La festa del desiderio

26 maggio 2013 § Lascia un commento

Al è morto che non era nemmeno metà pomeriggio, ad una settimana dall’inizio della scuola. Sua madre non si lavava i capelli da cinque giorni, suo padre usciva la mattina presto con lo spazzolino da denti infilato nella tasca interna della giacca perché non sapeva quando e se sarebbe rientrato. Il Dottor Brandoli ha parlato di aneurisma polmonare ed era molto dispiaciuto.
Una malattia da vecchi, ha detto Pablo Catullo quando Al gli ha raccontato l’episodio in cui il dottore è entrato nella stanza e, con un occhio al computer e uno al lettino, ha comunicato a sua madre che Al non stava più respirando.
«Il giardino di casa tua sembra una strada di Valona, di quelle di traverso con i buchi di mezzo metro.»
«Dev’essere per via del cane.»
«Che gli ha risposto tua madre?»
«Gli ha detto che se n’era accorta, ma non voleva disturbare. Mia madre lo sapeva che ero lì lì per morire; è una donna intelligente.»
Pablo Catullo annuisce. Quando aveva più o meno l’età di Al aveva litigato con sua madre per decidere dove fosse meglio seppellire la Betty, la cagna che avevano ereditato dai nonni. Pablo s’era impuntato su una zolla di terra brulla per via dell’ombra tutto l’anno e della pressione funerea di un grosso vaso di pietra. Aveva insistito per scavare di persona la fossa alla povera Betty, ma poi sua madre aveva cambiato idea e Pablo s’era ritrovato a dover ricoprire il buco a mano, ributtando dentro tutta la terra temporaneamente ammassata su uno di lati della fossa.
«Ce l’avete da molto?»
«Da un paio d’anni. Prima ce n’avevamo un altro. Quando è morto abbiamo fatto due estati ad andare in tutti quei posti in cui se c’hai il cane non puoi andare. Poi ci siamo stancati e mia madre s’è presa Rufo. È un cane da caccia. Ribalta il giardino, nasconde le cose.»
Al continua a gironzolare per la stanza buia. Pablo si chiede a cosa pensi un ragazzino morto; che cosa si aspetti, prima di andarsene per sempre.
«Vengono dall’Albania per il tuo funerale Al?»
«Andiamo noi, credo. Mia madre dovrà cucinare un mucchio di roba.»
«Festeggiate?»
«Più o meno.»
Pablo si alza e va in cucina. Torna con due bicchieri di latte e un pugno di biscotti.
«Ieri c’era quel tuo amico al parco.»
«Quale?»
«Quello che gioca a calcio.»
«Maio?»
«Stavo per alzargli le mani.»
Al sorride, Maio se le va sempre a cercare.
«A un certo punto s’è messo ad urlare contro lo Sgherro finché non gli s’è gonfiata tutta la faccia e s’è messo a piangere come un bambino.»
«Lo so. Ho fatto per dargli una cosa ma non ci sono riuscito.»
«Cosa?»
«Niente, una fascia per capelli. Come questa qui.»
Al si sfila la fascia rossa e la mostra a Pablo.
«Bella frociata. Dì, com’è che s’è messo a piangere quando sei arrivato te?»
«E che ne so.»
«Lo sa che sei morto? E che domani c’è la festa del desiderio?»
Pablo si scola i due bicchieri di latte uno in fila all’altro. Al lo guarda. In mano ha una pallina rimbalzina dove il mondo è una pangea.
«E che ne so. Dì, non hai caldo te? Io c’ho un caldo boia.»
«E tua madre?»
«Fa la badante dalla sciura Rocchetti.»
«Come l’ha presa che sei morto?»
«E che ne so.»
Al misura il perimetro della stanza di Pablo. A scuola una volta gliel’han fatto fare con un quadernetto. Quadernetto dopo quadernetto han percorso lato minore e lato maggiore dell’aula, un’ottantina di quadernetti in totale. Poi con base per altezza han trovato l’area in quadernetti.
Al si ferma davanti allo scaffale dei cassetti. Sopra c’è lo specchio che Pablo Catullo usa per sistemarsi le sopracciglia che si uniscono in mezzo alla fronte.
«Allora è vero che c’hai la foto di Virginia sullo specchio.»
«A mia madre conviene che io abbia la ragazza. Glielo chiedono al negozio.»
«Però non ti interessa.»
«Non mi interessano le persone. Io parlo solo con i morti.»
«E quando non ce n’è cosa fai?»
«Fumo qualche sigaretta. Lascio che mi venga qualche idea per dei lavori manuali. Al supermercato mi han lasciato dipingere il gabbiotto per fumatori.»
«Figo.»
«C’ho disegnato un giglio.»
«Che? Sei della Fiorentina?»
«Mi piacciono i fiori. Pazzini c’ha un giglio tatuato da qualche parte.»
«Era della Fiorentina.»
«Secoli fa Al. Ma dove cazzo vivi?»
«Sono morto, infatti.»

