Che spettacolo!

26 agosto 2012 § 1 Commento

Mi fido poco dei ragazzini. Han tutti il viso d’angelo e il cervello di lucifero, che alla fine è un angelo anche lui. Mi limito a guardarli, sperando di sorprenderli con le mani nella marmellata, come diceva mia zia Bice che, come tutti i Tognon, è venuta giù da Brinzio dove le marmellate di castagne si sprecano. Quante dita ci trovi dentro un solo barattolo?, diceva. Ne ero terrorizzato.
Per questo, da quando quel ragazzetto senza maglia è entrato in cortile non gli ho più levato gli occhi di dosso; se era figlio mio col cavolo che usciva con la schiena biotta e la bicicletta da donna. L’avrà rubata, si vede subito che l’è uno che ruba chel lì. Un momento. Deve essersi accorto che ho pensato male, perché ha dato un’occhiata alla finestra degli indiani ed ora se ne sta andando, sta uscendo in retromarcia, pensa te, come si fa coi mezzi da campo.
Gli indiani sono in vacanza, e un po’ li invidio. Quando gli gira pendono armi e bagagli e van dall’altra parte del mondo, quegli squattrinati, monsone sì o monsone no. Mio figlio dice che questi qui han dei parenti a Cuneo, ma io ci credo poco. E poi dimmi te se Cuneo non è dall’altra parte del mondo. Io a Cuneo non ci andrei neanche sotto tortura. Comunque ho controllato. La macchina ce l’han targata Torino, altro che Cuneo, l’avran rubata.

Io e Marcello d’estate e d’inverno siamo sempre a casa: ci pesa prepararci per andare in vacanza. Una volta era mia moglie che faceva le valigie per tutti, ma adesso che Ada non c’è più, ecco, diciamo che ci accontentiamo; non è sto gran sacrificio, non siamo mai stati degli avventurieri. A dire il vero non so nemmeno dove siano finite le nostre valigie, era Ada che teneva in ordine gli armadi. Un’idea però me la sono fatta: ci sono due androni neri, sopra l’appendiabiti dell’armadio. Può essere che siano lì dentro, ma non farei troppo affidamento sulle opinioni di un vecchio smemorato; però, ecco, se non è quello un posto da valigie, mi chiedo in quale altro posto possano essere state infilate.
Io e Marcello ci teniamo compagnia; passiamo parecchio tempo insieme, in soggiorno, Marcello con le sue rassegne – d’estate danno un film posso dietro l’altro – ed io con i miei articoli di repertorio. Quest’anno poi, con le olimpiadi in televisione, è impossibile annoiarsi. Che spettacolo il ciclismo alle olimpiadi! Ci son certe gare che non si può star senza, come quel kazako che è una meraviglia a guardarlo: sembra corra su un rullo di gomma. Quando l’ho visto correre per la prima volta non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo; sono arrivato al punto di mangiare l’insalata scondita sul divano, perché olio e sale erano in cucina e io non volevo perdermi un solo secondo. È stata quella sera che Marcello è sbottato. Il giorno dopo è andato all’Iper e s’è comprato un televisore nuovo, che può usare solo lui. S’è perso la finale, poveretto, quella dove Vinokourov ha vinto l’oro.

Danno il meglio di Bollywood su Rai Movie e non è che deve interessarti per forza, m’ha detto Marcello rincasando. Bollywood, che spettacolo!, ho detto io, e lui ha pensato lo stessi canzonando. E invece dicevo sul serio, non sono mai stato un grande cinefilo, ma mi piacciono le commedie americane: mi fanno sorridere e sono piene di belle donne.
Adesso che le olimpiadi sono finite, Marcello sta sempre in camera a vedersi le sue cose ed io da solo, in soggiorno, capita che mi annoi. Non so cosa guardare. Il calcio d’estate mi commuove e sono vecchio per il romanticismo. La Formula 1 invece mi lascia perplesso: mi fa venir giù il sonno, e non va bene perché se dormo di pomeriggio poi mi sveglio la notte. Allora per tenermi desto spengo il televisore, mi metto sul ballatoio, mi accendo un sigaro e sto a vedere cosa succede. Mi porto dietro il pacco de La Provincia di Varese che sono solito suddividere per mese, se l’anno è quello in corso, o per anno, se si tratta di copie arretrate. È una cosa che faccio per me, non è che mi piaccia archiviare; lo faccio fintanto che non ho controllato gli articoli che mi interessano. Mi segno le date importanti, piego tutto quello che mi piace e butto il resto. Non c’è spazio per troppa roba in casa, io e Marcello non abbiamo locali in esubero o camere degli ospiti.

