La prima volta

1 luglio 2012 § Lascia un commento

Abitavo quelle strade dall’età in cui avevo imparato a ricordare.
Io e Giovanna ci eravamo nati, incontrati, allontanati e ritrovati.

Da piccoli, seduti ciascuno sul suo balcone, ci scrutavamo a vicenda. La potevo sbirciare dall’alto del sesto piano di un palazzo degli anni Venti, decadente sin dal primo disegno. Le guardavo la testa soprattutto, riccioluta e senza proporzione, avvitata con forza al suo collo sottile. Stava ferma per ore, concentrata su quello che copriva, all’incrocio della fuga nera delle piastrelle.
Giovanna non guardava mai verso di me; rivoltava la testa all’indietro per controllare se pioveva, come se la pioggia sullo sfondo bianco del cielo si potesse vedere. Talvolta la inclinava di poco e i riccioli neri le scivolavano sulle spalle, allungandosi più sotto, e pesandole sulla schiena. Un’inezia. Ma bastava perché io me ne accorgessi; conoscevo le misure dei suoi spostamenti, le distanze che i suoi passi coprivano sulle piastrelle, il divario tra la testa e i piedi, il dislivello tra il mio balcone e il suo.
Capitava che giungessero le tortore a darle noia, aggrappate al canale di scolo posto sotto la grata, tra il suo terrazzo e quello del piano di sopra. Giovanna impugnava una scopa da interno, mutilata delle setole, e ne appoggiava il bastone al tubo arrugginito, nella speranza che questo bastasse a cambiare le abitudini della natura.
Il bastone cadeva quasi ogni giorno, le tortore tornavano, e a terra le piastrelle s’imbiancavano di una crosta spessa che alterava il livello del balcone. Vedevo lo spessore aumentare, riflesso sui vetri dei serramenti di casa, che suo padre chiudeva perché Giovanna non entrasse con i piedi sporchi.

Dalla mattina presto fin oltre mezzogiorno, piatto sul vetro della portafinestra si disegnava il profilo sguaiato di Piazza Adriano. Una rotonda che tonda non era, un verde a singhiozzo, l’insegna matrona di una profumeria. Le linee dei tram venavano l’asfalto violente come fossili, ma sul vetro parevano i cunicoli d’un termitaio. La mia Torino stava tutta lì, il mio balcone, il suo balcone e il riflesso sul vetro verticale della portafinestra, lo sfondo d’acquerello di certe scenografie a teatro.
Lì sopra ci incontravamo, a lei bastava il mio riflesso stentato per credermi vero, i contorni indefiniti delle mie mani, le ossa smussate, gli occhi vuoti; non era certa che io la guardassi davvero. Ci incontravamo tutte le mattine, disegnati sotto l’insegna della profumeria, acquattati in un’aiuola verde, seduti stretti con le ginocchia in grembo.

Muovevo le mani nell’aria come un mago al centro del suo cerchio, per scostarle i riccioli dalla fronte e guardarla finalmente negli occhi. Lei arrossiva, indietreggiava, così che il riflesso sembrasse più labile, vinceva la timidezza sdraiandosi sulle piastrelle, e affogando fino a sparire dentro la sua ombra.

Un giorno quell’ombra se la prese.
Le tende vellutate dell’inverno scivolarono sul lato esterno del vetro e Giovanna non mi vide più. Capitò da un giorno all’altro, come un cambio di stagione. Mi cercò sul vetro per un’intera mattina, poi s’arrese. La vidi stringersi i capelli tra le mani, e abbassare la testa fin dentro le cosce. Solo l’insegna della profumeria aveva ancora il coraggio di lampeggiare. Cercai di fluttuare sul velluto, di aggrapparmi all’insegna come un acrobata. Giovanna però, senza Torino attorno, né un piano dove vedermi avanzare, si spaventò. Mi credette un’ombra nemica, un uccello contro cui impugnare la scopa. Fu così che il vetro andò in pezzi e lei pianse e pianse e suo padre la tenne in casa per la vergogna di avere una figlia tanto sciocca.

Passai un periodo faticoso. Il freddo non lasciava il tempo di pensare a come non soffrirne.
Torino sul vetro era a pezzi, e il padre di Giovanna la ricompose male, con un cartone teso, come si fa col vetro anteriore delle automobili accidentate. Sul marrone opaco la città era diventata di sabbia. Cercai di distrarmi seguendo temerario la linea del tram numero nove che affondava fino ad incagliarsi su quello che una volta doveva essere stato un marciapiede e che ora era un sasso più duro degli altri. Le carrozze giacevano a terra, con i finestrini rotti le porte semi aperte che rigettavano cascate di sabbia senza fermarsi mai, sotterrandosi lentamente senza poter fare altrimenti.

Giovanna in quella Torino infuocata e terrosa non poté mai venirci. Senza il vetro non riusciva a vedersi. Senza il vetro non aveva senso che uscisse.
Io restai per sempre in quel rettangolo di legno e cartone, che da tempo non rifletteva più nulla, cercando una soluzione per riavere la mia città. Non mi azzardavo ad uscire di lì. Se il balcone mi permetteva di spaziare oltre, il riflesso aveva invece confini rigidissimi. Oltre la piastrella numero trentuno la mia figura spariva, laddove via Dante di Nanni cominciava. Me ne stavo cheto, tra la cinque e la trentuno, tra la fermata del nove e l’inizio della ciclabile accanto al campo del Cit Turin, spostandomi solo per bere dal rubinetto al muro o quando il sole, dopo le due, smetteva di proiettare la mia ombra sul cartone di Giovanna.

Una mattina Giovanna uscì sul balcone, il caldo era divenuto insopportabile. Piazza Adriano era un’ombra sporca, intorno aveva il traffico del mezzogiorno di una città africana. Vidi sui suoi capelli sciolti l’ombra delle trecce recenti, i riccioli erano scomparsi e s’erano arresi al grigio del tempo.
La temperatura era talmente alta che fu un attimo.
Il cartone prese fuoco all’istante e Torino arse in fretta, di un fuoco grasso, gonfiato d’aria calda e terra.
Giovanna era terrorizzata. La vidi calarsi dal balcone, aggrapparsi al canale di scolo dove un tempo le tortore non si contavano, ed ora l’erba secca dei nidi alimentava le fiamme. La vidi poggiare i piedi per terra, sistemarsi la maglia che le si era issata fino a lasciarle il dorso scoperto. Alzare la testa.

«Giovanna!» urlai, mentre lei dalla strada guardava verso quello che era stato il suo appartamento, e che ora guaiva sventrato dalle fiamme. Giovanna si girò.
Intorno Torino non c’era più. C’era un palazzo decadente degli anni Venti, un vecchio smilzo affacciato al balcone e una donna buttata sull’asfalto che lo vedeva per la prima volta.

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