Misteri

2 aprile 2013 § Lascia un commento

Floriana sta attaccando con lo scotch un cartello arancione fuori dalla stanza di Al. Al è arrivato ieri sera in ospedale, è in coma e non si capisce perché. Si è pensato ad un collasso all’inizio, o che avesse battuto la testa dopo un incidente in bicicletta. Non si sa ancora niente.
Stamattina è venuto Maio a parlare con lei, si conoscono da quando Floriana era l’insegnante di igiene alla Scuola Media Paritaria Valle Olona. Quando l’ha visto entrare in ospedale con ancora addosso la divisa del Fagnano Calcio s’è fatta scappare un sorriso. L’ha guardato da dietro il vetro senza farsi notare. Ma il ragazzo è sgattaiolato oltre i battenti della porta del pronto soccorso spingendo il maniglione antipanico. Al che Floriana lo ha chiamato dalla sala infermieri, dove si mangia qualcosa a pranzo e di solito si appoggiano i cappotti. Maio si è levato la giacca e ha chiesto se poteva prendersi un kitkat alla macchinetta. Floriana gli ha detto di fare come voleva e che però lei aveva da fare e, se non gli dispiaceva, lei saliva un attimo di sopra. Maio ha alzato le spalle e ha messo cinquanta centesimi nella fessura grigia. Floriana è salita con le paperelle per il respiro e i camici monouso che si usano per le visite ai malati infettivi. Li ha sistemati nell’armadietto a vetri che c’è in corridoio, poco prima delle toilettes. Poi è passata dal Gobbetti e gli ha misurato la temperatura rettale. L’ha segnata nella tabella, sul foglio appeso alla ringhiera del letto. Ha chiesto di chi fosse quel bel mazzo di camelie e ha salutato facendo il suo solito inchino involontario.
Quando è tornata di sotto, Maio aveva finito il kitkat e stava giocando col cellulare. Vedendola l’ha messo giù subito e le ha detto che voleva parlare di Al.
«Il ragazzino in rianimazione.»
Maio ha fatto segno di sì.
«Allora. All’inizio ero io quello morto».
Floriana s’è messa comoda sulla sedia girevole; con Maio, anche a scuola, non sapeva mai cosa aspettarsi.
«Ero in giro a correre. Non avevo nemmeno molta voglia, ma faceva caldissimo e non sapevo cosa fare. Lo sa prof. che sto già facendo la preparazione atletica? La faccio da solo, gli altri iniziano a fine mese. O ai primi di Settembre.»
«Che previdente! E che fai adesso?»
«Terzino.»
«E scuola?»
«Geometra, il Dell’Acqua. Comunque…»
Ha controllato il cellulare: niente. Floriana ha controllato l’ora alle spalle di Maio: presto.
«Sono stato investito da un tizio in macchina che non mi ha visto e sono svenuto.»
«Gesù! Ma quando?»
«Ieri prof.»
A Floriana si sono gonfiate le narici.
«Aspetta prof., non si arrabbi. Mi faccia finire.»
Floriana si è lisciata le pieghe del camice sulle ginocchia.
«Scusami. Continua. Forza, continua.»
«Sono rimasto lì, investito, per un po’ di tempo, non saprei dire quanto, cinque minuti diciamo. Finché è arrivato Al di Bergoro e mi ha visto per terra. Deve essersi spaventato perché quando mi sono svegliato l’ho visto a terra praticamente morto, come l’avete trovato voi.»
Floriana si è portata le mani alla bocca per non urlare, aveva gli occhi strabuzzanti che dicevano che disgrazia.
«Non so bene cosa è successo, ma io indagherei. C’erano lì il Tognon e l’altro suo amico, quello col macchinone. Erano accanto a noi, magari sanno qualcosa. Hanno chiamato loro l’ambulanza. Fossi in lei indagherei.»
«Certo che indaghiamo ragazzo. Ci mancherebbe.»
Maio s’è sistemato la visiera del cappellino ed è uscito dalla stanza. Floriana l’ha salutato, poi ha alzato l’interfono e ha detto a tutti i pazienti di liberare il tavolo scorrevole che il pranzo sarebbe arrivato a momenti.

Sul cartello arancione c’è scritto che solo i genitori possono visitare Al. La madre è sempre dentro, sta accanto al ragazzino e guarda uno sceneggiato della RAI sul computer portatile di famiglia. Le ricordano di quando da ragazza, a Valona, pensava che la televisione non potesse mai spegnersi e che sua zia cambiasse stanza solo per smettere di sentirla. Ha la schiena rigida, nonostante sia distesa accanto al suo bambino; Al a lei continua a sembrare morto, anche se i medici l’hanno tranquillizzata.
«Signora mi ascolti, guardi la linea sullo schermo. Vede che si muove? Quello è il battito; suo figlio è vivo e il cervello è arzillo. Sembra pensi tutto il tempo.»
Chissà cosa pensa si chiede lei. E lo abbraccia senza guardarlo; le braccia si aprono e si chiudono quanto basta per accogliere il corpo minuto di Al; i suoi occhi non smettono nemmeno per un attimo di fissare la linea spezzata che taglia lo schermo del computer.

