo che aveva finito le sigarette e che andava in cucina a fumare quella avanzata dall’ultima canna.

Mio padre è morto incazzato con mio fratello.
O meglio, secondo mio fratello, è andata più o meno così: lui ha perso la cartelletta, quello si è agitato per un nonnulla, ed è rimasto agitato due giorni, finché mia madre non ha ricomprato quasi tutte le cose che ha ipotizzato la cartelletta contenesse, poi, non appena mio padre ha avuto modo di rilassarsi, il cuore non ha retto il passaggio a una pace eccezionale dopo l’ansia controllata, e l’ha fregato. Inoltre, sempre secondo la versione di mio fratello, il fatto che mia madre lo chiamasse di continuo per sottoporgli questioni inutili, in merito per esempio al numero di Caran d’Ache da ricomprare, se la confezione da 36, o quella da 24, portando la sua attenzione su cosa fosse più educativo fare; fino a spingersi a mettere in dubbio la reale utilità di ricomprare tutto, ora che il quadrimestre era ricominciato da qualche mese, ora che mio fratello stava crescendo e non era bene che la famiglia lo sostenesse al punto da ricostruirgli interamente la casa sull’albero a tempesta avvenuta, ecco… Questo atteggiamento ossessivo di mia madre, nella sua versione dei fatti, deve aver contribuito in modo non indifferente ad alterare il normale ritmo cardiaco di mio padre. Ciò non toglie che la cartelletta l’ha persa lui e che mio padre, essendo morto nel weekend, non ha potuto sapere che qualcuno quella cartelletta l’aveva trovata e che l’aveva riportata a scuola, in aula di artistica dove mio fratello l’avrebbe trovata solo due settimane più tardi, dopo il funerale, dopo le vacanze di Pasqua, appoggiata a un solo banco di distanza dal suo.

Siccome mio fratello e mia madre condividono questo senso di colpa tutto speciale per avere a loro modo ammazzato mio padre, ogni tanto fanno squadra d’acciaio e mi tagliano fuori. Quando accade, o è una fortuna o è una tragedia. Le strategie che applico nel caso di patto d’acciaio sono due. Entrambe prendono il nome di Zattera perché hanno la presunzione di essere risolutive pur nella loro estrema precarietà. La prima strategia, la Zattera (Z sorda) consiste nell’attaccarsi alla prima famiglia disponibile nel raggio di pochi chilometri di distanza. Meglio se matriarcale, meglio se numerosa. L’angoscia per il patto – e la consapevolezza lucidissima di essere attore fondamentale per la concreta realizzazione dello stesso – si riduce solo stringendo relazioni altre, che suppliscano in minima parte alla relazione madre-figlia e fratello-sorella non disponibile nei periodi di patto. Tali relazioni palliative sono da coltivare soprattutto durante i periodi di non-patto perché l’energia di cui si dispone durante i periodi di patto è ridotta ed estremamente preziosa. Si tratta per lo più di relazioni parentali solide ma rade, pienamente soddisfacenti anche grazie allo loro ridotta area d’influenza. Non si tratta di relazioni esclusive, anzi, i membri-zattera sono in contatto diretto con i due alleati. Ciò che conta però, è l’intenzione: i membri-zattera con cui io stringo la relazione-zattera sono dalla mia parte o, nel caso in cui io non abbia parti ma solo macerie, hanno argomenti che mi rasserenano, discorrono piacevolmente, coprono il silenzio del patto d’acciaio con le loro cene rumorose.

L’altra Zattera (Z sonora) è mio padre.
La Zattera sonora presuppone una fiducia indiscriminata nel prossimo, in un modo che a tratti può parere azzardato. Qualità, quella della fiducia, che non mi è propria e che ho dovuto allenare col tempo, papà, al contrario della mamma che, come sai, dispone di questa qualità in generosa quantità. Innanzitutto, si tratta di una richiesta su cui non possiamo discutere, come d’altronde è sempre stato a causa dell’abbondanza delle tue parole e del loro peso specifico; si tratta di sassi, di pugni colmi di sassi, di granate lanciate sul fondo del lago di solitudine dei miei quindici anni. Si tratta, la faccio breve, di fidarmi di qualcuno che ho smesso di conoscere presto, e che giudicherò con le categorie nette di un’adolescente per il resto della mia vita. Secondariamente, papà, io non posso nascondermi, perché tu sai chi voto, chi inganno, chi amo e c’è poco da discutere se si teme il giudizio di qualcuno. Infine, non sarò io a stabilire se ti hanno ucciso le dimenticanze e le ossessioni dei membri del patto d’acciaio, o il permanere della mia indifferenza. Una cosa è certa, la Zattera sonora è una strategia che si attiva senza consapevolezza, e, più si cresce, più ha a che fare con una certa dimestichezza ad accatastare il dolore in un archivio che utilizza il corpo e non la mente.

Ci siamo seduti, io e mio fratello, su una panchina rialzata a nord del Tamigi, vicino al ponte di Waterloo. Nessuno dei due toccava per terra con i piedi.
«È dove dormono i barboni» ha detto mio fratello, ma ha appoggiato comunque il gomito su uno dei due braccioli di ferro.
Dall’altra parte del fiume c’è quel palazzo che gli piace tanto. È concavo come una vela gonfia, basso se comparato ai grattacieli che lo attorniano. Lui lo guarda, dice che vuole vivere in un palazzo di vetro, tutto di vetro, come un acquario con tutta la città attorno. Rido. Rido per fare sembrare le cose che dice lui meno importanti. Mi chiede se mi piacerebbe andare sotto la ruota, salirci costa sessanta sterline, e il giro dura quaranta minuti e non ne vale la pena.
«Mi piacerebbe, sì andiamoci vicino.»
Mi alzo, lui non si alza. Cammino verso la sponda del fiume, ho un leggero mal di pancia perché dormo male. Lui si avvicina, mi tende lo zaino che ho scordato appoggiato sulla panchina senza scostare gli occhi dal veliero di vetro.
«Non è dall’altra parte» mi dice «è l’ansa del fiume farlo sembrare.»

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