Le avventure di Platone: vero e bello quindi buono

21 febbraio 2012 § Lascia un commento

Andava alle medie Platone e aveva quel vizio di ficcarsi il mignolo nell’orecchio che non si poteva guardarlo mentre lo faceva. Giù a cavar fuori chissà quali tesori nel fondo mistico di quel buco ceruleo, che dell’ozono aveva solo l’odore. Platone non aveva chissà quanti amici, solo un paio da considerarsi tali e una caterva che invece erano maiali, buoni solo a contar frottole alle madri degli altri. Così, di pomeriggio, non sapendo che fare, Platone aveva preso a passeggiare in cerchio ed ogni giorno percorreva coi suoi compari un cerchio più grande. Partendo dal campetto dei somari s’era cominciato a girare in tondo sempre allargando il raggio, calcolando all’inizio di quanti passi aumentarlo ogni volta. Così, per diletto, i tre ragazzetti s’erano fatti strada per chilometri, curiosi di vedere se il cerchio restasse tale o se, divenuto troppo grande, perdesse quel suo fascino sinuoso e perfetto.

«Dovremo smetterla prima o poi» lamentava Giuliano, che aveva un problema al tallone e per questo portava nella scarpa sinistra un rialzino di sughero. «Vero» confermava Firmino con due guance grasse che si confondevano con le spalle. «Accontentiamoci dei cerchi fatti e di quelli che restano ce ne infischiamo, li diamo per buoni. Platone, via, lo sai anche te che prima o poi dobbiamo mollare il colpo» Platone però era testardo come un fagiano morto. «Non parlarmi di bontà. Proprio ora. Proprio ora che siamo vicini alla verità. Stiamo qui a pestarci i piedi, a disegnar cerchi a terra e voi pensate che i cerchi sono cerchi perché li vedete apparire tondi, sotto i vostri piedi piatti» e giù con il mignolo nell’orecchio, che nel frattempo era diventato un tic. Giuliano nascose il piede difettato dietro quello normale e, temendo che gli amici ne scoprissero la falla, assunse la forma di un fenicottero. «Caro il mio saputello» sbottò Firmino, sudato come un cane. «Non ho nessunissima voglia di starmene qui con te a discutere di baggianate. Abbiamo fatto un giro in tondo. Quindi abbiamo segnato un percorso circolare e lo abbiamo chiamato cerchio. Che ti piaccia o no Platone, questo è un cerchio come mia zia Fulvia è mia zia Fulvia e quello che concludo è che resta il fascino del tondo, proprio come era affascinante il primo cerchio, quello intorno all’area di rigore del campetto, dove Giuliano è svenuto per l’allergia al polline». Platone si sedette sul marciapiede del kebabbaro, le mani immerse nei capelli scuri e ricci come quelle di Tommasi quando giocava nella Roma.
«Va bene. Torniamocene a casa. Non so che farmene di voi due. Il cerchio sta nella testa vostra, che vi fa credere che quello è un cerchio. Poi lo fate. Poi lo chiamate. Ma prima lo pens…ehi! Giuliano, che hai?!» Giuliano era collassato. Gli era andato tutto il sangue dentro l’unico piede che poggiava a terra ed era talmente concentrato a tener la posizione che s’era scordato di respirare. I due chiamarono un’ambulanza e intanto lo schiaffeggiarono per farlo rinvenire. Gli alzarono le gambe rispetto al testone e gli allentarono le scarpe per far respirare i piedi. Scovarono il rialzino, lo scambiarono per un tacco e lo rimisero al suo posto. Volevano bene a Giuliano e se avesse o meno la mania dei tacchi, a loro importava poco niente.

Nella sala d’aspetto del pronto soccorso Platone e Firmino si annoiavano a morte. Cominciava a farsi tardi e i due amici avevano un mucchio di cose da fare a casa come la doccia e i pesci da dar da mangiare. «Pensi che ne usciremo prima delle sette?» «Lo spero Firmino, siamo lontani almeno tre chilometri da casa. Considerando che a piedi ci mettiamo venti minuti e sono appena scoccate le sei…beh ecco, vuoi che chiami mia madre?» «Non saprei. Non avendo una madre non so se alle madri essere chiamate alle sei scocci.» Platone ci pensò su. Sua madre era viva, vera, in carne ed ossa. Era uno schianto di donna, bella come quelle sculture femminili nelle fontane, però senza Tritone, il forcone e i serpenti. Vera e bella. Dunque forzatamente buona. Ne convenne che «no, non le scoccia. La chiamo dal telefono a gettoni, tu aspettami qui».

Le porte scorrevoli dell’ospedale si aprirono dopo nemmeno un quarto d’ora. La madre di Platone parlò con un dottore, chiese di Giuliano. Il ragazzetto stava bene, l’avrebbero rilasciato a momenti. I genitori erano già stati avvisati e la signora non doveva preoccuparsi di nulla.
Intanto Platone e Firmino stavano facendo fuori la questione dei cerchi. Ne avrebbero percorsi, disegnandoli, altri tre, non uno di più. «Se constateremo che la bellezza e la sinuosità è pari ai cerchi antichi» asserì Platone «dichiareremo l’esperimento concluso e quei tre cerchi basteranno per affermare che tutti i cerchi, per grandi che siano, partecipano della circolarità», quell’idea perfetta che Firmino non aveva ben capito dove stava, ma della cui esistenza Platone era certo. «E se invece i parametri non vengono rispettati? Voglio dire, se i cerchi sbrindellano, s’afflosciano, cominciano a muoversi non in tondo?» Platone ci pensò un attimo, poi gli mormorò lo stomaco come se si fossero staccati dei pezzi di fango da un argine e fossero finiti in una pozza. «In tal caso vedremo Firmino, tempo al tempo. Ho mal di pancia.» Che le cose non andassero come ci si aspettava non se lo augurava nessuno.

Certo era che se il mondo avesse preso ad ingannarli, loro non avrebbero cambiato idea.

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