Conversazione

31 gennaio 2015 § Lascia un commento

Allo sportello delle poste di via Zarotto c’è una signora che sembra una matta. Ha una parlata campana, stridula e polifonica; si rivolge contiguamente a persone diverse, senza che vi siano pause tra una questione e l’altra, tra una persona e l’altra, come se stesse tracciando una lunga linea con un pennarello. Non le importa che quelle stiano dalla mia parte del vetro o dalla sua, o che sia io a nemmeno mezzo metro di distanza o il postino con i pacchi che grida alle mie spalle. La signora ha capelli bianchi e lisci, fermati in un codino a mezza altezza; a fare il suo lavoro è bravissima: un motorino. Ti guarda con quel modo sgarbato e svelto, «che c’hai oggi?» dice, e intanto ha già acchiappato le mie lettere. Fa quattro persone mentre allo sportello accanto ne fanno una. Fa le persone che non sono in coda e riesce a non farsi insultare da quelli che in coda ci sono da mezz’ora. Dà le informazioni, dà i moduli per le raccomandate per l’estero da sotto il vetro; quando sono rientrata dalle vacanze mi ha chiesto «com’è che non sei più venuta?», ma poi ha risposto lei alla sua domanda, perché le sue sono domande e risposte retoriche. Ho avuto il sospetto che faticasse ad ascoltare e che preferisse fare di testa sua per non perdere tempo a capire, ma in più di un’occasione ha dimostrato che non è così: lei capisce più di quello che lascia intendere di capire, capisce quando non ho i soldi abbastanza, mi fa spedire tutto e la volta dopo si ricorda i centesimi che le devo. Se non capisce è perché ho parlato a volume troppo basso, allora lei ti risponde lo stesso ti dice «per piacere cosa dici, eh qui sto, c’è il vetro di mezzo che ti credi» e si gira e clicca e timbra e mentre timbra è di spalle e continua a parlare.

Questa signora assomiglia a quest’altra signora qui, su cui puntano tutti i microfoni.

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Lei è Grace Paley.
Io a Grace Paley sono arrivata tardi.
Ho letto un suo racconto per caso, poi un libro di racconti per curiosità, poi un altro libro di racconti per scelta.
Poi questo – bellissimo – articolo di Paolo Cognetti di ormai qualche tempo fa. Il pezzo è la prefazione a Fedeltà, la raccolta in versi di una donna anziana (così si definisce Paley in uno dei suoi canti), che ritorna alla poesia (o che forse non l’ha mai abbandonata), uscita nel 2011 per Minimum Fax. Dall’articolo si arriva anche qui, dove scorrendo la pagina fino in fondo si trova il trailer di un documentario su Paley attivista e scrittrice newyorkese.

In Enormi cambiamenti all’ultimo momento (Einaudi) c’è un racconto che si chiama Conversazione con mio padre. Qui Grace/Faith conversa con suo padre sul suo modo di scrivere racconti. Di solito mi danno noia quei pezzi autoreferenziali dove chi scrive racconta di come scrive: all’inizio mi incuriosisco poi però faccio presto a stufarmi.

Questo racconto inzia con il padre della voce narrante in ospedale che chiede alla figlia di scrivere una storia semplice. Questo padre ha le idee chiare: vuole una storia come la scriverebbero Čechov o Maupassant, un bel personaggio riconoscibile e poi via via i fatti che gli accadono attorno. La richiesta ha il sapore dell’ultimo desiderio di un moribondo con il fisico a terra e il cuore «che gli inonda ancora il cervello di luce». Il padre però aggiunge anche un’altra cosa: dice alla figlia che vuole un racconto come quelli che era solita scrivere una volta, all’inizio. Come accade con queste cose, la figlia non si ricorda di aver mai scritto in quel modo, così, un po’ per sfida e un po’ per far contento il padre, gli promette che lo farà.

Poi si rivolge al lettore e confessa francamente di non amare quel genere di storie con la trama che scorre diritta da un punto all’altro, «non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranza. Qualunque personaggio si merita un destino aperto nella vita».

