Davanti casa

5 maggio 2013 § 2 commenti

In paese le notizie sfuggono di mano. La gente parla; lo fa continuamente e tutta insieme. La gente è un’eco di bisbigli che circonda il paese e lo annoda in un cappio di corda; s’intrufola dalle finestre all’ora di pranzo e approfitta delle cucine farcite di odori; si fa forte delle chiacchiere delle massaie.
Le massaie? Floriana ma che dici? Te sei ferma al 1990! Ricordi? T’ho prestato Goo dei Sonic Youth mentre rientravamo dalla mensa delle suore e te l’ho spacciato per la demo degli Aracnide, il mio gruppo del liceo. E c’hai pure creduto! È per questo che tra me e te non avrebbe mai funzionato.
Floriana è pensierosa: Fagnano non l’è mai piaciuta. L’idea che a girarla tutta in bicicletta le ci voglia un quarto d’ora a stare larghi, l’ha sempre atterrita. Come se in un posto tanto piccolo non si potessero che coagulare energie negative, infezioni e malelingue.
Però dai Floriana, adesso stai a esagerà, potevi venirtene a Londra con me no? Invece di temporeggiare… Sai che a Londra ci sono un mucchio di posti che vendono quei nastri rosa a pallini che tua madre usava per tenere in caldo il rustico da portare alla pesca di beneficenza?
È inutile aspettare sotto casa, Marcello non l’ha fatta salire, e fare il palo nel cortile degli altri insospettisce i vicini; tanto vale incamminarsi verso il centro, chissà mai che il Tognon in bicicletta non capiti di strada.

Quando ha avuto l’occasione di svignarsela e trasferirsi a Milano, Floriana non ne ha approfittato; ricorda la notte prima del colloquio: con la testa che viaggiava veloce verso un nuovo appartamento, un nuovo incrocio, un’edicola meno spaziosa di quella di Via Pasubio ma più fornita. Se l’era immaginata con la pioggia, Milano; l’asfalto disseminato di crepe, l’odore acre del riscaldamento in metropolitana. La mattina Floriana aveva chiamato l’Istituto Professionale Regina Margherita, aveva ringraziato subito e poi s’era presentata. Confermato signorina, l’aspettiamo per le undici, le avevano detto. Floriana aveva sorriso ad alta voce, era davvero dispiaciuta di doverlo comunicare così a ridosso, ma il fatto era che proprio quella mattina l’avevano chiamata altrove. Le avevano offerto uno stipendio minore ma un orario più elastico. Eppoi sa com’è, è proprio davanti casa. Dall’altra parte della cornetta le erano arrivati i migliori auguri e tanta fortuna. Floriana aveva ringraziato, euforica, come se al primo tentativo avesse preso la linea a Select di Mtv e Victoria Cabello le avesse chiesto che video volesse.
Eh già Floriana. Hai sempre fatto la comoda tu, l’addormentata. Ma ne sei certa che metter su strati di salame sugli occhi non faccia male all’umore, prima ancora che alle tue iridi sensibili? Quella volta al telefono hai avuto la voce più squillante di sempre. Ma che c’è da squillare se te ne resti ferma e dici no grazie a tutti?