**

Quando sente che la chiamano dal corridoio è già la quarta volta che ci provano. Floriana s’è assopita, colpa del turno di notte che la restituisce al mondo sempre un po’ più distratta di prima. Ha chiesto se la lasciavano rientrare in ospedale verso metà pomeriggio, per via del saluto ad Al e dell’ultimo desiderio da esprimere. Mentre cammina verso il parco AVIS-AIDO sente che le sudano le braccia. Non ha fatto in tempo a farsi una doccia per svegliarsi bene e levarsi di dosso le poche ore di sonno che si è concessa. Ha la faccia un po’ gonfia, gli occhi piccoli che sprofondano nelle guance. Anche i capelli non le stanno a posto, a destra sono talmente piatti che nei finestrini delle macchine parcheggiate sembra quasi stempiata da un lato. Il parco è pieno di gente. Floriana si siede su una panca di legno, incrocia le braccia e sente il vestito scucirsi di botto. Sua madre da piccola aveva la macchina da cucire piantata in cameretta. Floriana ci colorava le schede di fianco e intanto, per osmosi, ne imparava i rudimenti. A sette anni sapeva attaccare i bottoni senza fare pastrocchi. A dodici andava di moda l’uncinetto. A diciotto faceva le treccine africane fuori dall’Oratorio di Bergoro. Adesso rammenda qualche calza se proprio proprio non ce n’è, ma lo fa di malavoglia. Vorrebbe buttare tutto quello che si rompe e comprarsi ogni volta una maglia, un vestito, una paio di calze nuove, come se il nuovo purificasse; è la stessa sensazione di ribellione che le si aggrappa di sera, quando in un raptus si fa i 500 metri di strada che la separano dai cassonetti e butta la spazzatura seguendo l’ordine maniacale con cui sono sistemati bidoni. È talmente ossessionata dalla liberazione dal superfluo, che già quando scende le scale tiene in mano i sacchetti in ordine per come li butterà. La carta, innanzitutto. A seguire il vetro, la plastica. L’umido per ultimo, che puzza e va tenuto lontano dai vestiti.
«Salve»
«Che disgrazia.»
«Gesù, com’è melodrammatica signorina. Ascolta molti cantautori?»
Floriana tira fuori il fazzoletto di stoffa dalla borsa G&B. Ci sono ricamate le iniziali di sua madre da nubile.
«Quando muore un ragazzino è sempre una disgrazia.»
All’improvviso s’è fatta buia in volto, le occhiaie scure le danno gli anni che non si merita, ma il tono resta troppo poco perentorio perché le si possa credere fino in fondo. Il Carminelli non scende ancora dalla bici. Solca l’erba fino al gazebo di legno. Ha una gamba più corta dell’altra, il gazebo, o forse è il terreno che è un poco inclinato. C’è una collinetta artificiale al centro del parco AVIS-AIDO, è bassa, ma è l’unica che c’è. Non ci sono né piante né pozze. Il Carminelli gira il pedale e si assicura che la bici non cada. Floriana lo guarda. Un punteruolo traballante, vecchio quanto la sua bicicletta. Marcello lo raggiunge; è goffo e bianco, si muove con la circospezione dei figli unici, e di chi esce poco di casa. Sono uno accanto all’altro, padre e figlio. Probabilmente pensano la stessa cosa, che il parco è di un verde sbiadito per l’estate che finisce, e che quando un bambino muore ne va del verde generale.
«Signorina, non si avvicina?»
Floriana sussulta.
«Stanno cantando i ragazzi della scuola. Si avvicini, la prego. Da dove è lei non si vede niente.»
Il Tognon è seduto sopra il suo macchinone lustro. Ha la vista che gli invidiano tutti e un tono di voce innaturale. Floriana è in imbarazzo, forse non doveva venire, che è un saluto a chi muore e non uno spettacolo di circo.
