Perché piangi Maio?

12 maggio 2013 § Lascia un commento

«Se non era per Guerino, voi, tutti tossici eravate.»
Maio è seduto su una panchina, fuma la sua sigaretta giornaliera, è impacciato ma non ha l’età per accorgersene. Guarda fisso lo Sgherro, abbassa lo sguardo solo per non scenerarsi sulle Tiger. Lo trova gonfio, invecchiato. Allo Sgherro, agosto dà alla testa, comincia ad inveire contro i ragazzi del parco già in tarda mattinata. Sarà il caldo pensa Maio, sarà la solitudine: c’è chi ne soffre terribilmente.

L’anno scorso se l’è presa con Rajeev perché ascoltava quella spazzatura indiana dal cellulare ad un volume illegale; nessuno gli ha detto niente per pudore, ma era chiaro che prima o poi qualcuno gli avrebbe messo le mani addosso. Mentre se ne stavano là a fare niente e a leggere del calciomercato del Chelsea, dal primo piano di uno dei palazzoni di Fornaci si è affacciato lo Sgherro che era a bere il caffè da un’amica di sua moglie.
«Leva sta musica o te lo butto, il cellulare», ha detto ed era evidente che ce l’aveva con Rajeev.
Dietro di lui l’amica di sua moglie era avvolta nel drappo rossastro di un tessuto sintetico. Dal machete scuro, Maio ha riconosciuto la bandiera dell’Angola. Lo Sgherro aveva le vene del collo tirate e aspettava che l’indiano aprisse bocca.
Rajeev, che è di temperamento mite e si gasa solo per i musical e per le patatine arancioni a conetto fantasia scozzese, non ha fatto una piega; s’è seduto sul tavolo di pietra con i piedi appoggiati alla panca e ha preso in braccio sua sorella. Rajeev si porta sempre appresso un paio di fratelli, li usa per difendersi, sono la sua scusa per non accettare i passaggi in motorino: no guarda siamo in tre noi, lascia perdere, ti risponde. La verità è che ad andare in motorino in Valle Olona Rajeev si caga addosso. Comunque. Sta storia della sorella sulle ginocchia lo Sgherro l’ha presa come una sfida. Neanche dodici secondi ed eccolo apparire da dietro la rastrelliera delle bici dove ci sono i motorini che scottano. Quando Rajeev se n’è accorto ha fatto finta di niente e s’è messo a telefonare. Erano tutti un po’ agitati perché dallo Sgherro non sai mai che cazzo aspettarti.


«Allora? Cazzo c’hai, Sgherro. Cosa sei sceso a fare.»
Maio quando parla sembra sembra sempre che provochi. Stavolta voleva prendere tempo con una domandina banale e lasciare a Rajeev il tempo di svignarsela, ma a Fagnano, coi fratelli e in bicicletta dimmi te dov’è che vuoi andare. E niente, lo Sgherro si è fermato, ha abbassato la testa e intanto gli s’è sollevato il sopracciglio. Ha guardato Maio negli occhi e aveva la testa che era un trapezio, inclinata; era sputato a Quasimodo di Notre Dame. Mentre Maio appallottolava una gomma inappallottolabile (di quelle che in bocca fanno un mucchio di fili e che come cicche non funzionano e ti fanno pensare che magari è per il caldo e invece poi è tutto il pacchetto ad essere sfigato), lo Sgherro è scattato verso Rajeev e l’ha afferrato per per le spalle con entrambe le mani; l’ha fatto cadere all’indietro e si è messo a pestarlo con un tubo di gomma che chissà dove l’aveva raccattato. A Rajeev è caduto il cellulare per terra e sua sorella si è messa a frignare talmente forte che dal baretto sono usciti tutti i brasiliani; in due hanno placcato lo Sgherro. Deus de santo! Fematelo! Ele está louco… mãe de deus, ripetevano gli altri, urlandogli contro a voce altissima. Al che lo Sgherro ha mollato il tubo (che poi era la camera d’aria di una bici) e ha lasciato che i brasiliani lo trascinassero oltre il déhors fin dietro al bancone, dove nessuno sa bene cosa ci sia perché le continue nuove gestioni non fanno che allontanare la gente. (Eppoi c’è da dire che la luce sembra spenta anche quando è accesa). L’hanno scortato dentro a piedi, lo Sgherro, un brasiliano per lato, e lui che un po’ puntava i talloni e un po’ si lasciava sollevare; e siccome mentre guardava per terra sorrideva, a un certo punto uno dei brasiliani ha rinforzato la presa, afferrandolo per la schiena.
Così, mentre Maio si godeva la scena, tutti erano andati a vedere come stava Rajeev, tranne due femmine che invece erano andate a vedere come stava la sorella di Rajeev. Rajeev ha tastato il terreno attorno per contare in quanti pezzi s’era sfracellato il suo Samsung GT -I8150. Maio ha raccolto la camera d’aria per vedere s’era ancora buona. Deve averla trovata vicino alla rastrelliera, ha pensato; poi ha messo le mani in tasca e si è soffiato il naso col fazzoletto.

