Are you ready for this fucking gay month?

21 maggio 2012 § Lascia un commento

Quando passeggio per Chueca di giorno è come stare in un cimitero di quelli sereni, dove le piante cambiano l’umore di chi passa di lì. Ci sono le cose morte a terra, i mobili, le bottiglie, i cartoni. Le vie sono strette, in salita o in discesa, bagnate ai lati; le saracinesche chiuse, i menù ritirati, girati in modo che la gente non li possa vedere. Sono le undici di mattina, gli uffici sono aperti da un’ora, la pausa caffè è ancora lontana. Poi accade che il quartiere finisce e il silenzio con lui.

Madrid è ocra, talmente ocra che a fatica si distingue una casa da un’altra. Ha forme da signora, palazzi regali, un rumore di fondo da cui si staglia il resto dei suoni. Non si capisce da dove venga questo rumore, ma c’è e da fastidio alle orecchie. Io ai rumori raramente mi abituo e li continuo a sentire, ogni giorno, sempre uguali. Delle volte sono addirittura più forti del solito.

A Chueca però i rumori non sono i soliti. Negli anni Ottanta questo era un posto difficile. In bilico tra l’illegalità e la decenza, tra il ghetto e la rovina, con i ragazzini al parco e i tossicodipendenti seduti sulle panchine. La comunità GLBT ha scelto questo posto e l’ha ribaltato come si fa con i pancake in padella. I locali e le botteghe invece di uniformarsi si sono distanziati tra loro per stile, orari e clientela, tanto da unirsi dall’altra parte, e trovare nel rovescio una sintesi terribilmente azzeccata. A Chueca si sta bene come in pochi altri posti. Gay o meno, l’accoglienza è palpabile, la vita prettamente notturna, e il carattere eclettico che sposa saune hot a vecchi circoli tutti calcio, pesce e tovaglie a quadri è rimasto quello di un tempo. C’è una libertà nell’aria che non è quella del Marais di Parigi. Che non è nemmeno la rivendicazione continua che muove Berlino in ogni suo angolo. Chueca è come compiaciuta e gode di questa condizione naturale di quartiere rinato libero dal Franchismo liberticida. E chi vi resta per qualche tempo, gode con lei.

E mentre me ne stavo fuori da un posto a chiacchierare con quattro ragazzi venuti da Strasburgo per farsi un weekend madrileno durante le vacanze di Pasqua, mi sono accorta che la stramba della compagnia ero io. Mi ricordo limpidamente di aver desiderato di essere un uomo, gay, come se questo potesse procurarmi una sorta di inclusione, come se le carte si fossero ribaltate e io fossi in balia del ribaltamento. E in quel momento non importava chi ero io, perché sentivo che valeva terribilmente la pena essere loro.

Forse la guarigione e il salto di una società avviene quando la maggioranza vede nella minoranza qualcosa di attraente e migliore. L’isolamento, la solitudine di chi è abituato a nascondere una parte della propria identità, innata o acquisita, si rompe solo quando la tensione si allenta: non è l’accettazione di un dato da parte della società, ma è il fatto che la società nel suo insieme è anche quel dato, lo comprende in quanto parte di sé, tanto che senza sarebbe mancante. L’omosessualità non è qualcosa da accettare, ma una parte naturale dell’ambiente sociale e in quanto tale non eccezionalmente rilevante.

Chueca l’ha capito prima di molti altri posti e questo l’ha resa in tutto e per tutto a misura di essere umano.

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