Pablo Catullo la pensa diversamente. Prima o poi arriva il momento in cui ciascuno può dire qualcosa e tutti aspettano il momento del Catullo, perché lui è quello che ha il compito di dire il desiderio. Cammina spedito verso la cima della collinetta. Il coro da una parte, i genitori di Al accanto alla giostra, il baretto con la serranda a metà. La fotografia di Al ancora più bambino, con la maglia viola di Pazzini. Una vecchia seduta con le mani in grembo che della cerimonia non ne sapeva niente, i ragazzi di Fornaci che sembrano milioni, il prete di San Stanislao, la giacca a vento di Virginia, Maio che piange.
Pablo Catullo augura al vecchio Al di passarsela bene, di mollare il calcio e darci dentro con la bicicletta. Il fantasma di Donato Zampini annuisce dal marciapiede. Ha perso tutti i denti, dannate goleador. Maio dice è vero, come terzino Al era un bidone, poi gli scappa un singhiozzo, tira su col naso e fa un verso pazzesco. Smetti di piangere cazzo, gli urla Pablo Catullo dal microfono. Qualcuno borbotta qualcosa sulle buone maniere. Marcello alza la mano e dice se può parlare.
«Certo che puoi, parla.»
«Ecco, dico che bravi che siete tutti qui, che Al se lo merita proprio un finale per bene, perché questa è la fine della storia e se sta storia era un film allora tutti devono essere in scena e, avete presente La grande abbuffata?, ecco. E per quelli che invece il teatro, è la stessa cosa guardate, anche se eravamo a teatro», e Pablo gli prende il microfono che, basta Marcello hai parlato fin troppo, e la gente un po’ si dilegua, che ormai s’è abituata alle cose corte, per colpa del web. E allora Pablo fa un fischio e dice che ha parlato con Al perché, come sapete, io sono Pablo Catullo che faccio il cassiere all’Ipercoop e intanto parlo coi morti. Il parco s’azzittisce, la curiosità fa miracoli eppoi i desideri dei morti sono sempre cose importanti. La pace nel mondo, l’abolizione dell’Imu, la riunione della Cecoslovacchia.
«Al vuole che in questo paese faccia un po’ meno caldo d’estate, che ci sia un po di vento, che sia un po’ come stare a Gallipoli. Ed è dispiaciuto che Pazzini si sia rotto.»
La bici del Carminelli ha un attimo di mancamento. Floriana sbuffa per l’occasione sprecata. Maio sorride. Claudio arriva adesso, che l’ha portato sua nonna e ha capito male l’orario.
Sa po di no, sa po di no, si sfoga il Tognon dal tetto dell’auto.
Non ho finito, scusate, ribadisce Pablo ma la gente non scusa mai nessuno, figurarsi gli arroganti come lui. Hanno tutti fretta di andarsene. Intanto s’è alzato un vento inaspettato e Floriana si scioglie i capelli e diventa subito più giovane. Pablo fischia di nuovo nel microfono.
«Al vuole che tutta l’erba che resta, nei parchi e nei vasi dei vostri balconi, ritorni di un verde brillante fresco di germoglio appena nato, di aghi di pino novizio e di baccello. Al vuole Fagnano di un verde perenne.»
«Come la neve perenne di Fargo dei Cohen», aggiunge Marcello.
Pablo Catullo annuisce e spegne il microfono. Si accende una sigaretta piegando da un lato per accenderla e guarda Marcello: taci Marcello gli dice Catullo, che l’ultima parola spetta a chi fuma, non a chi parla.

Annunci

Tag:, , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo La festa del desiderio su opzioniavariate.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: