Luca

7 luglio 2015 § 1 Commento

Era la primavera del 2012. Alla Scuola Holden di Torino Luca Rastello tenne un corso che lui stesso definì un’impervia, approssimativa, troppo affrettata corsa verso l’infinito. Era un corso di matematica, sì, ma di matematica filosofica. Io lo guardavo come si guarda fuori dalla finestra; finalmente – pensavo – finalmente una cosa che mi interessa; finalmente una persona che mi piace. Mi ero laureata da poco, una tesi sull’eternità di un mondo creato, sui problemi del continuo, sulla divisibilità o indivisibilità della materia, su un concetto sfuggente, aporetico, umano. L’infinito degli eleati e di Aristotele, che del medioevo e di Dio fu ostaggio e custodia, tornava con Luca in una scuola di scrittura. E io, con il suo ipotizzare senza definire, tornavo a sentirmi a mio agio.Essays.indd

Le sue lezioni non terminvano mai con un punto, né ne avevano la pretesa. Il linguaggio era indagatore e dissacrante. Pareva l’infinito di D. F. Wallace mescolato all’arguzia della Marcora, la mia professoressa di analisi al liceo. Il tutto raccontato da un umanista: pedante, preciso dove non serve, con il suo non far capire niente alimentato dall’entusiasmo per ogni piccola intuizione. Tentava spiegazioni di continuo fino ad avere bisogno di un Moment; poi lui, e noi con lui, capivamo tutto in un lampo, come se per giorni avessimo solo provato e la comprensione non fosse altro che il risultato della civil conversazione, del saper parlare per saper vivere. In fondo – Luca – una questione di intonazione.

Restai fino alla fine del corso. Poi non diedi l’esame, ci scambiammo un paio di email. Non ricordo come andò, forse Luca mi fece fare l’esame lo stesso, può darsi. Ma era giugno a Torino, l’aria era fresca, c’erano Luca, l’infinito e un corso di matematica in una scuola di scrittura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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§ Una risposta a Luca

  • Jess ha detto:

    Una finestra – col suo cielo ritagliato e i passanti sfuggenti e le parole lontane di voci invisibili e il rumore sullo sfondo che un po’ culla e un po’ sfrerraglia nella testa; col suo pezzo di mondo ritagliato, intoccabile e pur sempre a portata di pensiero – ecco come immaginerò l’essenza del ricordare, d’oggi in avanti. E come immaginerò chi non c’è più, anche se non l’ho mai visto né sentito; anche se non c’ero, ma grazie a te un po’ sì.

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