Thought moves in circle

20 ottobre 2013 § 1 Commento

We are on a search for the spiritually significant, the magic in every day.
What will we find that’s worth passing down?
What will we conjure?
[Scott Alario]

Papà, non fa niente. Torna a stare da noi.
Non fa niente per la sedia rotta, non fa niente se sei gay. Sai cosa ci cambia, ti prego, torna a stare da noi.
Tesoro, sì che torno, ma deve passare un po’ di tempo.
Perché non torni subito? Se si vuole si torna subito.
Tu stai tranquilla, fai le tue cose. Cosa fai questo pomeriggio?
Niente.
Possibile.
Atletica.
Con questo freddo?
Non è il freddo. Le ghiande a terra sono pericolose.
Che? Ci sono le querce in pista?
No, è colpa del vento. Però tu torna.

L’ultima volta che ho visto mio padre non me la ricordo.
Deve essere stata una circostanza banale, non certo una di quelle occasioni irripetibili che il cervello registra per rispetto. Forse mi ha salutato prima di scendere a portare l’immondizia o mi ha detto che alla fine, per la copia delle chiavi, ci aveva già pensato Carl.
Con Carl, per esempio, è stato molto diverso. Non ci metto niente a ricordami l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo su una pista ciclabile davanti ad un negozio che vendeva porta asciugamano di metallo. Lui era lì impalato a guardare la parete attrezzata dalla vetrina; ogni tanto si scansava per far passare i ciclisti che venivano spediti perché la strada scendeva al fiume, costeggiando i binari della metro scoperta. Gli ho detto spostati Carl, dai fastidio alle biciclette. Lui si è spostato, ha cominciato a camminare verso la fermata del 12; per gli ultimi 30 metri s’è addirittura messo a correre. Mio fratello se n’è andato con lo zaino pieno di castagne matte per cacciare le malattie e una giacca che, tempo due settimane, sarebbe stata troppo leggera. Era il dodici di ottobre; faceva quel caldo inusuale che fa riflettere gli ambientalisti. Non ho mai pensato che potesse tornare a casa, da noi, Carl non è il tipo da ripensamenti e l’orgoglio è una cosa di famiglia.

L’ultima volta che ho visto mia nonna invece, ero affacciata alla finestra dell’ufficio. Il mio terzo piano davanti alla sua portafinestra. In mezzo una strada a senso unico, con le auto parcheggiate su entrambi i lati. Uno, due, tre portefinestra; la quarta è aperta a metà, ed ecco mia nonna che guarda giù in strada, i capelli bianchi come l’infisso in pvc dell’anta chiusa; il viso trasparente di vetro riflette l’immobile grigio dove lavoro io. La chiamo ma non mi sente. Non è che sia sorda, mia nonna, solo non sente bene e io ho i noduli alle corde vocali da quando ero bambina. Di dieci sedute dalla logopedista me ne sono bastate otto, poi basta, ha detto lei, problema risolto. La pubertà fa miracoli, ma la raucedine non se n’è mai andata.
Ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica di casa nostra. Vado a Senigallia, diceva. Che c’è morta la Rina e non so bene cosa fare, io. Vado a Senigallia dai Gobei. Salutami a tusa. Che poi sarei io, a trentaquattro anni e rotti e nessuna fede. L’ho ascoltato con una decina di giorni di ritardo, quando per sbaglio ci ho appoggiato sopra un cestino di plastica pieno di cachi. D’altronde la segreteria telefonica era una cosa di Carl; è che io perdo tempo ad interrogarla, non mi interessa sapere chi ci ha cercato mentre non c’eravamo, lo trovo contraddittorio. A Carl faceva un effetto diverso: si sentiva così americano che a fine giornata diveniva la segretaria di se stesso

Qualche settimana dopo l’ascolto del messaggio, ho fatto un giro a casa di mia nonna, forzando la serratura perché le chiavi le ha ancora mio padre. Entrando in casa c’è un corridoio lungo che si allarga, diventa la cucina e finisce addosso al vetro della portafinestra. Mi sono affacciata come faceva lei, appoggiandomi alla ringhiera e guardando in basso. Ho aspettato che venisse anche a me voglia di andare da qualche parte.

Allora?
Bene. Tu?
Lavoro?
Solito.
Novità?

Dove sei?
Dalla nonna.
Bene dai.
Tu?
Stanco. Ma mi fa piacere sentirti.



È sempre un piacere sentirti.
Sì. Ciao papà.
Ciao tesoro. Fatti sentire.

Ho appeso il telefono e aspettato ancora, la benedetta voglia di andare. Ho sentito le gambe tremare e mi sono seduta. Era come quando si è svegli da molto e le ginocchia diventano così deboli che non ti fidi, si scuotono ad ogni battito di ciglia. Da seduta, ho pensato che potevo anche fermarmi lì. La casa è vecchia, ma è tenuta con cura. È la cura che la rende apprezzabile: l’antitarlo nei cassetti, i vestiti nell’armadio protetti da una fodera di plastica. Ci sono i fiori finti dello stesso colore dei centrini e le foto di mio padre incorniciate d’argento; hanno i rossi così rossi, le pellicole della kodak, lo fanno un martire degli anni Novanta. E poi è vicina al lavoro. A due passi dal lavoro. Perfetto ho pensato, per una che non ha mai voglia di andare da nessuna parte. Allora mi sono tolta la giacca e le scarpe. Sono rimasta in maglietta; ho fatto per accendere la luce ma era staccata. È bastato questo. L’effetto di una delusione minima; la luce che non si accende come uno si aspetta. È bastato considerare il buio perché tutto mi tornasse in mente, col corredo mediatico dei dettagli.
L’ultima volta che ho visto mio padre è stato di notte. Lui e mia madre discutevano a voce alta in camera da letto. Mi sono spaventata e sono andata in bagno a fare pipì. Ci ho provato due volte ma niente, la luce non si accendeva e la pipì non ne voleva sapere di scorrere. Ho fatto rumore con l’asse del water perché mi sentissero. Papà è sceso, mi ha detto di non preoccuparmi, che adesso scendeva nel locale elettrico e la luce tornava. S’è infilato la giacca e le scarpe ed è uscito di casa.
Poco dopo, proprio come mi ha detto, è tornata la luce.

Liberamente Ispirato al Progetto What we conjure? di Scott Alario

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