Floriana si concede ancora un attimo. Se non ricorda male, il Tognon è uno a cui non piacciono i sampietrini; sotto le ruote della bicicletta preferisce avere la terra battuta o l’erba alta, che si piega senza sforzo. Floriana decide di tirare dritto e farsi tutta via Pastrengo fino al Villaggio Sant’Antonio. Quando lei era piccola, il quartiere era un diradare di campi. Invece adesso: Floriana si guarda attorno, e per la prima volta si accorge che sono passati vent’anni. I papaveri sono sfioriti, e pure i soffioni sono belli che andati. Restano gli insetti belli grossi, con il dorso di crocchia che riflette la luce del mezzogiorno.
«Ehi! Signorina!»
Floriana non esclude nessuna possibilità. Sa che viaggiare nel tempo costa caro. I ricordi non sono affidabili, lei si attacca ai volti delle persone.
«Signorina, che visino spaurito! Che c’è? Via Pastrengo non se la ricorda più? Io mi aiuto con certe canzonette che danno il passo. Posso recitare memoria tutti i terzini del Fagnano Calcio, dal 1982. Compresi quelli delle giovanili.»
Il Tognon salta fuori da un covone di paglia che a guardarlo meglio è una roulotte d’arancio, con tutta la staccionata attorno e gli abiti stesi su un tubo di ferro posizionato ad arte perché non cada.
«Signor Giuseppe. È proprio lei. Non mi crederà se le dico che la stavo cercando…»
Il Tognon guarda l’orologio; estrae un vecchio orario dei treni da un borsello di cuoio. Poi guarda Floriana, possono fare grandi cose lui e quella donnicciola. Per lui rimarrà sempre una delle tante ragazzine di cortile che si fanno donne in un’estate.
Il Tognon afferra Floriana per l’avambraccio. Tiene lo sguardo basso, appoggiato sui pedali.
«Dovremmo essere ancora in tempo. Si sbrighi, non è affidabilissimo. Mi stia dietro», si raccomanda. Floriana si impegna ma, ahimè, il Tognon in bici è ancora una scheggia, e lei arranca.
«Giuseppe!», eccolo che frena con la gomma dei sandali. Gli si legge in faccia che è scocciato.
«Il fatto è, signorina, che se lei non si muove, va a finire che il treno non lo perde solo lei…»
«Che treno?»
«Quel treno.»
Il Tognon acciuffa Floriana che tutt’a un tratto ha un peso ridicolo. La sistema sul manubrio della bici ed imbocca la salita di via Bergamini. In fondo sbuffa lento un treno che un treno non è. Sono cartoni bucati, sistemati uno appresso all’altro e tenuti insieme da un gancio di ferro (ma ad occhio e croce si direbbe una graffetta). Il convoglio scivola così lento; se non lo si guarda con attenzione potrebbe anche dirsi fermo. Il Tognon pedala. Pensa che se si perde questo son persi tutti e allora non fa che pedalare: l’asfalto liscio si increspa e diventa bluette. Si sgretola un poco sui bordi; la bici si mangia gli scoli laterali e s’arrampica sull’erba alta; lì rallenta, ma il vantaggio è palese e s’arriva per tempo. Il Tognon fa scendere Floriana e lega la bici ad un palo di ferro.
«Mi stia dietro adesso», rincara, e Floriana c’ha come un déjà vu senza sapere dove ha visto cosa.
«Al mio tre. Uno, due…salti!»
Il Tognon c’ha la erre moscia e odia dire tre. Se già l’ha detto una volta, figuriamoci se lo ripete. Questo Floriana se lo ricorda. E salta al momento giusto.

