Da una notte

24 maggio 2012 § Lascia un commento

Da una notte

Da una notte ad un’altra
ti ho disimparato

Dormirò
abbracciandomi
da me

Finché morte
non mi separi

(Silvia Mazzini)

Racconto liberamente tratto dall’omonima poesia di Silvia Mazzini

Non era una storia d’amore.
Forse avrebbe potuto esserlo ma ad Eleonora non andava di fissarsi troppo. Voleva restare concentrata su di sé per non apparire sciatta o dimentica delle sue minuzie. Essere in ogni momento così, come lui la immaginava: in questo investiva energie di continuo. Non era bella Eleonora, gli zigomi appesi, la bocca fine, storta come un elastico lasso. Eppure non c’era uomo in città che, vedendola, non si girasse per guardarla meglio.
Posso passare?» il camice arancio di un lavoratore di strada le fece cenno di sì.
Eleonora s’affrettò a raggiungere l’altro lato del viale, scivolò un poco, quasi cadde aggredendo il marciapiede ed entrò nel caffé in salita, sull’angolo dove cominciava il ponte largo della stazione.
«Ore, ore, ore che aspetto e mai una volta che arriva questo maledetto 42!»
Giorgio beveva con foga dalla tazzina.
«E che mi rimane? Ho i piedi che bruciano, Rita, e ‘ste scarpe di cartone gliele tirerei in faccia al sindaco. Guarda un po’, le bucce c’ho al posto delle suole. Ma dove voglio andare, dove vuoi che vada io, loro devono venire, i tram!». Rita non lo guardava, gli faceva segno che era sporco da un lato, zucchero a velo o crema di limone, senza davvero controllare che avesse capito. Allora lui si sfregava la bocca col dito. Poi dava un occhio all’orologio e «sapete che vi dico signori? Che è ora, arrivederci.» Afferrava il cappello teso, puntonato all’attaccapanni; poi se Eleonora lo guardava, si sprecava in riverenze «signorina, mi permetta»; se invece lei non c’era, Giorgio si inchinava a vuoto, così per non perdere il ritmo da gentiluomo che aveva da quando era nato, nel millenovecentoventitré.

Ogni giorno Eleonora resisteva nelle gonne lunghe, tubolari, che le bendavano i lombi giù fino ai polpacci. Insisteva con il nero «che è elegante nello specchio, figurarsi addosso a me» diceva al suo vicino mentre scendevano le scale, lui veloce, lei dietro lenta.
«Che è, vuoi che mi si strappi?»
«No, è che mi fai morire se non ti muovi» e un po’ si spazientiva, Valentino, e allora la piantava in asso che non erano nemmeno usciti dal portone.
Eleonora aspettava lo stesso tram di Giorgio, ma lo prendeva in direzione inversa. Fremeva sull’attenti per non poterlo seguire, curiosa com’era di sapere dove andasse. A dirla tutta, le interessava sapere se si inchinasse anche alle altre o se fosse un privilegio solo suo.
«Quell’uomo è cortese con tutti, scommetto che lo è anche con i mendicanti, che danno fastidio e con gli insistenti e i piantagrane» diceva a Valentino, la sera, sul terrazzino di casa, «anche con quelli che annoiano e parlano senza sosta. Gentile con tutti, ti dico, fuorché col sindaco» un ciarlatano che in città aveva meno stima di un mercenario.
«Ed è cortese anche a letto?» chiedeva Valentino, che di certe cose pensava che parlare potesse in qualche modo aiutarlo a incrementare.
«No a letto mai» rispondeva Eleonora che invece non voleva dire troppo poiché dei giovanotti si fidava poco e male. Se ne stavano lì quei due, a parlarsi l’uno addosso all’altro, a non dirsi le cose per paura che l’altro chissà cosa pensasse. E finiva che non sapevano più di che conversare perché poi arrivavano a parlarsi per forza e, a quel punto, ad Eleonora veniva da rientrarsene in casa.
«Io vado, ho le piante da bagnare»
«Allora a domani» e rientrava Valentino e rientrava Eleonora e tutti e due una volta dentro avrebbero voluto tornare fuori, sul balcone, e ricominciare daccapo e dirsi solo la verità.

