Slam! (The day after)

21 gennaio 2013 § 2 commenti

Quella di ieri sera, domenica 20 gennaio 2013, è stata una serata importante. Grazie alle parole di molti amici di Migrando la Bottega e alle poesie in musica di Apache 2012, 26per1 ha salutato un luogo importante, che resterà a lungo nell’immaginario di chi in bottega è cresciuto. Per Migrando è tempo di ricominciare e spero possa farlo nel migliore dei modi possibili. (E anche in fretta.)

Migrando è una grande bottega di commercio equo e solidale che ora cerca un nuovo ente che possa prendersi cura di lei e della città di Busto Arsizio come la Cooperativa Elaborando ha fatto fino ad oggi. Avete tempo fino al 31 gennaio per approfittare degli sconti (il 25% su tutto l’artigianato)  e per proporre a Migrando una nuova vita.

Qui sotto trovate il testo che ho letto ieri e che sarà inserito in un ebook scaricabile gratuitamente dal sito dell’associazione 26per1.

Slam@Migrando la Bottega – La prima volta

La prima volta che sono entrata in Bottega era il 2001, era novembre e c’era in corso una guerra.
Sono passata dalla porticina della stanza grande, mi sono tolta il cappello di lana e ho tirato dritto. Avevo sedici anni e una spocchia tanta che era chiaro che non avrei salutato. C’erano due ragazze attorno ad un tavolo, ma non le ho guardate in faccia. Una era seduta su uno sgabello, l’altra le dondolava di fronte appesa al ripiano di legno coi gomiti puntati. Lo so perché le ho intraviste, le posizioni sono cose che uno vede anche se non vuole.
Ho girato subito a destra, nella stanza dove oggi c’è la cassa, perché era lì che nessuno mi avrebbe scocciato chiedendomi se avessi bisogno qualcosa. A destra c’era il tavolo che c’è adesso (forse) e un mucchio di roba di coccio; i cesti, dei campanacci in ferro battuto, le tasche di iuta a penzoloni. C’era da stare attenti a muoversi con lo zaino e i sonagli sparsi in giro.


Io volevo la bandiera della pace: per l’epoca non ero originale; ma a Busto la pace non è una cosa che si trova facile, è un po’ come quella spezia coreana che serve per fare il kimchi e che a Parigi vendono in un negozio solo, nel secondo arrondissement. Io però sapevo che a Migrando l’avrei trovata, non mi importava nemmeno perché lì e non altrove.
Ho battuto la stanza per una decina di minuti, ho aperto e richiuso una dozzina di teiere; ad un certo punto ho pensato di comprare un colino a mia madre, l’ho preso, l’ho tenuto un po’ in mano, poi l’ho rimesso giù, come fa il mio amico Mundial con i legni.

Allora ho guadato l’orologio ed erano le sette meno un quarto. Sono tornata nella stanza da dove ero entrata e le due ragazze hanno smesso di chiacchierare. Le ho guardate come se la guerra fosse colpa loro e ho chiesto la mia bandiera della pace. «Guarda, sono là sotto. Ne sono rimaste poche» ha detto una e io mi sono abbassata, ho preso la mia bandiera e mi sono sentita invincibile. Mi è anche scappato un sorriso, ma credo fosse una cosa di tensione perché non è che ridessi molto a sedici anni. Poi ho pagato tre euro di pace e me la sono svignata.

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