Quando è arrivato il ragazzino, stavo piegando un paio di articoli su un vecchio amico, un cantante da balera. Mi godevo il mio sigaro e il caldo e la pace di agosto e gli articoli di repertorio. Avevo qualche idea per un pezzo estivo, nostalgico, da scrivere di getto per La Provincia del lunedì, e tutt’a un tratto mi vedo questo piccoletto intrufolarsi in cortile, ha faccia attenta di chi cerca qualcuno. Lo fisso e i nostri occhi si incontrano: il mio sguardo è impreciso, il suo, telegrafico e puntuale: mi registra in un istante. Sono io che abbasso la testa per primo perché improvvisamente ecco l’idea che aspettavo per l’incipit, puntuale come la digestione. Mi distraggo per assecondarla, butto giù nome e cognome, ma l’anno mannaggia qual era?, l’anno devo cercarlo.

Donato Zampini nel 1952 corre con Bartoli e Coppi, e da indipendente quell’anno arriva quarto al Giro d’Italia. Che spettacolo! Da panettiere grintoso a corridore provetto. Fagnano ne è orgogliosa e anche io lo sono, perché i ciclisti sono gli atleti che preferisco. Hanno un animo gentile, pare leggano Pessoa. Donato è dietro al ragazzetto; ha il grembiule è sporco di farina e un cappello bianco, appoggiato sulla testa, che sembra debba cadere da un momento all’altro. Sventola un foglio sulla testa del ragazzo e ha una penna che oscilla avanti indietro attaccata al manubrio con lo spago, come in posta.
«Ul Tognon, alura?! Mi son semper dietar ai ragazzini e mai una volta che mi si fidino questi. Chel lì l’è albanese, ma devi vederlo sulle salite. Rampega c’al sembra un tirolès.»
Mi sporgo dal ballatoio per vederlo meglio: il Donato è come sulle foto di repertorio. Bello come Paul Newman, coi capelli tagliati corti, pettinati con la riga da parte. Nonostante i vestiti da lavoro si vede che è ha le spalle forti; sembra fatto apposta per star seduto sulla sella e venire bene in fotografia.
«Cum’al va la scoela, Donato?»
«L’è un succèss. G’ho lì quatro o cenchi fieui che son proprio bravi. Al coran bene in straa. Ma chel lì, dammi retta, l’è forte in salita come pochi.»
Il Donato ha aperto una scuola di ciclismo, ed è sempre alla ricerca di nuovi adepti. Decido di scendere per vedere se in due riusciamo a braccare il ragazzino. Ma come al solito sono dieci secondi fatali. Tempo di infilarmi giù per la scala buia d’angolo e arrivare in cortile che lo Zampini è sparito e con lui i moduli d’iscrizione e la bici da corsa. Resta solo la penna a terra, stretta in un nodo di spago rotto.
Le buone idee appaiono e scompaiono come le luci alla fine del lago. Se ci fosse mia moglie adesso le stringerei le spalle con i palmi delle mani, lei s’incresperebbe come una fisarmonica, e per mano andremmo a piedi fino al Lucky Bar a farci un Braulio con ghiaccio. Che nostalgia Ada, le tue spalle bianche, morbide sotto la maglia di flanella anche d’estate. Risalgo lento un gradino dopo l’altro; ho il cuore che si fa sentire, la sera sta prendendo una brutta piega.

Pedalo per sciogliere i nervi, e in questo buio caldo mi sembra di non stancarmi mai. Pedalo in discesa, sento il fresco del bosco accarezzarmi di lato, dove, poco più in là, inizia la valle. Evito il bar stasera: il pensiero di Ada mi rende ansioso e il fantasma di Donato potrebbe tornare. Ho perso pure l’ispirazione per quel benedetto articolo. Le buone idee non vengono mai da sole, si trascinano insieme un mucchio di emozioni non richieste e uno non è che se l’aspetta. Succede.
In fondo alla strada per la cartiera vedo una bicicletta da donna. Un momento, dev’essere la bici di quel ragazzino. Attraverso l’incrocio poi destra e destra ancora; mi piace rispettare i sensi unici anche in bicicletta, per non confondermi quando sono in auto. Finalmente raggiungo lo stop e vedo il ragazzino accovacciato, con la faccia quasi a terra che guarda qualcosa vicino ai suoi piedi. Mi sente arrivare, s’alza di scatto e barcolla.
«Tutto bene ragazzo?»
Ha una faccia bianca che sembra il fantasma del Donato. Sarà un altro fantasma, dannazione. Appoggio i piedi a terra e lo afferro al volo. L’avevo detto io, per una buona idea, una cascata di guai.

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