Fiabe

7 aprile 2013 § 1 Commento

Mentre mi preparo per andare a letto, mia madre mi riempie di fiabe. Ne racconta una di seguito all’altra e sono talmente tante che anche quando mi infilo sotto le coperte e chiudo gli occhi faccio fatica ad addormentarmi. Le spaccia per antiche leggende albanesi ma io so che se le inventa lei, così, su due piedi. L’ho capito dai nomi di persona che ci mette dentro: i protagonisti sono sempre Al e Bresha che è il nome di mio nonno. Fatmir è sempre la femmina (si chiamava così un’amica di mia madre che a Valona veniva da noi per insegnarle a cucire) e le strade sono quelle attorno a casa nostra, Via Roma, Via Monte Grappa, Via Cesare Battisti.
È una donna di buoni sentimenti mia madre, sempre lì a compiacere gli altri. Vuoi una fiaba? Ecco vieni che ne ho giusto un paio che fanno per te. Quando ho dato di matto per farmi mandare agli scout lei mi ha rifilato la storia macabra di un bambino di Busto che durante un’uscita con gli scout in Valle Olona aveva incontrato la temibile Fatmir. Fatmir era il fantasma di una maestra, morta ammazzata all’inizio del Novecento. Bresha (così si chiamava il ragazzino) s’è visto la maestra-fantasma venirgli incontro e chiedergli da che parte era il castello; ha detto che si era persa perché s’era allontanata un po’ troppo: da morta poteva camminare per giorni senza sentire la stanchezza. Al che Bresha, che era un discreto velocista, ha fatto dietro front e s’è messo a galoppare verso il gruppo che lo precedeva di una cinquantina di metri. La morale della fiaba di mia madre era che non bisognava star troppo fuori dal gruppo o, peggio, chiudere la fila. Poteva essere pericoloso.

È un peccato che adesso non possa sentirmi. Se ne sta lì, sulla sedia blu, a fissare il monitor dove scintilla la linea del mio battito. È come se guardandolo lei mi tenga in vita; addormentato certo, ma pur sempre in vita. Io sono stufo, ho quasi voglia che ricominci con una delle sue storie.
Mi alzo dal letto, cerco le mie vecchie ciabatte di spugna. Porca boia! Sono nell’angolino accanto alla porta, ordinatissime; talmente gialle che credo mamma le abbia lavate apposta, per non far figura all’ospedale. Salto giù dal letto e le raggiungo; ho già il fiatone. A furia di star fermi ci si abitua alla stanchezza. Non riesco nemmeno ad infilarci bene i piedi perché su questo pavimento liscio le ciabatte scivolano subito.
Mentre esco dalla stanza ecco che entra l’Enzo, mio cugino. Lo saluto, ma l’Enzo non c’è tutto con la testa, nemmeno mi vede. È sempre un po’ da un’altra parte. Ha sottobraccio la play, con l’alimentatore in tasca e i fili tra i piedi che è un miracolo che non caschi per terra. Nello zaino ha di sicuro quel gioco del soldato; ci abbiamo giocato tutto l’inverno poi abbiamo sconfitto il muro finale e abbiamo smesso di vederci. L’Enzo sta aspettando Natale per avere un nuovo gioco, intanto ha ricominciato quello del soldato da capo.
Scendo le scale e raggiungo l’uscita. Fuori c’è Corso Italia: anche se a Busto Arsizio non vengo mai, le vie le conosco bene. Io e Maio le abbiamo studiate su googlemaps, perché volevamo venire in un negozio di skaters a comprarci le fasce per giocare a calcio senza che i capelli ci vengano negli occhi. Maio le aveva viste in vetrina una volta che sua madre gli aveva chiesto di scendere dalla macchina e andare ad occupare il parcheggio a piedi, mentre lei faceva inversione e veniva a parcheggiare. Maio aveva obbedito, poi però s’era distratto perché in vetrina c’era la fascia più figa di tutte le fasce fighe di Fagnano: rossa, spessa ma leggera, annodata su un cane con le orecchie infuocate. Una fascia per la neve e per il fuoco, una fascia perfetta per ogni calciatore, sciatore, skaters; per lui e per quel capellone di Al.
E allora Maio s’è messo le mani in tasca, ha sentito il fresco degli spicci ed è entrato. Ha chiesto se poteva toccarla; era lì lì per averla tra le mani, quando per la foga ha fatto l’errore di chiedere quanto costava. Tantissimo. Così tanto che a Maio s’è bloccata la faccia. Ha rimesso la mano in tasca senza nemmeno toccare la stoffa e ha salutato. Fuori il parcheggio gliel’ha occupato una Smart. Sua madre era ferma allo stop, con due ruote sul marciapiede e le quattro frecce talmente incazzate per un attimo a Maio è sembrato di sentirle suonare. Ma era l’ambulanza e quello che aveva davanti l’ospedale.