Quella di Eleonora, però, non era una storia d’amore.
Era accaduto al capolinea del 42, che faceva tutto il giro della città fino a trovarsi faccia a faccia con la vettura che imboccava la direzione inversa. In mezzo s’apriva una piazza che quella sera, sotto la neve, sembrava una piazza dell’est, triste da farci una malattia.
«Che mi venga un colpo. Quella è la signorina. Signorina!» Eleonora avanzava su un marciapiede tanto stretto che bisognava che i piedi le andassero in fila indiana. Aveva le gambe indolenzite per l’equilibrio da tenere.
«Lasci, cara sono qui apposta» Giorgio le era venuto a fianco e, non osando prenderla per un braccio, le aveva agguantato la borsa, sostenendole il peso.
«Ah! Le donne. Si portano appresso, come dire, tutto l’occorrente perché il sole si rifletta a dovere sul loro volto. È un incanto, signorina.» le disse gesticolando con la mano rimasta libera. Eleonora aveva ritratto d’istinto le braccia ma poi, nel farlo, l’aveva riconosciuto e sorridendo aveva inclinato un po’ il mento in direzione di Giorgio.
«Dica un po’, che ci fa lei da queste parti?»
«Ah, la professione. Signorina, esercito qui, un po’ fuori s’intende ma il mio mezzo è a capolinea e mi tocca camminare. Piuttosto lei…»
«Eleonora»
«Ecco Eleonora, che fa, prende lo stesso mezzo mio?»
«Lavoro alla serra. Proprio dietro il campanile.»
Giorgio annuiva che si capiva che capiva. Poi l’aveva guardata in silenzio, per la prima volta, con gli occhi addosso ai suoi, senza muovere i muscoli della faccia. Giorgio non doveva arrivare ai cinquanta. Lei, oh di lei Giorgio non sapeva dire. Se fossero quindici o ventitré, non poteva azzardarlo.
«Le faccio vedere, se ha tempo, se permette».
E s’erano incamminati fingendo di non sapere bene per dove. Tenendosi a braccetto, entrambi immuni alla stanchezza che la giornata aveva ammassato sulle loro spalle.
Così s’era fatto l’amore senza parlare, rudemente, coi vestiti addosso e il freddo che tagliava la carne nuda. Abbandonati a un buio feroce che i lampioni di strada non riuscivano a rischiarare.

Quando rincasava, Eleonora sperava che l’odore del sugo, che sentiva non appena girava la chiave del portone, venisse proprio dalla sua porta. Non capitava mai e, se per caso il suo desiderio sembrava avverarsi, a quella sensazione di eccitazione se ne sostituiva una di ansia, che qualcuno fosse in casa, uno sconosciuto magari, o che Valentino fosse entrato senza chiederle il permesso. Dentro però, anche quella volta, non trovò nessuno. Solo un fetore d’aria costretta che aveva bisogno di scorrere fuori.
Mentre riempiva la vasca con l’acqua bollente, Valentino aveva preso l’abitudine di telefonarle.
«Che fai, esci?»
«Esco? Che esco sei matto? Rincaso ora Velentì, ti sembra che non c’ho da fare niente io qui?»
«No, lo so è che m’è venuto il fuoco di Sant’Antonio»
«Valentino ammò? Ma no, e perché?»
Valentino allora attaccava con la storia di sua madre che lo obbligava a tenere conti di casa, partita doppia, entrate, uscite, ricevute.
«E sto lì col terrore di sbagliare, risommo tre volte finché non mi esce uguale. Pensavo che magari, se fai una conta anche tu…sto più tranquillo» e che poteva fare Eleonora? Valentino era indiscreto, per non dire un ficcanaso, ma in fin dei conti era fortunata ad averlo accanto. Così finiva che usciva sul balcone, prendeva il ciarpame che il ragazzo le allungava e nemmeno passava un’ora che glielo riportava.
«Giusto Valentì. Stavolta stai certo. Va’ a letto e pensa a non farti venire i brutti pensieri».
E credeva che dicendolo a lui, sarebbe funzionato anche per lei.

Dopo l’episodio della serra, le giornate di Eleonora avevano preso a chiudersi come erano iniziate. Giorgio l’accoglieva con l’inchino la mattina, e la sera la incontrava al capolinea. Mai però era capitato che per rientrare prendessero lo stesso tram. Lui il 42, circolare destra, lei il 42 circolare sinistra. E poi più nulla fino all’indomani, fino al ponte, nel caffé.

Ad Eleonora però lui restava nella testa, e non le veniva di disimpararlo dalla sera alla mattina, se poi la sera dopo ricominciava daccapo lo stesso rompicapo. Temeva che questo permanere potesse interferire col suo mestiere, che era un mestiere di quelli dove la memoria non conta niente, e meno ne hai meglio stai. Solo che a volte le montava una malinconia senza senso che come un grumo irrisolto le impediva di dare i soliti due giri di chiave: chissà che a Giorgio non venisse in mente di passare a trovarla, gentile, anche solo per scusarsi «di non essere venuto prima, signorina. Il 42, accidenti, mai una volta puntuale.»

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