Riviste d’estate

22 luglio 2015 § Lascia un commento

Il sole aveva invaso tutto il tavolo di marmo e le carte impilate parevano combinate in un mosaico ravennate. Vestite e svestite, carichi e bruscolini.
«Rocco? Ci facciamo un’altra mano? Rocco?»
A sentire la voce di Olivia, Rocco era trasalito: s‘era alzato e riseduto subito, neanche fosse al guinzaglio di qualcuno, ma poi non aveva potuto trattenersi: due mandate di chiave ed era sceso al piano di sotto. S’era attaccato al campanello. Un suono diritto, divenuto presto un fastidioso trapanare. Niente. Aveva mollato il tasto e alla porta aveva appiccicato l’orecchio: Giufà, un connubio castano di canarino e usignolo, era l’unico suono vivo; il resto era il suono delle cose. Il tremolio della corda per tirare le tende perpendicolare al peso con cui terminava, Rocco la sentiva girare a vuoto su se stessa, di un moto che avrebbe definito pendolare o penzolare, a seconda del momento; il lungo sfiato del frigorifero a tratti interrotto da lunghe pause refrigeranti; i petali secchi, le affusolate spighe d’oro e le foglie di ulivo della domenica delle palme che si sbriciolavano con fragore sui giornali dell’ingresso. E poi il vento, fortissimo, gli assordanti rimproveri dei vecchi ai bambini, e shh shh, diceva Rocco a Olivia quando per i suoi ottant’anni l’aveva portata a Gardaland e l’aveva obbligata a fidarsi delle sue braccia che l’avevano fissata sulla carrozza regina, quando il resto dei vagoni erano le interiora di un bruco tagliuzzato.
«Alle giostre mi hai trascinato, verme!», aveva detto Olivia con un velo di barba che controluce sembrava una corolla di petali e con un tono ridanciano che tradiva la smania dell’attesa.
«Ora parte», e infatti il gran bruco aveva preso ad avanzare, e Olivia s’era chetata subito, con le mani in grembo, al riparo dal sole, prima strette, poi inerti, scosse solo dal battito del cuore.

[da L’Eclissi, Effe #3]

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Nell’ultimo mese sono uscite due riviste che credo valga la pena sapere che esistano.
La prima ha un nome importante – un nome che di rivista ne richiama più o meno consapevolmente un’altra – anche se la “F” di questa nuova Effe viene dalla “F” di Flanerì, il cui esordio data anno domini 2011.  La Flanerì di ieri e la Effe di oggi hanno in comune la passione per il racconto illustrato, per lo scouting letterario, per la condivisione degli spazi: piccoli scrittori accanto ad autori affermati, disegnatori di professione ad artisti esordienti. Il piccolo e il grande nello stesso posto e per la medesima causa. Sono periodici di Altre Narratività le officine della parola da cui Flanerì/Effe nasce e che continua a coltivare insieme a allo studio editoriale 42 linee.

«Se raccogliessimo le storie e le intuizioni delle donne che scrivono oggi e in Italia, che cosa leggeremmo?»

Questa è la domanda a monte di EFFE #3 – la rivista presentata lo scorso 4 luglio a Roma al Monk Club. Raccoglie 11 racconti e altrettante illustrazioni. E in qualche modo strizza l’occhio all’altra Effe, senza scomodare il femminismo, ma solo mostrandosi per quel che è: una rivista scritta interamente da donne.

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Dario e Carlotta che, insieme a molti altri si occupano della redazione della rivista, saranno ospiti di PerformAzione a Paesaggi Sonori 2015 – il festival che l’associazione 26per1 organizza ogni anno in quel di Cardano al Campo (VA), venerdì 11 settembre dalle ore 20. Ci sarà spazio per una chiacchierata sul significato, oggi, di una rivista che raccoglie solo racconti illustrati (non critica dunque, né pezzi ancorati al dibattito in atto – niente interviste, niente resoconti di festival, solo pura fiction) e sulla ricchezza del passaggio dalla pagina all’incontro, dalla rivista allo scambio di opinioni.

A Pesaggi Sonori potrete sfogliare EFFE #3 (a anche i vecchi numeri della rivista) – tra l’altro sul numero zero di Flanerì – che per definizione è il numero dei matti – c’è un vecchio racconto che Matilde Quarti rinnega sempre, ma che ha un mucchio di motivi per stare in quella rivista. Qul racconto è Ticonderoga e potete leggerlo scaricando il pdf di tutta quanta la rivista o sfogliandolo qui.
Dell’ultimo numero – così perché il blog è mio e decido io – segnalo due racconti che ho amato in modo particolare:

Panic! di Francesca Romana d’Antuono perché è un racconto onirico e distante, nostante il panico sotto pelle e i lupi attraversino il corpo;

Rassicurante come un cane brutto di Mari Accardi perché mi sento complice di questa precarietà viziata e delle sue relazioni superflue che diventano fondanti.

E la seconda rivista? Prossimo post, che lo dicono tutti che il mondo è dei brevi (?).

effe3

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