Chissà come sta Maio adesso. Mentre cammino verso la vetrina degli skaters penso a quel farabutto che l’ha investito. Vorrei sapere chi è stato e spezzargli le gambe, invece l’unica cosa che spezzo è lo stecchino del ghiacciolo che ho rubato al chiosco all’angolo tra Corso Italia e via Bellini. Il tipo non se ne è nemmeno accorto. La gente di Busto non mi vede. Forse perché sono un bambino morto. O perché sono albanese. Me ne frego.
Entro al Pacific Wear e mi frego la fascia. Me ne frego tre. Per me, Maio e Claudio che quando torna da Macugnaga fa la festa di compleanno nella portineria di sua nonna. La mia la metto su subito, che goduria! M’incammino di nuovo verso l’ospedale, ho le gambe stanche: non è vero che i morti possono camminare per giorni, la maestra-fantasma Fatmir raccontava un mucchio di frottole. Ci metto sei minuti ad attraversare il viale, c’è un traffico pazzesco. Supero le porte scorrevoli e poi di nuovo dentro e fuori dall’ascensore. Quasi quasi comincia a piacermi che nessuno mi dica cosa posso e non posso fare. Mi annuso la maglia: sa di naftalina. Fuori dalla mia stanza non c’è più nessuno, è finito l’orario delle visite, penso. Poi entro.
È arrivato papà. Lui e mamma si abbracciano, tutt’attorno c’è odore di fumo. Mio padre ha la sigaretta accesa, tiene la mano bassa, fin sotto la sedia blu dove è seduta mamma e si protende verso di lei: mamma piange ad occhi aperti, lo schermo la guarda. Corro ad aprire la finestra: lo so pure io che non si fuma dentro, quei due pensano di essere a spasso sul lungomare di Valona. Me lo immagino soltanto, l’ho visto che ero piccolo. Penso che fuori dal vetro non c’è Corso Italia; ci sono le palme e il cielo sgombro del mare. Non l’ho mai visto il mare in Italia, ma ho mille foto di Claudio che ci va per via dell’eritema. Sta via una settimana intera, a fine maggio, con sua nonna. A scuola gli fanno sempre un sacco di storie. Potrebbe benissimo mettere a tacere tutti e provare a guarirsi al monastero di Cairate, c’è la sorgente della Manigunda che ha gli stessi poteri portentosi del mare. La regina stava male, ha bevuto l’acqua della sorgente ed è guarita. Sono venuti quelli di Mistero, io avevo scuola e allenamenti, ma i genitori di alcuni sono andati a vedere la troupe, e la sera della settimana dopo sono finiti in televisione.
Respiro. Ecco la mia Busto sul mare, si sente l’odore dei calamari fritti. Lascio aperto e mi rimetto a letto. Mamma si alza, non sopporta il disordine. Vede le mie ciabatte buttate a terra e le sistema nell’angolino dell’ingresso. Papà butta la cicca dal davanzale e chiude la finestra. Poi si girano entrambi verso di me. Anxhela, che è quella fascia da frocio che c’ha in testa tuo figlio?

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§ Una risposta a Fiabe

  • Gianluca ha detto:

    Scrivi davvero bene.. Sei ironica e profonda. Vai leggera e misericordiosa, in punta di piedi. Mi piace questa sospensione dei sentimenti. Che preannuncia un’esplosione. Brava Carolina.

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