In fondo alla buca

16 ottobre 2012 § 2 commenti

In questo periodo più che in altri mi sono resa conto di quanto il web e i libri siano, se non ripetitivi, quantomeno ridondanti.

Ho una fudicia sfacciata nelle cose scritte dagli altri, vivi o morti, e tendenzialmente, a meno che la mia testa non si ammutini, arrivo fino in fondo. Sono anche sensibile alle operazioni commerciali degli editori che stimo e mi arrabbio quando incappo in libri che non sono in niente quello che pensavo. Certo non sono per forza libri brutti e nemmeno banali, magari ci sono cose già dette ma se sono scritte da qualcuno, per come la vedo io, forse quel qualcuno ha deciso che era bene ripeterle.

Le cose cambiano però quando si tratta di libri che non sono quello che la critica mi ha fatto credere che fossero. E che mi deludono appena li ho finiti (perché per tutto il libro c’è una luce canguilhemiana che mi dice: vedrai alla fine vedrai). L’autore dunque c’entra poco, è la mia testa che è in disaccordo con quello che credeva il libro fosse. E che abbocca come pochi.

Meno male che gli autori non si fidano di chi il libro lo fabbrica e al libro ci vanno appresso. Sono lì a farsi incontrare, a farsi guardare se dentro ci sono tutte le parole che hai letto.

Mi mangio le mani allora, perché venerdì 19 non potrò andare a sentire Paolo Cognetti e la sua Sofia si veste sempre di nero alla Libreria Trebisonda di Torino. Impegni di lavoro. Dei lavori che si fanno in una città mentre si vive in un’altra.

Ma Sofia l’ho letta tutta e in un soffio. Lì dentro ho trovato tanti mondi quanti i personaggi che Paolo tratteggia, anzi riempie di colore, saturando le figure fino ai contorni e permettendo loro di saltare fuori dalla pagina, quasi fossero in 3d. Ho trovato la dolcezza dell’innamoramento e il vuoto delle cose che non si dicono quando il distacco ormai ha detto tutto. E i posti chiusi e quelli aperti, e il tempo da vivere e il tempo andato. L’ho letto con foga, come se stessi scavando una buca nella sabbia, per trovare lei, Sofia. Ma poi il libro è finito e la buca è rimasta a secco senza l’acqua che credevo ci fosse.

Forse Paolo voleva che il resto definisse Sofia, come in una teologia negativa in ritardo. Non lo so. Però a me è mancato qualcosa. Come spesso accade. Sofia si veste sempre di nero è un libro emozionante e scritto bene ma non  è il libro che pensavo fosse. E comincio a pensare che il problema sia mio, che spero che ogni libro sia almeno memorabile e che se è solo una bella storia non mi accontento. E ci resto male.

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