A questo punto la figlia butta giù la storia di una sua vicina di casa a Manhattan, una donna con un figlio che all’età di qundici anni comincia a bucarsi. La donna inizia a fare lo stesso, per amicizia e per il fatto che è una cosa da giovani e lei con la giovinezza ha una certa dimestichezza. Accade che il figlio, tra una cosa e l’altra, riesce a uscirne e lascia casa, città e madre, della quale si dice disgustato. La donna vive ancora oggi sola nel suo dolore e i vicini vanno spesso a trovarla.

Il racconto è finito ma il padre non è soddisfatto e rimprovera la figlia di aver lasciato fuori un mucchio di cose, che i narratori russi mai e poi mai avrebbero eliminato. Comincia col criticare un altro racconto della figlia, contenuto nella stessa raccolta. Il racconto si intitola Faith sull’albero e il padre ha da dire sul fatto che si possa scrivere un racconto di una donna che conversa del più e del meno seduta su un albero, attorniata da bambini, un’amica seduta a terra e con i passanti che ogni tanto si fermano a parlare. Al padre interessano una serie di cose precise: vuole sapere com’erano i capelli della donna, com’era la sua famiglia. La figlia lo accontenta: una donna bella, lunghe trecce pesanti, figlia di professionisti venuti da fuori, i primi a chiedere il divorizio in quella contea. Questa cosa che mai nessuno si sposi nei racconti della figlia manda il padre in bestia. Dice che è una cosa molto importante. La figlia si difende; «è solo la storia di una donna intelligente, arrivata a New York City piena di interessi amore fiducia eccitazione, molto moderna, e di suo figlio». Ma a questo punto è il padre che passa dalla parte della ragione: se la storia è quella che la figlia ha raccontato, questa donna così tanto intelligente non può essere. Scacco matto. La figlia ammette che effettivamente il padre ha ragione. «In realtà è proprio questo il guaio dei racconti. I personaggi partono sempre bene. Sembrano straordinari, man mano che la storia va avanti salta fuori che sono solo persone normali con una buona educazione. Qualche volta capita il contrario, il personaggio sembra sciocco e ingenuo ma poi ti frega e non riesci più a escogitare un finale plausibile».

Il padre, che aveva fatto il medico per vent’anni e l’artista per i restanti venti, si dimostra interessato ai segreti del mestiere e chiede alla figlia come si comporta quando le cose si mettono male. «Di solito lascio decantare un po’ la storia» risponde «fino a quando riesco ad arrivare a un compromesso tra me stessa e l’ostinato protagonista». Il padre si spazientisce e intima alla figlia di non perdere altro tempo e di riscrivere la dannata storia. A questo punto abbiamo un altro racconto che parla di un centro di tossicomani intellettuali che sanno quello che fanno, di un periodico dal titolo: “Oh! Cavallo d’oro!”, di una donna che preferisce stare dalla parte dei giovani invece che con la sua generazione, di una conversione davanti a un film di Antonioni e quattro versi in corsivo di una buffa poesia. Il figlio smette di bucarsi, la madre no. E il racconto finisce con la parola ‘fine’. Il padre si aggrappa a questa fine. Alla fine della storia, alla fine di una persona, che tragedia! Ma la figlia non ci sta, la sua non è mica una tragedia. «Un passato da tossicomane! Può essere meglio di una laurea di pedagogia» se sfruttato come si deve. Perché il cambiamento è sempre possibile. Il padre si sdraia, chiude gli occhi e dice «No».

Non vi dico come finisce questo racconto. Perché vale la pena gustarsi almeno il finale; ha a che fare con la responsabilità di raccontare le cose come stanno per la fiducia che si può instillare in chi legge. A tema c’è lo scontro tra due verità, quella creduta e quella reale, che, come spesso accade, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma che esigono di essere dibattute fino alla noia, in quella che Paley definisce ‘conversazione’, ossia un acceso scambio di opinioni su sfondo amabile.

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