Dal treno i campi che da Fagnano costeggiano la vecchia ferrovia sono fitti di piante di granturco. Alte che ci puoi nascondere dentro un bambino la mattina e venirlo a ritirare la sera, dopo le diciannove, sudato almeno quanto sporco. Il Tognon e Floriana si godono la brezza gentile che accarezza il treno di cartone. Nella campagna che si immaginano, l’afa non si sente. Sono leggeri come puntine; ad osservarli dalla strada paiono le capocchie di due spilli infilati nella bacheca di un adolescente. Floriana non si ricorda più perché è venuta a cercare Giuseppe. Giuseppe sa solo che deve rientrare per cena perché Marcello vuole rivedere Barry Lyndon e si vergogna a dire che suo padre non l’ha mai visto. Ogni volta che hanno gente a cena (e capita, esagerando, una o due volte l’anno) va a finire che questa cosa di Barry Lyndon Marcello se la fa sfuggire sempre, che a suo padre manchino capolavori simili è uno smacco rimasto indigerito.
Floriana. Floriana! Santo cielo ritorna in te. Fai due domande su Al! Forza, non farti intimidire da un vecchio nostalgico. Chiedigli spiegazioni!
Da lontano il monastero di Cairate è il castello della Disney Pictures. È la fiaba di quando Giuseppe era bambino e Floriana nemmeno esisteva. Senza dire una parola abbandonano il convoglio di cartone. Atterrano sull’erba; Floriana cade in ginocchio me mette le mani e non le accade niente di male. Il treno di cartone scompare senza fare il minimo rumore. I viaggi nel tempo sono silenziosi e il mondo attorno a chi viaggia si ricostruisce lentamente, tratto dopo tratto, senza che i suoni vengano a distrarre chi sta cercando di ricordare più cose possibili. Floriana ricorda una cornacchia scura e la cornacchia fende il cielo in diagonale; Giuseppe avverte il dolore di una ferita e sulla sua mano ecco un taglio antico, spezzettato sulle quattro nocche.
«Mio figlio grande ha visto la prima lucciola a 19 anni.»
«Non vengo al monastero di Cairate da quando non mi ci portava mia madre.»
«L’ha vista qui, qualche tempo fa. Avevamo lasciato le macchine sullo spiazzo che c’è prima del guard-rail danneggiato, dove la strada piega a sinistra. Dovrebbero ripararlo.»
«Dicono che Federico Barbarossa abbia passato la notte qui, prima della battaglia di Legnano.»
«Lei ci crede signorina?»
«A cosa?»
«Che mio figlio è rimasto lì a guardargli addosso… Non capiva cosa fossero!»
«Alle lucciole?»
«Una volta vederle era una cosa normale.»
«Il Barbarossa deve averne viste una caterva, quella notte.»
«Portano fortuna sa? Se le si scorge nella notte di San Giovanni portano una fortuna che lei nemmeno si immagina.»
Girano entrambi a sinistra, dove il percorso per raggiungere le mura oltre ad essere più lungo è irto di impicci. Stanno in silenzio, cercano di ricordare questo posto per come l’hanno vissuto da piccoli. Floriana è difficoltà, ci è venuta sempre in gita con la parrocchia, si ricorda solo il nastro rosa a pois che con un nodo serrava il pranzo. È lo stesso che ora tiene attorcigliato al polso, solo che nel ricordo il rosa è più acceso e il tessuto meno sgualcito. Al posto dei gradini che finalmente conducono all’entrata del chiostro principale una volta c’erano delle reti. A Giuseppe tutt’a un tratto vengono in mente le reti vicino all’acquedotto, il piccolo fossato oltre il roveto gli ha ricordato di quando da bambino giocavano a percorrere tutte le reti come fossero un ponte tibetano. Se scivolavi potevi rimanerci secco e cader giù dalla parte dell’acquedotto.
«Quello però non me lo ricordo.»
Floriana allunga il dito verso un grosso cilindro d’acciaio.
«Sì, signorina mi scusi. Quello è l’acquedotto di Fagnano, è che ci stavo pensando… Non so come, ma mi è venuto in mente proprio adesso.»
«Come ce ne torniamo a casa signor Giuseppe?»
«Vuole già rientrare?»
«No, no. Era solo per sapere.»
«Il treno a fondovalle passa di qui una sola volta soltanto. E ritorna dove siamo venuti. È stanca signorina?»
«No, è che quando sono lontana da casa mia mi agito.»
«Ebbene? Ha intenzione di vivere tutta la vita davanti a casa sua? Io e Marcello ce ne stiamo talmente tanto rinchiusi che prima o poi finiremo marci. Quando ero bambino sapevo molte meno cose, ma me ne stavo sempre fuori ed ero molto più bambino. Giocavo al campo di fianco allo Stellini; eravamo sempre in quattro e rimanevamo là finché non diventava buio. Quando raccoglievano il granoturco a terra restava tutto pieno di pannocchie e piante, a mozziconi. Allora passavamo noi, col bastone, a spaccar giù tutto. Ce lo facevano fare sa signorina? Se s’entrava nei campi di spighe invece… Una volta quell’infame del contadino s’è rubato le nostre quattro biciclette e se le è portate a casa! Era così arrabbiato per non essere riuscito a prenderci… Io scappavo da lui e da mio padre: mi arrampicavo sul cascinale adiacente casa mia e una volta a cavalcioni sul muro tiravo su la scala così col fischio che mi raggiungevano! Dall’altra parte partivo in tromba e mi lanciavo sui mucchi di fieno. Pensa te. Sui mucchi di fieno. L’hai mai visto Robin Hood Floriana?»

