Sono Pablo Catullo e parlo coi morti

26 aprile 2013 § 2 commenti

I capi di stato, i dittatori; i sindaci, i podestà. C’hanno sto modo di tirar su i monumenti, di chiamarli con il loro nome e poi morire. Li lasciano a metà, e chi vuoi che glieli finisca. La Biblioteca François Mitterrand c’ha na passerella leggiadra che sembra appesa con il nylon. E la Torre di David di Chavez? Lasciata a macerare per l’eternità; occupata da poveri cristi, c’ha le guardie ad ogni piano che ti chiedono i documenti in coda sulle scale, mentre aspetti il turno al cesso. Chi cazzo sei, ti chiedono. Sono Pablo Catullo, risponderei. Pablo Catullo e faccio il cassiere. Sono figlio unico, mia nonna ha 73 anni, giochiamo a calcio in cantina e quando abbiamo la macchina ce ne andiamo in Svizzera a fare benzina. Sono uno che finisce quello che inizia e c’ho la stoffa del capo. Pablo Catullo, risponderei.

Pablo Catullo all’Ipercoop lo conoscono tutti. C’ha l’erba più buona di tutta la valle e i capelli neri, dritti come strisce di gomma. Ha il naso di Nuño Gómes e le spalle di Fabio Fazio. L’estate della mucca pazza c’avuto una storia con Virginia, la sorella di Claudio, questo prima che l’assumessero all’Ipercoop. Era na roba di sesso, non è durata niente; e poi Catullo è uno che s’annoia facile. Si dice che c’abbia una foto di lei in camera, infilata tra nella fessura della cornice di legno e lo specchio.
Una sera che Al era da Claudio a sfogliare dei giornalini di armi, Virginia è entrata senza bussare blaterando che la camera è pure la sua e che c’avete voi a starvene sempre d’intralcio sul pavimento. Aveva il telefonino in pugno, Virginia, c’era poco da fare: li ha fatti spostare per far passare la sedia perché le serviva la scrivania. Ha acceso il computer e s’è messa a smanettare; ha attaccato il cavo USB e cliccato convulsamente sul mouse per un mucchio di tempo. All’improvviso ha alzato le mani dalla tastiera e ha guardato diritto, oltre lo schermo. Con un barrito da qualche parte nella savana s’è avviata la stampante. In formato A4 Virginia s’è stampata dodici copie della stessa foto. Zoom normale, zoom 2x e zoom 4x. Claudio s’è avvicinato al piano basculante dove i fogli si accumulavano uno sopra l’altro. Le ha chiesto di fargli vedere, ma si vedeva tutto sgranato e poi lei ci teneva le dita sopra.


Comunque, al telefono con Marta, Virginia sosteneva che Catullo c’avesse la sua foto in camera. C’è solo la mia capito? Non è nemmeno una foto di gruppo!, e intanto si limava le unghie dei piedi ai lati, con un’energia tale che Al ha alzato la testa per capire da dove venisse il rumore dello sfregamento. Nemmeno a lui piacciono le unghie larghe, panciute: le vorrebbe strette e allungate in verticale come quelle di Virginia. Claudio dice che Al c’ha delle fisse da frocio e le unghie e i capelli e le mutande strettine che larghe passa l’aria, il cotone fa spessore sotto i jeans e gli dà fastidio all’inguine. Se la intende con la Brigitta, la bidella della Enrico Fermi, nonostante quei quarant’anni di differenza. E che vuoi che siano quarant’anni Claudio?, gli dice Al, con un sorriso orizzontale che non s’arrabbia mai. Prova dirlo ad Enver Hoxha, sta’ a sentire che ne pensa mio padre. Claudio non dice niente. Non ne sa niente di Albania, di geografia. Niente di niente. Al e la Brigitta, a scuola, stanno spesso appoggiati al vetro della guardiola e parlano di cuciture. Al alza le spalle, la bidella gli fa simpatia dice, eppoi si vedrà. Che se è frocio si vedrà, che al massimo si va a sposare in Spagna. Ci sei mai stato in Spagna Claudio? Mai. Nemmeno io. È un’occasione, dice Al. E le occasioni non vanno sprecate.
Dall’altra parte della cornetta, Marta deve aver espresso qualche dubbio perché a un certo punto Virginia s’è guardata riflessa nello specchio, ha lasciato la lima per terra ed è uscita sul balcone. Non l’avrebbe mai fatto con Al e Claudio in giro, di lasciare le sue cose incustodite. L’hanno sentita parlare lentamente, come se dall’altra parte ci fosse la voce registrata per la lettura dei numeri del gas. Claudio s’è fottuto la lima e ha fatto segno ad Al di seguirlo.
E comunque io mi vedo nella foto, ha riattaccato Virginia, prova a zoommare sulla sinistra dello specchio, più o meno un terzo a partire dall’alto, c’è sto quadrato nero con al centro una striscettina chiara… la vedi Marta? Vabbé c’è il controluce, e che ci devo fare, sforzati! Cosa? Marta ma sei cretina? Certo che ho stampato zoommato! Virginia scivola con la schiena lungo il muro del balcone e s’accovaccia a terra, dove il sole non arriva. Ora le spiega. Sulla testa della linea chiara c’é il suo buffo scialle fucsia, sì brava, quello di Cesenatico. Poi ride, sembro uscita dagli anni Cinquanta, vero? e per un attimo le si impiglia l’anello nei riccioli, allontana la cornetta dall’orecchio e si libera. Poi di nuovo a Marta. C’hai ragione te, Marta, domani ti porto la stampa che così, dal cellulare, si fa fatica. Comunque ne sono quasi certa, sono io e sono in camera sua. Allora te Marta che fai? Dopo passi di qui in motorino mmh?