Floriana la spia dal vetro della porta, ha il carrello con il pollo e gli spinaci. Deve farsi tutto il corridoio di rianimazione e salire di sopra, dove lavora lei, al reparto malattie infettive. In rianimazione non mangia mai nessuno, o comunque non è di sua competenza controllare se tutte le stanze sono state visitate. Però vorrebbe fare qualcosa per quella donna, magari allungarle una confezione di grissini e dirle che normalmente le cose si risolvono in due o tre giorni. Ma Floriana è infermiera, non ne sa niente di incidenti, di svenimenti. E la gente che soffre la impressiona ancora. Chi le ha detto che ci avrebbe fatto l’abitudine non la conosceva bene. Infatti è tornata a vivere da sola, nella casa che si è riconquistata dopo trent’anni di rinunce. L’ha disegnata lei e il geometra ha pensato al resto. Ci penso io a realizzarle i pensieri, le ha detto. Basta che sia solida, ha risposto lei. In cucina c’è il pavimento di mattoni, nelle altre stanze ci sono le piastrelle di cotto. Il giardino è un po’ lasciato andare, le serve il tempo che non ha per farlo tonare come una volta, quando suo padre ci piantava le patate e il granoturco.
«Buongiorno Floriana.»
Il dottor Brandoli la saluta sfiorandole la spalla. Floriana si risveglia; gli chiede che cosa sa di quel ragazzino albanese. Morirà? Gli chiede. È sempre così teatrale Floriana.
«Ancora niente. Lo visito dopo pranzo.»
Floriana vorrebbe chiedergli di tenerla informata, ma il dottore la saluta e lascia che la porta della stanza n.4 si chiuda alle sue spalle. Floriana è inquieta, tamburella le dita sul manico d’acciaio del carrellino. Lo smalto perlaceo, asciugato di fretta, s’increspa sull’unghia del pollice. Non è brava Floriana a mettersi lo smalto, ha iniziato tardi ed è sempre indecisa sui colori estivi che d’inverno sono fuori posto. Potrebbe parlare di nuovo con quel ragazzino, Maio, oppure sentire il Tognon. Si guarda di nuovo l’unghia del pollice: che colore monotono che si è scelta. Chissà se il Tognon si ricorda di lei.

«Giuseppe!»
La corte è deserta. Anche gli indiani devono essere partiti. L’odore degli scarichi attacca ai vestiti; d’estate ristagna nell’aria e ci sono giorni in cui è fortissimo. È un bene che Floriana non abiti più lì, odiava non poter spalancare le finestre senza che la casa odorasse fogna. Il ballatoio del Tognon l’hanno ristrutturato: se lo ricordava più instabile. Hanno fatto un bel lavoro, pensa, non si vedono le giunture.
«Giuseppe!»
Lo chiama di nuovo, ma la voce si perde nel rombo di una moto.
«Giuseppe non c’è. Chi lo vuole?»
Marcello si affaccia scocciato.
«E’ lei che lo vuole?»
«Ecco»
«Non so che dirle signorina, non c’è.»
«Non fa niente. Provo domattina.»
«Cos’è non lavora lei?»
«No no, cioè sì che lavoro. Faccio i turni.»
«Secondo lei com’è andata la faccenda di Aldo Moro?»
Floriana non capisce. Non conosce Marcello. Quando lei viveva qui Ada le parlava sempre di lui, ma non gliel’ha mai presentato.
«Ce l’avrà pure un’opinione.»
«Mi lasci pensare.»
Floriana ha paura di fare figure; ha una pessima memoria, e sotto pressione non riesce a farla funzionare.
«Beh le dico la mia. Dico che c’ha ragione Bellocchio. Che Moro ad un certo punto s’è alzato, ha quasi ringraziato i suoi carcerieri e poi se ne andato a passeggio sotto la pioggia. È quello che avrei fatto io, non tenere rancore. Non si può essere sempre tutti d’accordo no?»
Floriana ora ricorda.
«Buongiorno, notte! Ecco, se le cose fossero andate così, io… »
«Non so dirle signorina. Provi a passare domattina, dico a mio padre che l’ha cercato.»
Marcello scompare dal ballatoio.
«Floriana! Le dica che è passata Floriana, la ragazzina che stava al piano terra.»
Ma Marcello s’è rimesso comodo a letto. Tira indietro di qualche minuto il cursore del computer, vuole vedere di nuovo la fine: avete deciso di ucciderlo, dice lei, sì siamo tutti d’accordo, risponde lui. Dovremmo liberarlo così in cambio di niente. Marcello dice di sì. Avrebbero dovuto. Ferma il dvd, per lui basta così. Allunga il braccio verso il comodino e afferra il bicchiere di succo avanzato.

Annunci

Tag:, ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Misteri su opzioniavariate.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: