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7 giugno 2012 § Lascia un commento

Il Vezzali decedette in cabina, Pc votato con certezza e schedina accartocciata per metà, non inserita nell’apposita urna. Il Vezzali schiattò d’infarto (si pensa) capitombolando sul compensato e battendo la mandibola sul sottobanco di formica. Intanto il consiglio elettorale tentava di salvare Mariolina che aveva inghiottito unghie a dismisura, durante un attacco di panico durato da domenica a lunedì. A votare ci era andata lo stesso che era malata mica inferma. Poi s’era sentita male e il messo comunale aveva alzato il telefono per chiamare l’ambulanza.

Mariolina Boninsegna era una che se moriva in paese la si sarebbe ringraziata. Era di quelle che per parlar bene san dieci parole ma per parlar male ne sanno anche di nuove.
«Il figlio del Braganti, in confidenza» e si sporgeva dal banco della sua drogheria.
«Resti tra noi, Rosa» e guardava a sinistra, a destra e di nuovo a sinistra e s’esponeva con due cocomeri duri, sbilanciati al punto che da un momento all’altro pareva dovessero cadere di là del banco.
«Ecco, chellì l’è un drogaa.» Affermava larga e solenne e incrociava le mani per godersi la reazione. Poi piegava la bocca schifata e annuiva per minuti, col mento che andava su e giù facendo leva sul collo tozzo.
«Sa po di no, Mariolina. L’è un drogaa davero?» s’agitava l’altra. Eh no. Non erano cose da dire queste, se non si era sicuri che più non si poteva. Soprattutto se i figli del Braganti erano tre. E Fabio, Fabietto detto il Braga o anche Fun-in-the-sun per via della scritta che portava sull’accappatoio a calcio, era il terzino titolare dei pulcini del Busto ’81. Mancino per necessità, con l’anulare e il mignolo del piede destro uniti, era il più piccolo dei tre Braganti e l’unico che in drogheria ci veniva perché mamma l’obbligava. Faceva le borse (tre) e le infilava una appresso all’altra su per il gomito, come gli ometti sull’appendiabiti. Una frigo, col merluzzo surgelato e il pronto mare pasta e riso. Una verde con la verdura sopra e la frutta sotto. Una solo per il pagnotte e bastoni. Il sedano sotto l’ascella e una merendina in tasca, rubata per farsi un regalo.
Quel giorno lì Fabietto aveva sentito la Mariolina dire dal banco che un Braganti si drogava.
Così aveva pagato con le monete giuste giuste e se l’era subito svignata senza nemmeno aspettare lo scontrino.

«Ma l’è ches’chi?» riattaccava Rosa.
«Al so mia Rosa. Sperem che l’è no ches’chi. L’è il piscinen.»
Conveniva la Mariolina, che il cuore ce l’aveva di burro.
«Sperem che l’è il grande.»
Sì, lo sperava anche Rosa che era mezzogiorno passato e doveva andare. E Mariolina, se non entrava nessuno, riusciva anche a chiudere un po’ prima.
Fabietto era arrivato al cancello di casa con il gomito rigato dalle borse. Le aveva mollate alla Paola che il piacere di portarle su al terzo piano poteva anche farglielo, ed era corso dal Vezzali.
«Signore» aveva sillabato senza voce. Il Vezzali dal vetro ne aveva sentito le vibrazioni e s’era avvicinato lento e torvo come un temporale. A metà dei trenta metri che separavano la sedia dalla porta s’era fermato: un gatto che vede una mosca.
«Mi apreee!» aveva continuato Fabio, lamentoso.
Solo allora il Vezzali gli aveva aperto e un odore di cuoio, di piedi e di pan carré aveva investito il ragazzino che quasi restava dov’era.
«Lo sa mica lei se il Dodo si droga?» Il Vezzali aveva detto con la faccia chi lo sa chi lo sa e gli occhi non si vedevano che erano incassati in due buchi profondi sotto le sopracciglia più vaporose che Fabietto avesse mai visto. «Chi può saperlo» si chiedeva Fabio amletico picchiettandosi il labbro col dito, «lei fa le scarpe di tutti, se non lo sa lei…di chi è questo zaino?» Chi lo sa chi lo sa facevano le sopracciglia del vecchio. «Per me è lo zaino del Dodo. Quello di Amsterdam. È qui che c’ha i cinghiolini staccati. L’ha annusato signore? Ci sente odor di droga?» Il Vezzali l’aveva afferrato, poi l’aveva accostato al viso per annusarlo bene, mentre con la bocca ruminava e ogni tanto emetteva un suono prolungato, in tre tempi, come quello delle tortore. No. Aveva mosso la testa. Nessuna traccia di droga.
Fabietto ora non sapeva come andarsene senza che il vecchio gli chiedesse delle scarpe da lasciargli. «Ci vediamo alla sagra, ai gonfiabili» sorrise e in un attimo fu fuori, col suo dubbio martellante che era peggio di un mal di denti.
Al campetto il Dodo aspettava l’ora di guida tirando a canestro.
«Dodo!»
«Ohi, giochiamo a giro?»
«Dodo ho saputo»
Dodo, se saltava, arrivava a toccare il tabellone.
«Che?»
«Che ti droghi. Me l’ha detto la Mariolina. E ho annusato il tuo zaino dal Vezzali.» mentì.
«Vecchio del cazzo. Fun-in-the sun mollami, poche stronzate, ho le guide.»
«Lo so. È che sto in pensiero.»
«Fabio! Niente ansie sono cazzate, non mi drogo. E lo zaino sapeva di canfora, probabilmente.»
Si salutarono, ma ormai Fabio aveva il cervello a mille. Se lui non si drogava e nemmeno il Dodo, non poteva che essere il Pietro. Grazie tante, lo sapeva anche lui che il Pietro si faceva più spinelli che docce. Anche stavolta la Mariolina l’aveva messo sull’attenti per niente.

Comunque alla Mariolina, dopo che l’avevano salvata sacrificando il povero Vezzali, avevano trovato la droga nelle urine e l’avevano trattenuta in ospedale. Al banco oggi c’è suo marito che ha sempre lo stesso maglione ed è un burbero di quelli impenetrabili; non gliene frega un corno di vendere o meno, e se glielo si fa notare dice che il negozio è di sua moglie mica suo.
Fabietto-Fun-in-the-sun adesso fa la spesa al Pam e che la Mariolina sia in carcere o in ospedale conta poco. Peccato per il Vezzali, quello sì. Potrebbe anche essere che l’abbia ucciso lei.
«Con la droga» ha ipotizzato Luna, la cassiera del Pam.
«O con l’urina» ha pensato Fabietto. E s’è pulito il naso nel gomito.

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