È così che deve essere andata. Maio per un attimo si distrae e la cenere gli finisce sulle Tiger. Non sa darsi altre spiegazioni per come la Sim della Tre da 128 k di Rajeev sia finita nella lavatrice di sua madre. «Deve essermi caduta nel fazzoletto quel giorno», dice, e subito si tappa la bocca mica che qualcuno lo senta parlare da solo.
Vorrebbe alzarsi, andare a sedersi accanto allo Sgherro e rammentare la storia del pestaggio di Rajeev, così, tanto per fare un po’ di conversazione. Raccontargli della Sim, chessò riderci sopra. Ma alla fine non lo fa. Ha sprecato tutto l’entusiasmo che aveva con quella maestrina di Floriana ed ora s’è spento, puf, è una capinera morta d’infarto, un catorcio da buttare.
Maio s’entusiasma a parlare di sé, se invece nessuno gli chiede niente incrocia le braccia e tanti saluti. Non è solo colpa sua, intendiamoci. È che è nato sotto il segno dei pesci e gli altri a volte li perde di vista. Non lo fa per cattiveria, ma per una sorta di presbiopia degli affetti: le qualità delle persone che ha accanto si mischiano con quelle che pensa siano le sue; per questo quando non c’è bisogno che si dica niente, Maio parla. Come adesso per esempio. Che bisogno c’è di andare ad aizzare lo Sgherro che è seduto beato sul dondolo per adulti? Nessun bisogno. Maio si alza. Accende, spegne, riaccende l’accendino, fiamma corta, fiamma lunga, lunghissima incendia il chip della Sim per sentirsi dire dal capannello di gente dietro la panchina di smetterla che l’odore di bruciato fa male. Si risiede. La Sim brucia lenta, e con lei bruciano i numeri dei parenti indiani di Rajeev. L’angolo smussato è acceso; non subito, ma dopo un po’, quello che emana è un vago odore di menta. E che cazzo, smettila con sta minchia di accendino, dammi qua. No, è mio, lasciami stare. Piromane del cazzo. Cos’è che stai facendo! Niente, oh niente, toh è una Sim del cazzo. Dei poveretti, siete. Maio si scoccia, quando lo rimproverano si scoccia.
«Niente un corno se io vedo una cosa non è possibile che non è niente, intesi?»
Pablo Catullo ha la maglia dei Club Dogo infilata nei jeans; si stappa una Ceres con l’accendino e gli dice che se ne vuole un goccio deve ubbidirgli. Maio non la vuole, non ringrazia. Gira i tacchi, raggiunge svelto le altalene. Una scarpa si impiglia in un sacchetto di plastica, Maio scuote il ginocchio di gabbiano sguaiato che agita le zampe. Si innervosisce, sente che gli altri sono tutti lì a guardare lui. Allora pianta la schiena contro la cancellata e si accende un’altra sigaretta: è la prima volta che ne fuma due così vicine.
Una volta che Al era con lui, sono riusciti a scroccare allo Sgherro una coca cola.
«Sgherro c’hai mica un’euro?»
Lo Sgherro nemmeno lo sente. Al quando parlava era come se squillasse ma Maio… Maio c’ha sta voce roca che mannaggiaddio.
«Sgherro! Oh cazzo Sgherro mi guardi?»
No, lo Sgherro non lo guarda, ma intanto la gente ha abbassato la voce perché vicino al cancello c’è un pazzo che urla. La faccia di Maio è tutta uno spremersi di nervi, è una faccia pieghevole e disperata, una faccia che suda. E Maio è una statua di carne che brilla e riflette la luce come se fosse una luce di luna; è rossa, è ferma e piange.

Perché piangi Maio?
Perché sei il primo a piangere davvero in questa semplice storia di paese?
Non piange Al che è morto e non lo sa;
non piangono i suoi genitori che c’avrebbero il diritto di piangere;
non piange Floriana con la sua collezione di rimpianti;
non piange il Tognon che c’ha il collo stretto dalla nostalgia;
e nemmeno il Carminelli che ha le idee chiare e solo quelle;
non piange Marcello che davanti a Ritorno al futuro ha imparato a non commuoversi;
e Pablo Catullo non ha versato una lacrima, anche se sa cose che voialtri…
nemmeno quell’oca di Virginia piange, che pure c’ha gli anni in cui si piange di più che in tutta la vita.
Ma tu Maio, che cazzo piangi a fare che morto non sei morto, e la vita ce l’hai tutta da decidere?
«Io piango, Sgherro, ma se si piange è perché non si riesce a parlare per dire perché. E allora, ti prego, stattene zitto, e non chiedermi perché piango.»

Guerino è arrivato da poco, che oggi il parco chiude prima, c’è la cena di matrimonio di sua sorella.
«E ‘sti cazzi» dice Pablo Catullo, «sono appena arrivato, col cazzo che smeno.»
«E ‘sti cazzi, Guerino, vattene a sta cena e non ce la menare», dice lo Sgherro.
Si sente il rumore della cannuccia che raschia le bolle dal fondo, Maio finisce la coca in un sorso.
«Ciao Sgherro e grazie», dice. Poi raggiunge Guerino che tanto un passaggio glielo dà di sicuro.

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