L’Entropia del Coleottero

16 giugno 2012 § Lascia un commento

Davanti allo specchio sono bionda, del biondo dell’estate e bianca, ma del bianco dell’inverno.
Sto dritta in piedi e mi guardo. La mia testa si divide in due malamente, con una riga molto a destra che quasi cade dalla testa. Da quella riga spruzzano capelli radi e bianchissimi, che lasciano scoperto il cuoio capelluto, rosa come la pancia di un maiale.

Mi avvicino allo specchio, non ho gli occhiali, vedo poco.
La testa è punteggiata di nero. Qualche capello invece è piegato dal peso bianco di piccole uova.
Pidocchi, penso.
Come agli scout.
Allora porto le mani alla testa, pinzo con indice e pollice gli esserini neri. Prima levo i vivi, poi le uova. I primi scivolano via senza opporsi.
Con alcuni invece è più dura.
Stringo le dita attorno a quelli che non sono più punti neri.
Sono coleotteri in nuce, piccoli cervi volanti aggrappati alla mia testa. Strizzano la pelle del cranio con le zampe, spremono quello strato morbido di pelle che sembra una ruga della fronte e invece è testa. Riesco a toglierne uno di quelli grossi. Ma gli altri intanto ingrassano.
Rispettano una regola che non si vede, quella dell’entropia.
La mole di sangue succhiata deve rimanere sempre la stessa.
Sulla mia testa ora succhiano in tre quello che prima succhiavano in dodici.
Sono grossi, hanno l’addome coriaceo.
Uno è più grosso degli altri. Lo levo per primo, penso. Così poi la strada è spianata. Faccio forza, lo agguanto con tutte e cinque le dita. Mi aiuto con l’altra mano. Tiro. Tiro, urlo e tiro finché si stacca, con la pelle a brandelli che pende dalle zampe. Lo lascio cadere a terra, ho schifo a tenerlo in mano.
Ma non c’è tempo che subito i due rimanenti si ingrossano. Succhiano in due. Ne levo uno, che cammina ed è attaccato male. Ma il sangue schizza sullo specchio ed io barcollo.
La vista cade, cado anche io.
Per terra vedo l’ombra di un insetto che pesa sulla mia testa come un ombrellone da spiaggia. Sento un sibilo sciolto, le zampe ronzano o sono zanne mi chiedo, non guardo. Lo afferro con due braccia e due mani come faccio col casco della moto. Lui ha unghie uncinate, impigliate nella pelle del cranio e allora tiro.

E mi stacco la testa.

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