Tch tch tch

20 settembre 2012 § Lascia un commento

Sulla sua macchina oversize il Carminelli è vestito di viola; sembra il capo della festa in un film di Tarantino. Il sottofondo è musica da balera e la strada è quasi sgombra, se non fosse per un tipo che gli pare di conoscere, e che è fermo sul ciglio della strada. Quando il Carminelli lo riconosce, inchioda. Fa la retro con la mano sul poggiatesta del sedile passeggero, parcheggia e schiaccia il pulsante del finestrino.
«Sa l’è succèss» chiede, senza nemmeno il punto di domanda.
Il Tognon ha la faccia di chi non sa cosa fare, figurarsi se gli viene in mente qualcosa di buono da rispondere. Nemmeno io riesco a dire niente; me ne sto per terra ancora mezzo svenuto, con la mani del Tognon che mi addolciscono il contatto della schiena con l’asfalto; accanto c’è Maio che è più morto di me. Sotto la testa ho un golfino grigio di flanella che puzza di vecchio. Il Carminelli mi guarda, non riesce a vedermi per intero, allora si sporge dal finestrino e guarda di nuovo il Tognon. Lo so cosa sta pensando.
«Ti ui. Ti se più pelato del solito. Chi l’è cheschi?»
Ho gli occhi chiusi eppure li vedo; li sento parlare. Sono a terra svenuto eppure capisco ogni singola cosa. Sono preoccupato e le preoccupazioni mi fanno venire la nausea; alzati Al!, niente. Non succede un corno; non sono neanche più padrone del mio corpo visto che sembra abbia smesso di rispondere ai comandi che gli do.
«Al so no, Carminel. Mi ho ciamaa l’ambulanza. Per sicurezza.»
Il Tognon allarga le mani e la cenere del sigaro mi cade sulla faccia. Il Carminelli fa no-no-no con la testa e con la voce emette il tipico suono con cui si chiamano i gatti. Tch tch tch, e arrivano subito due gatti. Uno è talmente brutto che vorrei girare la testa per non vederlo più, ma la testa non obbedisce.
«T’al disu mi. Chel lì l’è mortu
No non sono morto. Certa gente dice le cose senza pensare e non si accorge che alla lunga potrebbe portare sfortuna. Il Carminelli parla dal finestrino ed è così convinto che io sia morto che per un attimo penso di esserlo davvero.
All’improvviso Maio si alza e tira giù due bestemmioni dei suoi. Eccolo che si sistema i pantaloni: ha il didietro davanti e si vede l’etichetta che sporge. Faccio per salutarlo ma non riesco a muovere le mani.
«Cazzo c’avete da guardare? Vecchi del cazzo. A me dovete rompere i coglioni, a me dico.»
Maio non è cattivo, è che gli impiccioni gli danno sui nervi ed è convinto che ce l’abbiano sempre tutti con lui; è uno un po’ prevenuto, ma non è per niente cattivo, anzi.
Il pelato e il Carminelli sono ancora lì che si guardano, uno fuma, l’altro fa il verso del gatto. Finalmente arriva l’ambulanza perché la situazione si è infilata in un vicolo cieco e sta cominciando a stabilizzarsi in modo preoccupante. I paramedici hanno gli stessi calzoncini di Maio, lo sento dalla stoffa sintetica che struscia mentre scendono dalla loro astronave bianca. Sono mascherati dalla testa ai piedi, temono le infezioni che il caldo rende virulente e potentissime. Mi si avvicinano con i loro baffi meccanici, e mi tastano tutto. Mi fanno la mappa dei nei. La tac. L’esame delle feci. I gatti stanno a guardare, controllano il campo magnetico con le vibrisse.