Intorno s’è fatta sera. S’è fatto agosto di sera. Ci sono gli stessi mucchi di fieno che sono in bocca a Giuseppe; c’è il covone che una roulotte arancione, c’è Floriana che ancora non ha chiesto niente a Giuseppe di Al. Una cosa però Floriana vuole provare a ricordarla. Tanto tempo fa, non lontana da casa sua, c’era una pista di cemento, costruita apposta per le biglie, con attorno qualche copertone perché il pubblico stesse comodo a guardare. Floriana si concentra. Giuseppe si siede sulle gomme. Floriana si fa coraggio.
«Sa qualcosa lei di quel ragazzino albanese che hanno investito all’incrocio?»
«Delle Fornaci?»
«Sembra di sì.»
«Signorina non l’hanno investito! Quello è morto di crepacuore quando ha visto l’altro, l’amico, quello in calzoncini. Quello sì che pensavamo tutti che fosse morto investito. L’albanese mi è svenuto tra le braccia. Io e il Carminelli… Sai il Carminel no? Ecco, eravamo lì noi, abbiamo chiamato i soccorsi subito.»
Floriana ha uno sguardo deluso e gli occhi strizzati e lucidi. Peccato sia andata proprio così. Che un bambinetto debba morire di crepacuore.
«Floriana?»
«Mmh»
«Se la fa lei una giocatina a biglie con un vecchio nostalgico?»
Ecco sì brava Floriana. Complimenti. Un’investigatrice di quelle da segnarsi. Complimenti. Vattene a casa va’.Che il vecchio non ce l’ha tempo da perdere, deve vedersi Kubrick col figlio.
Certo che me la faccio Giuseppe. Mi dia la biglia con Senna, ci sono affezionata.»

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§ 2 risposte a Davanti casa

  • malosmannaja ha detto:

    quando le cornacchie fendono lo spazio in diagonale, tutto può accadere. anche stavolta, come negli altri che ho recuperato a ritroso, le tue parole sviluppano un realismo magico particolarmente evocativo. qui, ad esempo, il viaggio nellla memoria col treno di cartone è uno spettacolo. anche le cose più logiche (“quando ero bambino ero molto più bambino”) assumono un’aura antica, dolorosa, tipo un taglio spezzettato sulle quattro nocche. un viaggio quasi psichedelico, tanto che anche agosto sè fatto (di sera).
    non sarà un brava investigatrice, floriana, e forse non c’è nulla da scoprire tranne il tempo.
    e (andando a ritroso), maio, al, tognon e l’amico col macchinone, l’io narrante che muore di caldo e di spavento: indubbiamente un universo affascinante quello di fagnano. il tutto si compone e articola fino a raggiungere la dimensione del romanzo? in tal caso lo leggerei volentieri.
    ps: come si fa a credere che goo dei sonic youth sia un demo??
    : )))

    • opzioniavariate ha detto:

      ebbene sì. sarà un piccolo romanzo tratto da interviste fatte a piccoli e grandi abitanti di fagnano (va). non avrà un editore, lo stampiamo con la cooperativa per cui lavoro, grazie ai finanziamenti di un bando cariplo. esisterà in carne e carta dunque, lo presentiamo la prima settimana di luglio e poi si troverà. non so bene come ma lo faremo trovare a chi ne vorrà leggere delle copie. che goo dei sonic youth sia un demo è la cosa più surreale di tutta la storiaccia. a presto! 😉

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