La camera è solo mia, sono sempre attento che tutto sia in ordine, sto dietro alle mie cose, le dispongo in modo regolare. Ci sono due letti e di fronte una scrivania; sulla parete le foto di quando ero piccolo e quadri. Quadri di mare, esotici; stampe dell’Africa, nere e arancioni. Ho anche un televisore che guardo solo prima di andare a letto. La mia camera è la reggia di un pascià, la tana di un terrorista, il bozzolo dove posso starmene solo a covare i miei segreti. Appiccicata allo specchio tengo una foto di Virginia, perché se mi interesso alle persone mia madre mi considera normale. Invece, più di tutto mi interessano i morti. Capita che sotto le lenzuola, con un po’ di disciplina, io riesca a contattarli; bisogna essere costanti, farsi vedere interessati. Non è poi così difficile, sono loro che vogliono parlare con me. I morti c’hanno quest’ansia di giustificarsi: hanno una marea di roba da completare e te la menano con le cose da fare che resteranno eternamente imperfette. Oh Pablo! va che son morto ma volevo dirti che…, Pablito! ¡perdóname Pablito, yo he muerto sin avisarte. Mi fanno una testa così, tutti quanti.
Poi c’è quel ragazzino di Bergoro, n’extracomunitario con la faccetta magra da cinema. Se ne va in giro per la stanza, ogni tanto mi guarda ma si vede che è in un’altra dimensione Fa parte dei morti distratti, che muoiono e non se ne accorgono.
Al! Lo chiamo, ma è ancora troppo presto per un morto come lui. Ti gasano i Motel Connection?, gli chiedo, ma lui mi ignora, alza le spalle, dice che la musica non gli interessa, che preferisce altri sport. Mi alzo dal letto e mi metto seduto; aumento il volume col telecomando. Ragazzino del cazzo, sei morto prima che il cervello ti si sviluppasse davvero. Bevo a garganella dalla bottiglietta di the San Benedetto riempita di acqua. Acqua acqua acqua. C’ho na voglia matta di Camel light e i Motel Connection mi mettono nostalgia.
Al si affaccia alla finestra di camera mia come fosse una vetrina. Guarda fuori: c’è il cemento delle Fornaci, alberi pochi. Le strade buie. Ma lui ci vede quello che vuole vederci, perché i morti distratti sono anche dei grandi sognatori.
L’acqua rancida della bottiglietta m’ha lasciato in bocca un sapore di plastica scaldata che ricorda certi baci del mattino. Quanto tempo è che non sto con qualcuno? Ahh, Pablo. Non ricominciare. Non compatirti per Dio, sennò finisce che a forza di premere la fronte e le palpebre serrate contro il cuscino ti si sforma la faccia. Concentrati. Mi concentro. Devi parlare con quel ragazzino, giusto? Col morto distratto, no? Vero. Devo. Mi concentro. L’ultima cannetta ti prego. No. Ma non riesco a dormire… Appunto, concentrati. Trovalo. Contattalo. Chi? Il ragazzino, Pablo.
Faccio un lungo respiro e senza nemmeno finirlo lo chiamo. Al! È la voce di uno zombie la mia, col respiro di caverna che ancora scorre in gola. Al! Di nuovo. Al Al Al! Il cuscino si inghiotte il mio viso. Respiro nella trama del cotone. Chi è che mi chiama?, d’improvviso la sua voce è come un sibilo, ma le mier orecchie sono abituate ad ascoltare più del permesso. Al, sono Pablo Catullo e faccio il cassiere, rispondo. Sono uno che finisce quello che inizia, c’è mica qualche cosa che posso fare per te?

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§ 2 risposte a Sono Pablo Catullo e parlo coi morti

  • malosmannaja ha detto:

    davvero intrigante, questa scrittura. l’intersecarsi delle storie e delle prospettive soggettive contribuisce a creare una sorta di sviluppo onorico della narrazione che tiene il lettore sospeso tra verisimiglianza e falsificabilità. i personaggi hanno una buona presa fisica (sfregamenti d’unghie limate, bocche con sapori di plastica, anelli che s’impigliano nei riccioli, facce premute a forza contro il cuscino fino a sfromarsi) e indubbiamente originale la dimensione tangente del mondo dei morti distratti.
    compliments.

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