«Il piano urbanistico di Fagnano fa pietà.»
Il Carminelli attacca a parlare col gomito appoggiato al finestrino che mi sembra Thelma di Thelma&Luise. Il Tognon annuisce, c’ha la testa attaccata ad una molla.
«Prendi la zona industriale, Tognon.»
Il Tognon la prende.
«L’hanno continuamente spostata, non si sa mai dov’è. Adesso per esempio è verso Solbiate. Tch tch tch», è incredulo e tira su e giù il finestrino. È di quelli che scendono solo per due terzi e comunque si decida di lasciarli non si riesce a guardar fuori bene per colpa del vetro che taglia la visuale a metà.
«Vedi te se si può che un paese non c’ha la sua zona industriale fissata in un punto, tch.»
Intanto i gatti sono diventati dodici. I paramedici si stanno consultando, ce n’è uno, nano, che mi fissa da dietro la maschera e intanto gioca a miccette. Mi fa tutto un contorno di miccette e segna la sagoma sull’asfalto. Poi attacca coi raudi. Eh no, i raudi no, dico; ma non riesco a muovere la bocca, è impastata come quando mi sveglio la domenica a mezzogiorno e i miei sono a Cairate a trovare i Cardoso che son quelli a cui mio padre ha fatto i lavori in giardino. E che adesso che hanno la legnaia costruita per bene lo chiamano solo per piantare le file di primule a destra e a sinistra del vialetto d’entrata.
Intanto il Tognon s’accende la quarta sigaretta e continua a non dire una aprola.
«Tognon»
Stavolta il Carminelli ha il fare accondiscendente di chi ne ha viste di cotte e di crude.
«Dammi retta. Io ne ho viste di cotte e di crude.»
Appunto.
«Oggi la festa politica ha sostituito la festa del paese. Una volta la si faceva a fondovalle mentre adesso l’han messa in mezzo al paese. È così che dai fastidio alla gente!»
«Alla gente del paese», dice il Tognon, francamente pleonastico. I gatti si stanno lentamente dileguando; ne restano solo un paio a leccarsi la pancia.
«Le piste ciclabili le han costruite solo per farsi votare! Prendi quella che va al cimitero o quella che va verso la chiesa di Fornaci. Che spreco! Sai quanto costa mantenerle se le fanno in quel modo lì?»
No, il Tognon non ha la faccia di uno che lo sa.
«Guarda. Io ho avuto esperienza all’estero. In Germania non le fanno mica così con le aiuole e i costi di manutenzione altissimi. Le fanno allargando la strada. Dove abito io, la strada l’hanno ristretta, vedi te. Il servizio va messo dove è utile, non dove è difficile mantenerlo funzionante.»
Il Tognon spegne la sigaretta accanto al mio gomito destro e fischietta I kissed a girl di Katy Perry.

Intanto sembra che il paramedico nano abbia finito gli esplosivi. Ha gli occhi sfuggenti, si vede che è scazzato, gli altri fanno i superiori: è chiaro come il sole che la sua presenza è inutile come un copri spazzolino. Lui però, di come è andata la faccenda, ha una sua diagnosi.
«Sentiamo.»
I paramedici gli si fanno sotto per sentire meglio, sinceramente interessati. Sono in silenzio, adoranti, come Neo e la vecchia o come accade con l’oracolo di Delfi.
«Il ragazzino è investito, poi è morto ma non è morto sul colpo. L’ha investito un tizio che correva, tale Maio. Al che il ragazzino si è alzato in piedi e gli è venuto un capogiro.»
«Morto di capogiro?»
La voce è di qualcuno che non è mai sceso dall’astronave.
«Esattamente.»
La squadra risale a bordo. Vengo risucchiato da un vento caldo, ma non caldo quanto il caldo di stasera. All’interno tutti sono concentratissimi e l’aria sa vagamente di aglio. Poi il tipo che non è mai sceso mette in moto.
«Continui a dire alla gente di andar in giro in bici e poi non c’è nemmeno una griglia per le bici fuori da un edificio pubblico. In Svizzera le metti sul bus le bici, in fondo c’è il posto apposta. Qui siamo lontani anni luce.»
«Siamo indietro,» rincara il Tognon, ma il Carminelli ormai ha capito con chi ha a che fare e ha smesso di considerarlo un interlocutore a tutti gli effetti. Il quinto mozzicone del Tognon cade a terra dove prima c’ero io e adesso ci sono gli esplosivi spenti e un gatto morto. Non capisco come faccio a sapere queste cose, io, che sto su un’astronave bianca, a sirene spiegate verso l’ospedale, coi paramedici che giocano a briscola chiamata. Però le so.
«Tch tch tc. Sa po di no.»
Lamenta il Carminelli, ormai euroscettico.
Ma il Tognon ormai s’è distratto e solleva leggermente il gatto morto con un legnetto.

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